San Laverio a Tito 2026 - Il nastro rosso legato al braccio della statua
La festa di San Laverio si celebra a Tito, in provincia di Potenza, il 17 novembre, giorno del martirio del patrono, e nei primi giorni di settembre con la grande festa estiva. A Tito la devozione passa da un gesto che si può descrivere in due righe: chiunque si senta poco bene, o venga colpito da gravi malattie, può legare un nastro rosso al braccio della statua lignea del santo, implorandone la grazia. A distanza di qualche giorno il nastro viene ritirato dalla statua e messo al polso dell'ammalato, perché avvenga la guarigione.
Un nastro che va e torna
È un gesto che spiega meglio di qualunque altra cosa a che cosa serva un santo patrono in un paese.
La tradizione titese vuole che chiunque si senta poco bene, o venga colpito da gravi malattie, possa legare un nastro rosso al braccio della statua lignea del santo, implorandone la grazia. Poi si aspetta. A distanza di qualche giorno il nastro viene ritirato dalla statua e messo al polso dell'ammalato, perché avvenga la guarigione.
Il nastro fa un viaggio di andata e ritorno: sale al santo carico di una richiesta, e torna indietro carico di una risposta. Non è un ex voto lasciato lì, è un oggetto che si riprende.
C'è però un particolare che oggi si racconta al passato. In origine il laccio rosso non si legava alla statua: si legava alla reliquia del santo, la parte dell'avambraccio — purtroppo trafugata. Il gesto è sopravvissuto alla scomparsa dell'oggetto che lo giustificava: rubato il braccio vero, il nastro si è spostato sul braccio di legno.
Le ossa arrivate da una città distrutta
Perché a Tito ci fosse un braccio da legare, era servito un disastro altrui. Le reliquie di Laverio erano state disperse dalle invasioni barbariche prima e saracene poi, e la parte che riguarda Tito comincia nel 1420, con la distruzione dell'antica città di Satriano.
Una parte della popolazione si spostò nell'attuale Satriano di Lucania. Il resto si rifugiò a Tito portando con sé un osso del braccio del santo, unica reliquia rimasta. I titesi accolsero i profughi e con loro il santo, al punto da farne il patrono della propria città: dal 1465 circa Tito lo venera come patrono e protettore principale, e pochi anni dopo cominciò la costruzione della nuova chiesa madre, intitolata a San Laverio martire della Lucania.
Quella chiesa oggi non è più la stessa pietra: è stata ricostruita dopo il terremoto del 1980 e riconsacrata il 26 luglio, data che il paese ricorda ogni anno come anniversario della dedicazione.
Il calendario in tre tappe
La devozione titese non si concentra in un giorno solo, e conviene sapere che cosa aspettarsi da ciascuno.
Il 26 luglio è l'anniversario della dedicazione della chiesa madre. Il 4, 5, 6 e 7 settembre ci sono i grandi festeggiamenti estivi, preparati da un solenne triduo di preghiera, con messe solenni, processione, concerti e spettacoli; il 7 settembre è la Festa del Patrocinio e della Protezione di San Laverio sul popolo di Tito, e si celebra insieme alla Madonna del Monte Carmine. Il 17 novembre è la festa patronale vera e propria: la memoria del martirio, che si chiude con i fuochi pirotecnici.
Il momento centrale è sempre lo stesso: la processione con la statua del santo, che attraversa le vie del centro storico e della città moderna, accompagnata dai fedeli, dalle confraternite e dalla banda, mentre luminarie, fuochi d'artificio e musica in piazza tengono insieme la parte religiosa e quella popolare. Il corteo tocca luoghi precisi: dal Convento Sant'Antonio da Padova al Calvario attraverso Piazza del Seggio, e in un'altra occasione dal Convento alla Chiesa Madre, passando per la piazza, in fiaccolata.
Un soldato di legno con l'alabarda
La statua che riceve i nastri è una pregevole scultura lignea del Settecento, opera di Giacomo Colombo, datata 1714.
La descrizione è quella di un soldato: il santo è in piedi, indossa un'armatura e ha l'elmo sul capo; porta la destra al petto, e su quella mano è stata posta una palma d'argento; con la sinistra regge un'alabarda.
