Feste ItalianeIl magazine delle feste d'Italia

Home » Feste Patronali

Feste Patronali

Beato Enrico a Treviso 2027 - Il giro delle sette chiese

10 min di lettura · Scritto da: Rodolfo de Carvalho
Ultima edizione conosciuta
8 giugno 2026
Dove via Canova, Treviso

Questa e' l'ultima edizione di cui abbiamo notizia: le date della prossima non sono ancora state annunciate.

Fonte: diocesitv.it, letta il 20/09/2026. L'anno e' dedotto e va confermato.

La festa del Beato Enrico si celebra a Treviso, capoluogo dell'omonima provincia in Veneto, il 10 giugno, memoria liturgica del beato, e le celebrazioni cominciano l'8. Si ripropone il gesto quotidiano di Enrico, il pellegrinaggio alle sette chiese per le Messe, e si benedice il pane che poi viene distribuito ai poveri, mentre le reliquie si venerano nell'urna del Duomo. Enrico da Bolzano, boscaiolo e analfabeta, morì in povertà estrema il 10 giugno 1315: dopo la sua morte testimoni del tempo confermano ben 346 guarigioni da malattie e, per più di un anno, migliaia di pellegrini arrivano a Treviso dalle città confinanti.

Un boscaiolo analfabeta arrivato da Bolzano

Il Martirologio Romano lo liquida in una riga, e quella riga contiene già tutto: «A Treviso, beato Enrico da Bolzano, che, boscaiolo e analfabeta, distribuiva tutto ai poveri e, per quanto indebolito nel fisico, mendicava tuttavia saltuarie elemosine che spartiva con gli altri mendicanti.»

Nato nel 1250 circa a Bolzano, Enrico è poverissimo: guadagna da vivere per sé, la moglie e un figlio facendo, dall'alba al tramonto, il mestiere faticoso e pericoloso dello spaccalegna. Fra i monti faceva anche l'agricoltore e il vignaiolo. È incerta la data della sua nascita nei sobborghi di Bolzano, da collocare verso la metà del Duecento; documentata è invece quella della morte, il 10 giugno 1315 a Treviso, in Veneto.

Il trasferimento avvenne per una ragione che nessuno sa con certezza. Di ritorno da un pellegrinaggio a Roma con la moglie e il figlio Lorenzo, si stabilì vicino a Treviso: aveva preso dimora a Biancade, nei pressi della strada detta allora Lagozzo, vecchia sede della via Claudia Augusta, dove per vent'anni fece il boscaiolo e l'uomo di fatica, ed era disponibile per traslochi e per ogni lavoro pesante.

Poi perse tutto. Mortagli la moglie e poco dopo anche l'unico figlio, decide di traslocare a Treviso, dove visse abitando in una catapecchia situata presso l'attuale chiesa a lui dedicata, in via Antonio Canova, messagli a disposizione dal notaio da Castagnole.

Il «banchiere di Dio»

Quello che fece a Treviso è il motivo per cui la città lo ricorda da settecento anni. Mendicava non per sé ma per i poveri della città: in particolare si impegnava con coraggio e costanza a strappare ai nobili e ai ricchi commercianti consistenti contributi per i più sfortunati.

Il soprannome rende l'idea del mestiere che si era inventato: Enrico, povero in canna, diventa il "banchiere di Dio", andando a bussare a tutte le porte per elemosinare un aiuto che gli consenta di venire in soccorso ai tanti miserabili che pullulano in città. Tutto quello che riesce a guadagnare lo regala agli altri mendicanti, e che non tenesse nulla per sé lo dimostra il fatto che muore in povertà estrema.

Con sé stesso era severo quanto era generoso con gli altri. Più ammirata ancora fu la sua vita di penitente: dormiva su un duro giaciglio, portava un ruvido saio, praticava lunghe veglie in preghiera, e portava sul suo corpo strumenti di penitenza.

E poi c'era l'abitudine che gli diede la fama. A Bolzano come a Treviso fu ammirato come assiduo frequentatore di chiese — a Treviso soleva visitare tutte le chiese della città ogni giorno — e avido ascoltatore di Messe. Ogni giorno, tutte le chiese: è questo che a Treviso si ripete ancora oggi.

Le campane che suonarono da sole

Muore in povertà estrema, completamente solo nella sua catapecchia, il 10 giugno 1315, e quando si spense, solo nella sua cella, il popolo disse che era morto un santo.

Il racconto che la città si è tramandata riguarda quello che successe in quel momento. Secondo la tradizione, nel momento in cui Enrico muore, tutte le campane delle chiese di Treviso si mettono a suonare da sole, suscitando stupore e riverenza in città e nelle campagne: il suono misterioso delle campane annuncia il suo decesso alla città. È un episodio che ha attraversato i secoli e la letteratura — del risuonare misterioso di campane alla sua morte parla anche Gabriele D'Annunzio.

