Le feste soppresse nel 1977: quali erano e perché restano in busta paga
Nel 1977 una legge cancellò cinque giorni di festa dal calendario italiano per aumentare i giorni lavorativi. Quattro di quelle ricorrenze non sono mai tornate, ma restano in busta paga sotto forma di permessi: sono le trentadue ore che ogni lavoratore trova nel cedolino.
La legge è del 5 marzo.
Che cosa dice la legge
La legge 5 marzo 1977, n. 54 si intitola «Disposizioni in materia di giorni festivi» e fu pubblicata in Gazzetta Ufficiale il 7 marzo.
Fece cessare il carattere festivo agli effetti civili di cinque ricorrenze religiose:
- l'Epifania;
- San Giuseppe, il 19 marzo;
- l'Ascensione;
- il Corpus Domini;
- i Santi Apostoli Pietro e Paolo, il 29 giugno.
Le stesse ricorrenze erano state riconosciute ai lavoratori dalla legge 260 del 1949, che la legge del 1977 richiama espressamente.
Le due date civili
Il taglio non riguardò soltanto le feste religiose: nel 1977 furono colpite ricorrenze religiose e civili insieme.
Il 2 giugno cessò di essere festivo e la Festa della Repubblica fu spostata alla prima domenica di giugno. Il 4 novembre, che commemorava la Giornata dell'Unità nazionale e delle Forze armate, fece la stessa fine e passò alla prima domenica di novembre.
La stessa normativa vietò inoltre le riduzioni dell'orario di lavoro negli uffici pubblici non autorizzate da una legge.
Perché furono soppresse
La ragione dichiarata è economica: aumentare il numero di giorni lavorativi, con effetti sulla produttività di aziende e uffici pubblici.
Quali sono, oggi, le «ex festività»
Nel linguaggio del lavoro le ricorrenze cancellate hanno preso un nome proprio: ex festività, cioè giornate un tempo festive e oggi eliminate.
Sono quattro: San Giuseppe, Ascensione, Corpus Domini e Santi Pietro e Paolo.
La legge del 1977 soppresse cinque ricorrenze, Epifania compresa; l'elenco delle ex festività riconosciute nel lavoro dipendente ne conta quattro e non comprende il 6 gennaio.
Una eccezione riguarda i Santi Pietro e Paolo, che restano esclusi salvo il caso del comune di Roma, dove il 29 giugno è il patrono.
Le 32 ore in busta paga
Al posto dei giorni la legge ha lasciato ore, e sono un diritto.
Ogni lavoratore e lavoratrice ha diritto a 32 ore annue di permessi retribuiti per le ex festività: quattro gruppi da otto ore, uno per ciascuna giornata abolita. Si aggiungono alle ferie e ai permessi ROL previsti dal contratto applicato.
In busta paga compaiono di solito nella parte finale del cedolino, talvolta in un contatore separato, e possono essere indicati come ore o come giornate di permesso, trattati alla stregua di ferie o permessi retribuiti. Il prospetto tipico mostra tre voci: ore maturate, godute e residue.
Le ore non usate entro l'anno vengono liquidate, di regola a dicembre o a gennaio.
Nel pubblico impiego valgono regole proprie: nel personale del Ministero della giustizia, per esempio, le festività soppresse maturano in proporzione al servizio prestato e vanno godute nell'anno di riferimento.
Anche il 4 novembre, pur non essendo più festivo, resta retribuito in busta paga come ex festività.
Il tentativo di riportarle indietro
La questione non è chiusa sul piano politico.
Un disegno di legge presentato in Senato proponeva di abrogare la legge 5 marzo 1977, n. 54, riconoscendo di nuovo come festività civili San Giuseppe, Ascensione, Corpus Domini e Santi Pietro e Paolo. Nel dibattito parlamentare si richiamano proprio quelle quattro ricorrenze religiose, e il Senato ricorda che nel 1977 furono soppresse espressamente agli effetti civili.
Domande frequenti
Quali feste sono state soppresse nel 1977?
Epifania, San Giuseppe, Ascensione, Corpus Domini e Santi Pietro e Paolo agli effetti civili, più il 2 giugno e il 4 novembre, spostati alla domenica.
Che cosa sono le ex festività in busta paga?
Sono le quattro giornate abolite, convertite in 32 ore annue di permessi retribuiti che si aggiungono a ferie e ROL.
Che fine fanno le ore non usate?
Vengono liquidate in busta paga, di solito a dicembre o a gennaio.
Perché a Roma il 29 giugno è festa?
Perché i Santi Pietro e Paolo restano esclusi dalla soppressione nel comune di Roma, di cui sono patroni.