Festa di San Marco a Venezia e il dono del bocolo di rosa 2027
La festa di San Marco si celebra il 25 aprile a Venezia, in Veneto, ed è la solennità patronale della città e del Veneto in memoria di san Marco evangelista. La solennità comincia tre giorni prima con lo scampanio del campanile di San Marco; il giorno stesso il patriarca presiede in basilica la messa pontificale, e nella Sala del Maggior Consiglio di Palazzo Ducale si consegna il Premio Festa di San Marco alle persone veneziane che si sono distinte nel corso dell'anno. È anche la festa del bòcolo: per i veneziani è consuetudine donare un bocciolo di rosa rossa alle donne che più si amano.
Il bocciolo di rosa del 25 aprile
Il 25 aprile è la solennità patronale di Venezia e del Veneto — e anche di Latina — in memoria di san Marco evangelista, e in Italia è il giorno dell'anniversario della Liberazione. A Venezia, però, quel giorno significa anche un'altra cosa: per i veneziani è consuetudine donare un «bocolo», un bocciolo di rosa rossa, alle donne che più si amano. Il termine bocolo, in veneziano, significa proprio bocciolo.
Non è sempre stata l'unica festa del santo. Le date dedicate a San Marco erano tre: il 31 gennaio, giorno in cui nell'828 arrivarono in città le reliquie; il 25 giugno, in ricordo del ritrovamento delle reliquie perdute nel 1094; e il 25 aprile, istituito dalla Repubblica di Venezia, che è l'unico che si celebra ancora oggi.
Quelle reliquie arrivarono con un inganno. Nell'828 i mercanti veneziani Rustico da Torcello e Bono da Malamocco, insieme al servitore Basilio, trafugarono i resti dell'evangelista ad Alessandria d'Egitto e li portarono a Venezia nascosti tra frutta e carne di maiale: la cesta veniva imbarcata sotto gli occhi degli arabi, che alla vista della carne porcina si mettevano a gridare «Kinzir - Kinzir» — maiale, maiale — e si allontanavano sputando. C'è anche una leggenda che spiega perché il santo dovesse finire proprio lì: mentre Marco navigava verso Alessandria una tempesta lo scagliò sulle coste vicino a Venezia, dove fu accolto in una capanna di pescatori, e nel sonno gli apparve un angelo in forma di leone alato che gli rivelò che un giorno, in quel luogo, avrebbe trovato il suo riposo eterno. Da allora Venezia «dismise» San Todaro come protettore, e sul bassorilievo della Porta della Paglia è il doge a inchinarsi davanti all'Evangelista.
La solennità comincia prima del giorno stesso. Inizia tre giorni prima con lo scampanio, a orari prefissati, del campanile di San Marco, e alla vigilia si appendono grandi corone d'alloro e di fiori alle porte, mentre sui pennoni della basilica vengono issate le bandiere.
Maria detta Vulcana e Tancredi
La leggenda più raccontata è una storia di guerra e di lutto. Maria, detta Vulcana per la folta chioma fiammeggiante, era figlia del Doge, e si innamorò — ricambiata — del giovane Tancredi, un ragazzo del popolo, un trovatore veneziano.
Il padre osteggiava quel matrimonio. Fu allora Maria a chiedere a Tancredi di andare a combattere contro gli arabi in Spagna, con l'esercito di Carlo Magno, per guadagnare fama e valore agli occhi del Doge: così il padre non avrebbe più potuto opporsi. Tancredi partì e si coprì di gloria in guerra.
Poi arrivarono a Venezia i cavalieri francesi guidati da Orlando, l'eroe della battaglia di Roncisvalle del 778 celebrato nella Chanson de Roland, e le annunciarono la morte di Tancredi. Colpito dal nemico, era caduto sanguinante sopra un rosaio; prima di spirare aveva colto un fiore — una rosa bianca, che si tinse del suo sangue — e aveva pregato l'amico Orlando di portarlo a Venezia, alla sua amata.
Maria prese la rosa e restò muta nel suo dolore. Il giorno dopo, festa di san Marco, fu trovata morta con il fiore sul cuore. Da allora il bocciolo di rosa viene offerto alle donne il 25 aprile come simbolo d'amore eterno, «amore vero, imperituro».
Un roseto sulla tomba dell'Evangelista
Esiste però anche una seconda leggenda del bocolo, e questa finisce bene. Racconta di Basilio della Giudecca, a cui era stato donato un roseto che cresceva nei pressi della tomba dell'Evangelista.
Alla sua morte, quella pianta di rose segnò il confine fra le due parti di proprietà ereditate dai figli. Appassì quando nacquero dissapori fra i due rami della famiglia, e rifiorì quando due giovani appartenenti alle famiglie rivali si innamorarono.
Le sei Scuole Grandi davanti al Doge
Prima che diventasse soprattutto una questione di rose, il 25 aprile era la giornata più cerimoniosa dell'anno. Venezia si svegliava al suono festoso delle campane di tutta la città; il Doge scendeva in San Marco alla Messa Pontificia, e finita la cerimonia cominciava nella chiesa il passaggio delle sei Scuole Grandi davanti al trono: San Marco, San Teodoro, Santa Maria della Carità, San Giovanni Evangelista, Santa Maria della Misericordia e San Rocco.
