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Folklore e Rievocazioni

Giostra della Rocca a Monselice 2026 - Nove macchine da guerra in scala naturale, una per contrada

10 min di lettura · Scritto da: Rodolfo de Carvalho
Periodo
settembre
Dove Piazza Mazzini, Monselice

Il giorno esatto cambia ogni anno e non e' ancora stato reso noto.

Fonte: giostradellarocca.it, letta il 21/09/2026.

La Giostra della Rocca si tiene a Monselice, in provincia di Padova, nelle domeniche di settembre, e si chiude il 1° novembre con la consegna del Palio dei Santi. Le nove contrade della città si sfidano nella gara degli arcieri, nella prova di forza alle macine, nella staffetta, nel torneo di scacchi e nella Quintana a cavallo, fra mercato medievale e Tenzone dei tamburi: il corteo storico sfila la mattina della terza domenica di settembre e la Quintana si corre nel pomeriggio. La manifestazione rievoca il passaggio dell'imperatore Federico II di Svevia per la città, avvenuto nel 1239, è nata nel 1986 e mette in strada circa 2000 figuranti.

Ogni contrada si costruisce la sua arma d'assedio

Nei cortei storici italiani si portano stendardi, tamburi e costumi. A Monselice si portano anche le catapulte, e non in miniatura: il regolamento impone a ciascuna delle nove contrade di sfilare con una macchina bellica dell'epoca fedelmente ricostruita, in scala naturale.

E non sono nove copie dello stesso oggetto: ognuna ha la sua, legata alla propria storia. Ca' Oddo porta il trabucco, la grande macchina da guerra medievale che scagliava sassi contro le mura nemiche. Il Carmine porta la torre, quella che nell'assalto a Padova fu incendiata e spinta contro porta Altinate. Marendole porta la catapulta, e la porta rigorosamente a mano, come descrivono i libri storici. San Cosma schiera la grande arcobalestra, un'arma da guerra unica nel suo genere. San Martino ha un'imponente balestra lancia-tronchi, costruita da un artigiano della contrada. San Bortolo porta l'ariete; Monticelli, San Giacomo e la Torre le loro catapulte — quella di Monticelli in legno, messa in movimento da soldati a piedi, quella della Torre impiegata a difesa del torrione di vedetta.

Messe in fila fanno un piccolo museo semovente: torri, balestre, catapulte, caldaia della pece, arieti e altri strumenti bellici minori, tutti frutto di una ricostruzione minuziosa.

La macchina, però, è solo una delle cinque cose che ogni contrada deve portare per regolamento. Le altre quattro sono il gonfalone con le insegne, un gruppo di armati con l'equipaggiamento del XIII-XIV secolo, un gruppo artigianale o una bottega fra quelle storicamente esistite nel circondario di Monselice, e un gruppo o un personaggio di spicco che abbia lasciato traccia nella storia monselicense di quei due secoli.

Nove mestieri, uno per quartiere

La bottega artigiana non è un banchetto di souvenir: è il mestiere che quel quartiere faceva davvero, e le nove insieme raccontano l'economia di una città medievale.

Ca' Oddo manda i fabbri e i ferraioli, che fabbricavano a mano gli utensili della contrada; il Carmine i bottai, maestri del legno; Marendole gli scalpellini, dediti all'estrazione della trachite; San Bortolo i contadini-ortolani; San Cosma i vignaioli, perché quel territorio è noto per l'ottima qualità del vino; San Martino i conciatori di pelle, insediati fin dall'antichità dentro le mura di borgo Costa.

Due meritano una riga in più. I tessitori di San Giacomo hanno una prova d'archivio: risulta che presso il convento, diventato negli anni monastero benedettino, si acquistava lana e la si filava. E quel convento ha una data — la contrada di San Giacomo prende il nome dall'omonimo convento, fondato come ospedale dei pellegrini nel 1162. I mugnai di Monticelli, invece, portano in piazza l'intero ciclo del grano: la trebbiatura, la ventilazione dei chicchi e la macinatura fatta con macine in «masegna collinare lispidiana».

