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San Rocco a Cortino 2027 - La festa dei cinquantatré abitanti di Macchiatornella

6 min di lettura · Scritto da: Rodolfo de Carvalho
Ultima edizione conosciuta
16 agosto 2026

Questa e' l'ultima edizione di cui abbiamo notizia: le date della prossima non sono ancora state annunciate.

Fonte: vivicortino.it, letta il 19/09/2026.

<!-- lead --> Il 16 agosto Macchiatornella, una delle diciannove frazioni di Cortino, in provincia di Teramo, festeggia San Rocco: cinquantatré abitanti si stringono attorno a una chiesa dei Monti della Laga nata contro la peste del 1527 e dotata nel 1699.

Siamo in Abruzzo, nell'alta provincia di Teramo, a Macchiatornella, una delle diciannove frazioni del comune di Cortino, ai piedi dei Monti della Laga, dentro il Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga. Il paese sta aggrappato a uno sperone di roccia che domina i fossi Malvese e Menchino, due lame d'acqua che poco più a valle si versano nel Tordino. Cortino è un comune sparso: non un centro con le sue borgate intorno, ma una manciata di nuclei distanti gettati sui crinali, il più alto della provincia. Macchiatornella è uno di questi, e oggi lo abitano cinquantatré persone.

Una chiesa costruita contro qualcosa

Per capire perché una comunità così esigua tenga in piedi un giorno di festa, bisogna guardare la chiesa attorno a cui il paese si stringe. È intitolata a San Rocco, ha copertura a capanna e una sola navata, e sopra il portale porta un medaglione ottagonale con l'effigie policroma del Cristo. Le carte dicono che fu dotata nel 1699 e costruita poco prima: tra le chiese di San Rocco del territorio, è quella dalle origini più recenti. Recente per modo di dire, visto che parliamo del Seicento.

San Rocco non è un santo qualsiasi, e non finisce sui muri di montagna per caso. È il pellegrino che si diceva guarisse gli appestati e che dagli appestati fu contagiato, protettore invocato contro il morbo. In tutta la penisola il suo culto esplode dopo la peste del 1527, quando il contagio risale le valli e miete anche dove la strada è una mulattiera. Erigere un altare a San Rocco non era devozione astratta: era la ricevuta di un terrore. Significava che lassù, in quell'aria che si crede tersa, la morzia era arrivata comunque, e che la gente aveva promesso qualcosa in cambio della fine. La chiesa di Macchiatornella è quella promessa fatta pietra.

Il paese che si conta sulle dita

Cinquantatré abitanti, ventisette nuclei familiari. I numeri di Macchiatornella andrebbero scritti a mano, uno per uno, per non farne una statistica. Le case sono in gran parte in pietra, ottocentesche; tra loro affiorano ruderi con muri spessi più di un metro, ossatura di un abitato che un tempo pesava molto di più sul crinale. Chi conosce questi versanti sa che lo spopolamento non è un incidente recente: è una lenta emorragia che dura da generazioni, verso Teramo, verso il piano, verso il lavoro. I terremoti che tra il 2016 e il 2017 hanno colpito l'Appennino centrale non hanno fatto che accelerare una partenza già scritta.

Ed è qui che la festa patronale smette di essere folclore e diventa un fatto quasi ostinato. Tenere il 16 agosto in un paese di cinquantatré anime vuol dire che qualcuno deve aprire la chiesa, trovare chi suoni, apparecchiare i tavoli, richiamare i figli e i nipoti che sono andati via. Non è un giorno qualsiasi del calendario. È una conta annuale di chi resta e di chi torna, fatta davanti a un santo.

Il territorio, del resto, non ha mai regalato scorciatoie. Questi versanti della Laga sono ricchi di acque e di sorgenti, e l'acqua in montagna è insieme benedizione e fatica: irriga l'orto, muove il mulino, ma scava le mulattiere e isola il paese quando gonfia i fossi. Vivere a milleundici metri ha sempre significato misurare ogni cosa in ore di salita. Portare su una banda, un prete, i parenti lontani per una sola giornata è, ancora oggi, un dispendio che nessun tornaconto giustifica. Lo si fa perché così si è sempre fatto, e smettere somiglierebbe troppo a un addio.

Storia ruvida di un crinale

Non si è mai vissuto d'aria, quassù. Nel 1634 Macchiatornella era conosciuta per i suoi artigiani del tessile: mani che filavano e tessevano dove la terra rendeva poco. Pochi anni dopo, nel 1637, i registri annotano i pagamenti dovuti per il mantenimento della chiesa: la fede aveva un costo, e lo pagava chi campava di lana e di castagne. La posizione impervia, che oggi si racconta come silenzio e sorgenti, per secoli è stata soprattutto esposizione. I briganti passavano di qui diretti altrove, e chi restava rischiava la rapina e peggio. Nel 1807 l'arciprete Don Vincenzo D'Ambrosio fu ucciso dai briganti: la cronaca di una violenza che il paesaggio, da solo, non lascia immaginare. Nel 1816 Macchiatornella venne aggregata a Cortino, entrando nella geometria amministrativa che ancora la contiene.

Persino il nome è conteso. C'è chi lo fa risalire a un tale Tornello, proprietario di un bosco della zona, e chi preferisce la leggenda di Tornella, una ragazza che sarebbe fuggita tra gli alberi per sottrarsi a una famiglia contraria all'uomo che amava. Sono credenze popolari, non filologia: ma dicono qualcosa di vero sul rapporto tra questa gente e i suoi boschi, luogo insieme di rifugio e di paura.

Il santo che resta quando parte il resto

Nell'agosto di Cortino non manca la musica: nelle frazioni sparse arrivano d'estate concerti e compagnie di teatro, e sui prati alti si allestiscono palchi per qualche sera. Ma la festa di San Rocco a Macchiatornella è un'altra cosa, e non va confusa. Non nasce da una rassegna, non ha un cartellone che cambia ogni anno secondo i fondi. Ha una data sola, il 16 agosto, ferma da secoli come la roccia su cui poggia la chiesa.

Che cosa curava, davvero, un santo così, per una comunità di crinale? Curava la paura di sparire. Il contagio contro cui fu invocato nel Cinquecento era la forma che allora prendeva lo svuotamento: interi villaggi cancellati in una stagione. Oggi lo svuotamento ha un ritmo più lento e nessun untore da temere, ma il timore di fondo è lo stesso: che di un paese non resti nessuno a chiudere la porta. Radunarsi il giorno del patrono, salire fin quassù da dove si è finiti a vivere, è il modo in cui Macchiatornella risponde a quella paura antica con lo stesso gesto di sempre. Non si celebra la vittoria sul morbo. Si celebra il fatto di essere ancora qui a poterlo ricordare.

La chiesa, intanto, è in ristrutturazione: si rifà il tetto, si mette in sicurezza la pietra, si tiene aperto il medaglione del Cristo perché guardi ancora chi passa sotto il portale. È un lavoro che dice, senza proclami, l'intenzione di durare.

A sera l'aria torna quella dei milleundici metri, e il fresco spinge la gente a stringersi. Le luci delle poche case restano accese più a lungo del solito. Domani molti ripartiranno per la città, e il paese tornerà a essere una conta minima sotto il campanile. Ma stanotte, sopra il Tordino, San Rocco ha di nuovo il suo paese intorno.

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