Che cosa non si faceva durante le feste: i divieti popolari
I divieti delle feste riguardavano i gesti quotidiani: il Venerdì Santo non si rifaceva il letto, non si scopava, non ci si pettinava e non si cucinava; a Santo Stefano non si prestavano soldi né si cominciava niente di nuovo.
Oggi i divieti ci sono ancora, ma li firma il sindaco.
Il Venerdì Santo: la casa si ferma
Nella tradizione popolare dell'Alto Ionio il Venerdì Santo la casa restava com'era. Non si rifaceva il letto, non si scopava, non si facevano le pulizie, non ci si pettinava, non si cucinava; si digiunava e si evitavano i comportamenti di gioia e di divertimento.
Il divieto arrivava anche al campanile: era vietato suonare le campane, e in modo simbolico se ne legavano le corde.
La Pasqua veneta: attenzione a forbici e rasoio
Nelle tradizioni venete i divieti sono più minuti: nei giorni di festa era sconsigliato tagliarsi le unghie dei piedi, e il giorno di Pasqua non era consigliabile radersi la barba.
Santo Stefano: non si comincia niente
Il 26 dicembre, nell'Imperiese, valeva una regola su tutte: non si prestavano soldi e non si chiedevano favori. Accanto a questa, altre quattro:
- non cominciare niente di nuovo;
- non litigare né discutere;
- evitare di mettersi in viaggio;
- non buttare via gli avanzi del Natale.
C'era anche una prescrizione curiosa: se qualcosa si rompeva, non andava sostituita subito.
Nel medioevo: la festa come sospensione
Fino almeno all'XI secolo la festa era sospensione del lavoro, ma anche dell'attività sessuale. Dai libri penitenziali medievali emerge un'insistenza sul punto: risultava regolarmente vietata nei giorni di festa.
E non erano solo i corpi a essere regolati: in Europa le autorità ecclesiastiche bandirono più volte il ballo dei carols nelle chiese e nei dintorni. Nel periodo puritano, in Inghilterra e in Scozia, le danze festive furono represse come disordine e paganesimo, e nella prima metà del Seicento l'opposizione puritana arrivò a vietare il Natale.
Chi faceva rispettare le regole
Nella tradizione popolare non esisteva una sanzione formale: chi non rispettava i divieti veniva punito con riprovazione, disprezzo e boicottaggio. Era la comunità a far valere la norma.
I divieti di oggi
Le regole non sono sparite: sono passate dalle consuetudini alle ordinanze comunali, e riguardano soprattutto sicurezza e ordine pubblico.
Capodanno — Roma ha vietato botti, fuochi d'artificio, petardi e razzi per l'intero periodo delle feste; Napoli ha proibito la vendita e il consumo di bevande in vetro, plastica rigida o lattine nelle aree di festa, oltre ai fuochi; Venezia ha vietato il consumo di bevande in strada e, nelle aree degli spettacoli, spray urticanti e oggetti atti a offendere. A Empoli i botti sono vietati tutto l'anno, e nel centro storico non si portano vetro e lattine.
Carnevale — a Viareggio, nelle zone delle sfilate, è stata vietata la musica all'aperto nei pubblici esercizi; nelle feste rionali sono vietati il trasporto di bevande in vetro e lattina, la musica all'esterno dei locali entro 200 metri dall'area e ogni promozione indiretta del consumo incontrollato di alcol.
Feste patronali — a Taggia, per San Benedetto, furono vietati i fuochi d'artificio non autorizzati, la vendita di alcolici sopra i 21 gradi per un'intera giornata e l'asporto di bottiglie, bicchieri di vetro e lattine.
Ferragosto — in molte località sono vietati i falò sulle spiagge, il campeggio libero sugli arenili e, in alcuni casi, perfino il bagno di mezzanotte e i fuochi d'artificio.
Quando il divieto colpisce la tradizione
A volte l'ordinanza cancella proprio il rito.
A Foggia, per l'Immacolata, i falò tradizionali chiamati fanoje sono stati vietati con ordinanza comunale fino alla mezzanotte dell'8 dicembre, con sanzioni amministrative per chi trasgrediva.
In Lombardia è successo il contrario: i falò tradizionali riconosciuti dai Comuni sono stati esclusi dai divieti antismog regionali, con una deroga esplicita per i fuochi rituali e le rievocazioni legate all'identità locale.
E c'è chi regola la festa in ogni dettaglio: in Umbria una festa popolare fuori calendario regionale viene interrotta subito, con sanzioni da 1.000 a 6.000 euro, il divieto di ripresentare domanda per due anni, un tetto di sei giorni per la somministrazione e il limite del 30% dell'area destinabile a cibi e bevande.