Non è una scelta iconografica casuale. Laverio, secondo la tradizione, era un militare romano.
Belve inginocchiate ad Acerenza
Il racconto della sua vita comincia in Lucania, nella seconda metà del III secolo, a Teggiano, città lucana oggi in provincia di Salerno. Secondo le Gesta Sancti Laverii nacque lì da genitori pagani, nella famiglia Sergia; il padre Achille professava la religione pagana, e aveva un fratello di nome Mariano.
Ad Acerenza incontrò il prefetto pagano Agrippa, che gli ordinò di immolare agli dei. Al rifiuto fu torturato per una notte intera con l'aculeo e il cavalletto di tortura rimasto appeso nella piazza di Acerenza. Continuò a predicare, e allora Agrippa lo fece condurre nell'anfiteatro per essere sbranato: le belve, invece di azzannarlo, si inginocchiarono accanto a lui, rivolgendosi minacciose verso Agrippa, e tutto il popolo osannò Dio.
Rinchiuso in cella sotto rigorosa custodia, ne uscì per intervento di un angelo che gli aprì le porte senza che nessuno se ne accorgesse, come già era accaduto all'apostolo Paolo, e gli ordinò di andare a Grumentum. Ci arrivò nel 312.
Saputo della fuga, Agrippa mise 300 soldati sulle sue tracce con l'ordine di decapitarlo. Fu una spia che sapeva dove i cristiani si radunavano a rivelare il nascondiglio. Flagellato più volte, Laverio venne condotto fuori città, alla confluenza dei fiumi Agri e Sciaura, e decapitato con la spada. Era il 17 novembre del 312.
I soldati tornarono ad Acerenza spaventati e impauriti. Il corpo fu sepolto sul luogo stesso del martirio, a cura di una matrona romana, con grande solennità.
Che cosa si sa davvero
Su questo racconto conviene essere chiari, perché chi lo tramanda non fa sconti alla propria fonte.
Tutto quello che sappiamo di Laverio viene da un solo documento: le Gesta Sancti Laverii, scritte nel 1162 da Roberto di Romana, diacono di Saponara, personaggio per il resto sconosciuto, e rimaneggiate nel XV o XVI secolo — per lo studioso Giacomo Racioppi è la parte sulle reliquie a essere stata composta allora. Il giudizio degli studiosi su quel testo è netto: una passio leggendaria, fantasiosa e di nessun valore storico. Gli stessi studiosi aggiungono che, all'infuori della passio che ne attesta il culto, altre notizie su Laverio non ce ne sono.
C'è perfino un punto in cui il racconto si contraddice da solo: Laverio sarebbe stato decapitato sotto l'imperatore Costantino, «persecutore dei cristiani!» — cioè sotto l'imperatore che il cristianesimo lo legalizzò. Fu canonizzato da papa Damaso nel 313.
Niente di tutto questo ha tolto forza al culto. Laverio è considerato il primo martire della Basilicata, il protomartire lucano, ed è patrono o compatrono di Grumento Nova, Acerenza, Ripacandida e Tito in Basilicata, di Teggiano nel salernitano e di Laurignano in provincia di Cosenza. Alla confluenza dei due fiumi c'è una cappella a lui dedicata, con una lapide sulla porta che ricorda ai grumentini il loro santo e un altare in marmo dove, secondo la leggenda, si trova il cranio; sopra, un altorilievo lo rappresenta con la palma del martirio e il vangelo. La chiesa che sorgeva sul luogo del martirio fu distrutta dai Saraceni (827-882).
Di quel corpo, a Tito, era arrivato un braccio. Poi anche quello è sparito. È rimasto il nastro rosso.
Come arrivare alla festa
Arrivare a Tito per la festa di San Laverio chiede un po' di strada, e la strada fa parte della festa. Per chi sceglie il treno, la stazione ferroviaria più vicina è quella di Tito, a 4,2 chilometri: conviene organizzarsi per coprire l'ultimo tratto. In automobile si esce allo svincolo di Tito, e il tragitto è di 3,8 chilometri per 5 minuti di guida.
Eventi nei dintorni
In provincia di Potenza si festeggia anche cosi'.
- Mercatini di Natale a Tito — dicembre
- San Nicola di Bari a Rivello — dicembre
- San Nicola a Calvello — dicembre