La questua rituale in Italia: bussare di porta in porta, da Sant'Antonio a Halloween
La questua rituale, in Italia, si fa in molte feste: a Sant'Antonio Abate il 17 gennaio, all'Epifania con la Pasquella, a Carnevale, il 1º maggio con i maggiaioli e a San Martino l'11 novembre. La più nota è quella dei morti, fra il 1° e il 2 novembre.
Il «dolcetto o scherzetto» in Italia esisteva prima di Halloween, e a bussare, nella logica del rito, erano i defunti.
Come funzionava la questua dei morti
Il giro delle case si faceva fra il 1° e il 2 novembre, il Giorno dei Morti. In Gallura la questua infantile si svolge il 2 novembre e i protagonisti sono bambini fra i cinque-sei e gli undici-dodici anni; in Sardegna, però, non questuavano solo i bambini: andavano di casa in casa anche i poveri, i becchini e i sagrestani.
Quello che si riceveva è rimasto lo stesso: monete, frutta secca, dolci e caramelle.
Le forme cambiavano da regione a regione. In Puglia i ragazzi chiedono le offerte cantando un'antica canzone popolare; in molte zone del Centro Italia si bussava ai campanelli per chiedere cibo, e il cibo veniva messo dentro una zucca vuota intagliata con sembianze umane, che serviva anche a illuminare le vie del paese.
Chi bussa, in realtà
Il senso del rito sta in una sostituzione. Bambini, poveri, becchini e sagrestani sono figure vicariali dei defunti: chiedono al posto loro.
In varie zone d'Italia si diceva che i morti tornassero a bussare alla porta dei vivi per chiedere suffragi, cioè preghiere che ne alleviassero la pena in Purgatorio. La questua è la forma pratica di quella richiesta, e si collega direttamente alla pratica cristiana di offrire preghiere per i defunti il 2 novembre.
Non è un caso italiano isolato: in tutta Europa esistevano rituali di giovani mascherati che chiedevano doni e facevano scherzi, attestati con sicurezza dal Medioevo. Quei giovani impersonavano i defunti e giravano di notte.
Orsara di Puglia: la notte dei fuochi
Il caso più completo è quello di Orsara di Puglia, con la notte dei Fucacoste e Cocce Priatorje — i falò e le teste del Purgatorio — che secondo la tradizione risalirebbe all'anno Mille.
Fra il 1° e il 2 novembre le zucche intagliate con i lumini venivano lasciate davanti alle case. A mezzanotte cominciava la questua: uomini incappucciati e vestiti di nero giravano per il paese chiedendo gli avanzi della cena, che venivano poi ridistribuiti ai poveri.
In Sicilia i morti portano i regali
In Sicilia il rapporto si rovescia: non sono i vivi a dare, ma i morti. Il 2 novembre è una festa dei bambini, ed è descritta come festa dell'infanzia dal XVII secolo: i defunti tornano nelle case fra il 1° e il 2 novembre per lasciare regali ai più piccoli.
I genitori preparano i pupi di zucchero — che raffigurano i morti stessi — insieme a castagne, cioccolatini e monetine. Sulla tavola compaiono anche frutta martorana, pupaccena, torroni e ossi dei morti.
I dolci dei morti, regione per regione
Ogni area ha il suo dolce legato alla ricorrenza:
- Veneto: gli «ossi da morti», offerti in sacchetti alle promesse spose.
- Liguria: i bacilli e i balletti.
- Umbria: gli «stinchetti dei morti», consumati da tempo antichissimo.
- Emilia-Romagna, Lazio, Lombardia, Marche e Umbria: le fave dei morti.
- Lombardia: il pane dei morti.
- Napoli: 'o morticiello, un torrone glassato al cioccolato.
C'era anche una questua che serviva a produrli: si andava per le case a raccogliere pane e farina proprio per confezionare le ossa dei morti.
L'altra metà del rito: la tavola per i defunti
Accanto al giro delle case esisteva il gesto opposto — lasciare qualcosa in casa per chi arriva.
- Valle d'Aosta: si lasciavano pietanze in più sui davanzali, e al Nord si teneva il focolare acceso.