La nona è la più insolita, e dice parecchio della contrada del centro: la Torre, che rappresenta il centro storico e la parte nobiliare della città, ha per bottega i burocrati, i funzionari pubblici che assicuravano la gestione del potere.

Streghe, draghi e un pane a forma di occhio

Anche i gonfaloni hanno una storia dietro, e in qualche caso è una leggenda vera e propria.

Su quello di Ca' Oddo c'è la «Povolata nera», l'albero secolare che sta nel cuore della frazione e dentro il quale, dice la leggenda, è rinchiusa l'anima di una strega bruciata viva dagli abitanti. Su quello di Marendole c'è un drago che teneva sotto scacco la popolazione, finché un prete esorcista non lo chiuse in una grotta del monte Fiorin.

San Martino porta il pane di Santa Lucia, a forma di occhio, perché la contrada è ancora molto devota alla sua patrona, protettrice della vista. San Bortolo ha la capasanta, la conchiglia usata dai frati domenicani, che nella frazione avevano aperto un ospizio per poveri e viandanti e che di quel guscio fecero il segno distintivo dei pellegrini.

Il gonfalone del Carmine è quasi una cartina militare: il campo bianco indica la Chiesa, le losanghe rosse ricordano lo sbarco di Correzzola, la conquista di Piove di Sacco e la liberazione di Padova, cioè i tre scontri della crociata che fra il 1255 e il 1256 papa Alessandro IV affidò al vescovo di Ferrara Filippo Fontana contro Ezzelino.

Gare che si decidono a vicenda

La Giostra è una serie di prove, e il regolamento le incastra l'una nell'altra in un modo che vale la pena capire: chi vince una gara si sceglie la posizione in un'altra.

Al torneo degli scacchi ogni contrada partecipa con un proprio rappresentante, e non sono dilettanti: sono maestri o gran maestri, nazionali o internazionali, che si affrontano in un girone all'italiana. La finale si gioca due volte — prima a porte chiuse fra i primi due classificati, poi riproposta al pubblico con gli scacchi viventi in costume medievale in piazza Mazzini. E qui arriva la conseguenza inattesa: la classifica finale del torneo di scacchi determina l'ordine di partenza del corteo storico.

La gara delle macine comincia con la pesatura: ogni contrada schiera tre o quattro atleti, e i tre più pesanti determinano la graduatoria iniziale, in ordine di peso complessivo decrescente. Poi si spinge, e si spinge contro il tempo: le contrade in gara hanno tre minuti per abbattere la bandiera avversaria. Nella staffetta ogni contrada schiera cinque atleti divisi per fascia d'età, che partono in quest'ordine: seniores fino ai 41 anni, master maschile oltre i 41, seniores femminile oltre i 23, juniores maschile fino ai 19, juniores femminile fino ai 23, su un percorso di 1800-2000 metri.

Gli arcieri sono diciotto, due per contrada, e tirano 54 frecce in 18 tornate, con archi tradizionali e regolamenti rigorosi che vietano qualunque dispositivo moderno. Anche il loro risultato serve a qualcos'altro: a ogni arciere viene abbinato un cavaliere della sua contrada, e la classifica individuale del tiro con l'arco stabilisce gli accoppiamenti della prima batteria della Quintana.

La prova regina è appunto la Quintana, che si corre nel pomeriggio nel campo di gara allestito nell'area attrezzata di via Piave. Ogni contrada schiera due rappresentanti, in tutto diciotto cavalieri, che si affrontano a eliminazione diretta in quattro tornate di batterie più la finale; l'obiettivo è centrare al galoppo tre anelli di diametro decrescente.

C'è infine una gara che non si corre ma si suona: la tenzone dei tamburi, un'esibizione coreografica di 170 tamburini delle nove contrade, con una giuria che valuta separatamente l'effetto musicale e quello coreografico. Sono ammessi anche sbandieratori, chiarine e altri strumenti, purché inerenti al periodo rievocato, e la serata comprende il lancio della sfida da parte della contrada che detiene il Palio.