Apriva il corteo la Scuola di San Marco, che sfoggiava i suoi candelabri d'argento cesellati, la croce d'oro incastonata di pietre preziose e il grande busto del Santo protettore in argento massiccio; i «Magnifici Guardiani» erano vestiti di seta cremesina, con le maniche alla «dogaressa». Ogni Scuola recava ampi bacini d'argento carichi di ceri, e fra quelli ce n'era uno istoriato con le pitture della vita del Santo a cui la Scuola si intitolava, con fregi d'oro e lo stemma del principe regnante.
Davanti al doge ciascuna Scuola si fermava: il Guardiano offriva al Serenissimo il grosso cero istoriato e agli altri un cero bianco, mentre le musiche delle confraternite suonavano mottetti spirituali, laudi bibliche e sacre sinfonie. A fine messa tutti i Guardiani sfilavano per consegnargli due candele dorate, una delle quali era per la Dogaressa. Poi il Doge rientrava a Palazzo Ducale, e in Piazza sfilava la solenne processione.
Dentro la basilica il Doge non era uno spettatore. Considerato vicario in terra del Santo Evangelista, aveva giurisdizione diretta sulla basilica — per tutta la durata della Repubblica la «cappella privata del Dose» — del tutto indipendente dall'autorità papale, con poteri quasi di vescovo esercitati per i riti dal canonico Primicerio. Arrivava in processione dal Palazzo Ducale lungo la Scala d'Oro e quella dei Giganti, accompagnato dai dodici canonici ducali in piviale di lama d'oro, ed entrava dalla porta di San Clemente. Al presbiterio si disponevano in linea: il Dose sulla destra, al lato del Vangelo, al centro il Primicerio, poi il Nunzio. Quando il Primicerio saliva all'altare per l'Introito, il Dose ascendeva al suo trono, collocato esattamente al centro dell'ingresso dell'iconostasi; ai lati assistevano gli ambasciatori accreditati e i rappresentanti del Senato, dai quali gli scranni presero il nome di «senatoriali». E i canonici ducali facevano bossolo: si radunavano a semicerchio attorno al Dose per recitare con lui il Gloria in excelsis, il Sanctus e l'Agnus Dei.
Risi e bisi al banchetto
La lunga cerimonia finiva dopo mezzogiorno, e allora cominciava il banchetto. Era uno dei cinque banchetti annuali che il principe offriva alle eminenti autorità dello Stato — circa cento inviati — stabiliti per legge nei giorni di San Marco, dell'Ascensione, di San Vito, di San Girolamo e di Santo Stefano; e quello di San Marco era il più importante, perché «se dispensavano gran fiori et si fevano maschere». Si teneva nella vasta sala dei Pregadi, più tardi in quella dei Banchetti, e patrizi, cittadini e nobildonne erano ammessi fino al termine della prima portata, come spettatori sotto l'anonimo della maschera.
È qui che nasce la terza spiegazione del bòcolo, e viene dal cerimoniale invece che dalla leggenda. Il doge offriva alle dame mazzolini di fiori nel cui mezzo spiccava un bocciolo di rosa, e forse da questo leggiadro costume venne e si sparse la consuetudine di regalare alle fidanzate «el bòcolo».
A tavola si mangiavano le primizie primaverili, e in particolare i risi e bisi, riso e piselli, che venivano chiamati «el magnar del dose». Secondo la tradizione la zuppa fu introdotta a Venezia in epoca bizantina, e il 25 aprile veniva servita ai Dogi.
Che cosa resta oggi
Delle antiche cerimonie molto è rimasto e qualcosa no: scomparsa la processione dopo le ultime riforme liturgiche, restano lo splendore dei paramenti e degli addobbi e la messa pontificale del patriarca, concelebrata insieme al clero. Le celebrazioni principali presiedute dal Patriarca sono due, e si ripetono ai Vespri nel tardo pomeriggio.
Lo stesso giorno, nella Sala del Maggior Consiglio di Palazzo Ducale, si consegna il Premio Festa di San Marco alle persone veneziane che si sono distinte nel corso dell'anno; e la festa si sposta anche sull'acqua, con la regata di San Marco, una competizione remiera che vede sfidarsi i campioni locali su diverse tipologie di imbarcazioni storiche.
Il santo, del resto, non è mai stato festeggiato solo in basilica: lo si celebrava ai Santi Giovanni e Paolo, perché limitrofa alla Scuola grande di San Marco; a Santo Stefano, nell'altare della Scuola dei Calafati; ai Frari, nella cappella di San Marco; nell'Oratorio degli Incurabili; e a San Francesco della Vigna, nella cappella edificata nel luogo dove si suppone che Marco abbia trovato rifugio durante il viaggio da Aquileia a Roma.
Come arrivare alla festa
A Venezia non si arriva in automobile: il centro storico non ha strade percorribili, e nessun casello porta fin dentro la città. Chi viene da fuori scende alla stazione centrale di Venezia e da lì prosegue a piedi, lungo calli e ponti, oppure sull'acqua, con i mezzi pubblici e i taxi acquei che collegano le fondamenta, la Giudecca e le altre isole.
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