- Friuli: sulla tavola restavano un lume acceso, un secchio d'acqua e un po' di pane.
- Lombardia: un vaso d'acqua fresca in cucina, la notte fra il 1° e il 2.
- Piemonte e Valle d'Aosta: la famiglia lasciava la tavola imbandita e andava al cimitero.
- Trentino: la tavola restava apparecchiata tutta la notte, dopo il richiamo delle campane.
- Campagne cremonesi: ci si alzava presto e si rassettavano i letti, perché le anime dei cari vi avessero riposato.
L'usanza è antica e documentata: fino al XV secolo, in alcune zone d'Italia, si lasciava un pasto fuori per gli spiriti degli antenati prima di andare alle funzioni religiose.
La questua attraversa tutto l'anno
Lo schema si ripete, e la Pasquella lo mostra per intero: saluto, questua, augurio, ringraziamento. Cambiano la data, il canto e quello che si riceve.
Il 5 e il 6 gennaio i cantori della Pasquella vanno di casa in casa, cantano davanti alla porta e ricevono vino, salumi e dolci; in Romagna entrano, mangiano e ballano con gli ospiti. In alcune varianti locali la questua prosegue più a lungo, fino a Sant'Antonio Abate.
Il 17 gennaio, a Sant'Antonio Abate, in Molise è giorno di canti di questua in moltissimi paesi: la sera della vigilia i giovani girano per il paese e ricevono in dono prodotti alimentari di stagione e la legna per i falò. A Frosolone, nella frazione di Acquevive, i questuanti cantano in vernacolo il canto di Sant'Antonio e le famiglie ricambiano con cibi e vino.
A Carnevale la questua è la festa stessa: il carnevale della Coumba Freida, a Doues in Valle d'Aosta, è in sostanza una questua rituale condotta dentro il villaggio da gruppi mascherati, la bènda, e di solito comincia dalla casa del sindaco.
Fra il 30 aprile e il 1º maggio i maggiaioli girano di casa in casa nella notte, con i cappelli fioriti, e cantano strofe di buon augurio in cambio di cibo o monete.
L'11 novembre, a San Martino, la questua cade nel giorno che chiudeva l'anno agricolo, e si accompagna a un biscotto a forma di cavallo con il santo in sella.
Messe in fila, queste date segnano i passaggi dell'anno contadino: l'inizio con l'Epifania, il fuoco d'inverno con Sant'Antonio, la primavera con i maggiaioli, la chiusura del raccolto con San Martino, il confine fra i vivi e i morti a novembre.
Domande frequenti
«Dolcetto o scherzetto» esisteva in Italia prima di Halloween?
Sì: fra il 1° e il 2 novembre si praticava la questua di casa in casa. In Sardegna i bambini bussavano dicendo «Morti, morti!» e ricevevano dolci, frutta secca o monete; in Puglia chiedevano cantando, nel Centro Italia raccoglievano il cibo dentro una zucca intagliata.
Perché si andava a chiedere dolci?
Perché chi bussa fa le veci dei defunti: bambini, poveri, becchini e sagrestani chiedevano al posto loro. Nella credenza, i morti tornavano a bussare per chiedere preghiere che alleviassero il Purgatorio.
Che cosa si lasciava in casa per i morti?
Acqua, pane e un lume acceso in Friuli; un vaso d'acqua fresca in Lombardia; la tavola imbandita in Piemonte, Valle d'Aosta e Trentino; nelle campagne cremonesi si rifacevano i letti.
Che cosa sono i pupi di zucchero?
Dolci siciliani a forma di figura umana, preparati per il 2 novembre insieme a castagne, cioccolatini e monetine: in Sicilia sono i defunti a portare i regali ai bambini.
La questua si faceva solo per i morti?
Il giro delle case si fa anche all'Epifania con la Pasquella, il 17 gennaio per Sant'Antonio Abate, a Carnevale, fra il 30 aprile e il 1º maggio con i maggiaioli e l'11 novembre per San Martino. Cambiano il canto e quello che si riceve; lo schema — saluto, richiesta, augurio, ringraziamento — resta lo stesso.