Chi vince la Quintana prende infatti il Palio: un drappo di seta rossa ricamato, che però è un prestito, perché l'anno dopo torna in gioco; ai contradaioli resta un vessillo dipinto come testimone della vittoria. Essere campioni in carica comporta anche un obbligo di cortesia: per regolamento la contrada detentrice chiude la sfilata. E poi c'è un secondo premio, che premia la costanza invece del colpo di lancia: il Palio dei Santi, che si assegna il 1° novembre e chiude tutta la manifestazione cominciata a settembre. Si sommano i punti presi in tutte le prove — Quintana, scacchi, macine, arcieri e staffetta — e vince chi ha totalizzato di più, cioè chi è salito su più podi.

Un imperatore, un tiranno e un conclave lunghissimo

Tutto questo rievoca un episodio preciso: nel 1239 l'imperatore Federico II di Svevia, diretto a Padova, passò per Monselice. Non fu una visita di cortesia. Colpito dalla posizione strategica del colle della Rocca, ordinò di fortificarlo con mura, torri e bastioni, e affidò i lavori al suo alleato Ezzelino III da Romano. Il quale, dieci anni dopo, si prese la città: nel 1249 il tiranno vi si insediò con i suoi uomini grazie a un astuto stratagemma, e prese il controllo della fortezza.

Il terzo personaggio è un uomo di Chiesa nato lì: il cardinale Simone Paltanieri, legato papale in Umbria, Toscana, Lombardia e Veneto, che prese parte al conclave del 1268-1271, famoso per essere stato il più lungo di sempre.

Col tempo il racconto si è allargato oltre il Duecento, e la manifestazione ha tirato dentro altri personaggi legati alla città, come Dante Alighieri e Francesco Petrarca. Del secondo si dice una cosa che spiega perché lo porti proprio Monticelli: pare amasse scendere da Arquà Petrarca fino al laghetto della Costa di Monticelli per cercare ispirazione e pace.

Tre amici al tavolo di un bar, nel 1986

La Giostra non è antica. È nata nel 1986 dall'idea di un toscano, Virio Gemignani, che con due amici, Filippo Menarini e Luigi Fongaro, decise di richiamare alla memoria il passaggio di Federico II. Il racconto delle origini è preciso quanto modesto: tre amici seduti al tavolo di un bar che immaginano una manifestazione capace di far rivivere la storia della città.

Il resto lo fecero le contrade. Partì una serie di riunioni, i quartieri aderirono, e in breve, vinte perplessità e titubanze, i gruppi si misero a lavorare in vista dell'esordio, preparando abiti e materiali. Alla sfilata della prima edizione parteciparono più di trecento figuranti, e già allora il pomeriggio fu della Quintana, con i cavalieri impegnati a infilare con la lancia tre anelli sempre più piccoli. Oggi al corteo storico sfilano circa 2000 figuranti delle nove contrade.

Da lì la festa è cresciuta un pezzo alla volta: si sono aggiunti la partita a scacchi viventi e tutte le altre competizioni — la gara delle macine, la staffetta, la tenzone dei tamburi, il mercatino medievale — fino a occupare due settimane di settembre, con il corteo storico la mattina della terza domenica e la Quintana nel pomeriggio. L'organizzazione è dell'Associazione Giostra della Rocca di Monselice, in collaborazione con Proloco Monselice e Città di Monselice, e il calendario comprende anche «Viviamo il Castello», quando oltre cento figuranti in costume animano i giardini del Castello con scene di vita quotidiana, arti e mestieri del XIII e XIV secolo.

Le contrade, dal primo giorno, sono nove: Ca' Oddo, Carmine, San Bortolo, San Cosma, La Torre, San Giacomo, Monticelli, Marendole e San Martino. La più vecchia di tutte è Marendole.

Come arrivare alla festa

Farsi avvolgere dalle atmosfere della Giostra della Rocca, a Monselice, è alla portata di tutti. Per chi preferisce la comodità del treno, la stazione ferroviaria di Monselice si trova a un chilometro dal centro: si arriva nel cuore dell'evento con una breve passeggiata. Per chi si mette al volante, il casello di Monselice dista 1,8 chilometri, cioè 2 minuti di strada.

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