Ai funerali accorse una folla immensa, e i prodigi cominciarono a fioccare proprio durante le esequie. Quello che seguì fu messo per iscritto con un metodo che sorprende: una commissione vescovile registrò in poco tempo trecentoquarantasei miracoli, per lo più guarigioni, su deposizione di testimoni oculari. Uno di questi fu il biografo di Enrico, Pier Domenico di Baone, che fu più tardi vescovo di Treviso. Quel testimone lo aveva conosciuto di persona: era fra quelli che avevano soccorso con elemosine Enrico, quel mendicante che girava per Treviso, bisognoso di ogni cosa. Il di Baone fu a sua volta fatto vescovo di Treviso da Innocenzo VI nel 1359 e, spinto dalla fama di santità fiorita attorno alla tomba di quel mendicante, scrisse in latino, nel 1368, una testimonianza dei suoi rapporti con Enrico. Anche il resto della documentazione è affare di famiglia: il fratello di Pier Domenico, il notaio Antonio, registrò, con altri due funzionari a ciò preposti, tutti i miracoli che gli furono attribuiti, ed è questa la parte più consistente delle notizie che abbiamo sulla figura del sant'uomo arrivato a Treviso nella seconda metà del XIII secolo dalla contea del Tirolo, da dove si era portato dietro il suo povero mestiere di boscaiolo e spaccalegna. In quegli anni, dal 1309, era vescovo di Treviso Castellano Salomone.

La città si riempì di gente arrivata da fuori. Seguirono per oltre un anno pellegrinaggi che condussero dalle città vicine migliaia di persone all'arca del poverello, collocata nel duomo di Treviso sopra un altare, e per giorni la gente venne da tutte le parti — da Brescia, Chioggia, Feltre, Ferrara, Padova, Perugia, Venezia e Verona — per pregare sulla tomba. Arrigo divenne presto popolare in tutta l'Italia del Nord, dove gli vennero dedicati altari e affreschi in molte chiese, per esempio a Santa Toscana a Verona.

Quattrocento anni per un riconoscimento

Treviso si mosse subito. La città e la Chiesa decisero insieme di costruire una cappella in onore del defunto, di descrivere anche la sua vita, le virtù e i miracoli e di mandare degli inviati ad Avignone per chiedere al Papa una canonizzazione ufficiale.

Roma non ebbe la stessa fretta. Solo oltre 400 anni dopo, nel 1750, il culto del beato fu approvato da Benedetto XIV per la diocesi di Treviso, per dare un celeste protettore a tutti i boscaioli del mondo, e da Pio VII, agli inizi dell'Ottocento, per quella di Trento, da cui dipendeva Bolzano.

Nel frattempo le reliquie venivano controllate e spostate. Ricognizioni delle reliquie si ebbero nel 1381 e nel 1712, e nel 1759 due costole di Arrigo furono solennemente traslate dal Duomo di Treviso a Bolzano con grande partecipazione di fedeli: 130 cavalieri, cinque carri bardati a trionfo, rappresentanti delle corporazioni e del clero. Il trasferimento avvenne con l'approvazione del Capitolo del Duomo di Treviso e del Senato di Venezia, e a Bolzano le reliquie furono portate alla chiesa parrocchiale in una solenne processione.

Le due città se lo dividono ancora oggi, ciascuna a modo suo: mentre a Treviso Enrico è venerato come patrono dei boscaioli, nella sua terra di origine è patrono dei contadini — associato a santa Notburga da Eben e a sant'Isidoro — e dei vignaioli, ed è patrono della città di Bolzano. Viene invocato perché la terra possa offrire i suoi preziosi frutti e contro la grandine, la tempesta, la siccità.

L'ascia e il rosario nella cupola del Duomo

Chi cerca la sua immagine a Treviso deve alzare gli occhi. In cattedrale è rappresentato con in mano l'ascia del boscaiolo, e sul finire del Settecento Giovanni Battista Canal dipinge il legnaiolo venuto da Bolzano sulla parete interna della cupola centrale della navata maggiore del Duomo di Treviso, con una grande scure trattenuta dal braccio destro cui fa da contrappeso il massiccio rosario appeso alla cintola, dalla parte sinistra. L'attrezzo del mestiere da una parte, la corona dall'altra: il ritratto è tutto lì.

Il suo corpo è custodito in un'urna collocata in Cattedrale, e a lui sono stati dedicati un tempietto a Treviso, in via Canova, e un oratorio a Biancade, dove visse con la famiglia: un tempietto in stile neoclassico a lui dedicato nel 1830 sorge poco lontano dalla casa in cui morì. E per chi vuole rifare la strada che fece lui, porta il suo nome il Cammino del Beato Enrico da Bolzano, itinerario di pellegrinaggio tra Bolzano e Treviso, attraverso la Val d'Adige e la Valsugana.

Sette chiese, e il pane benedetto

La festa cade nel giorno della morte, e le celebrazioni si tengono dall'8 al 10 giugno, intrecciandosi con la lunga notte delle chiese.

Il cuore è un itinerario che ripete l'abitudine quotidiana di Enrico. «Sulle orme del Beato Enrico», itinerario urbano di preghiera, fraternità e carità alle sette chiese di Treviso, ripercorre il quotidiano pellegrinare di Enrico da Bolzano in tutte le chiese della città per ascoltare le Messe, pratica di fede perseguita da Enrico quotidianamente per tutta la vita e per la quale era divenuto famoso. Si può fare anche da soli: all'interno è disponibile l'itinerario di un pellegrinaggio, che si può fare individualmente, alle sette chiese care al beato Enrico, e la partenza è dal tempio di San Nicolò.

Poi ci sono i gesti che si ripetono ogni anno. Per l'occasione, come da tradizione, le campane della Cattedrale suonano solennizzando la memoria del Beato — le stesse campane del racconto del 1315. All'arrivo in Cattedrale si accendono le lampade votive alla sua tomba, e c'è la venerazione delle sue reliquie; la messa è preceduta dalla supplica al tempietto del beato in via Canova, e c'è la supplica presso l'altare con i resti mortali del beato.

E c'è il gesto che riassume la vita di un uomo che chiedeva pane per darlo via: alla celebrazione delle 10 c'è anche la benedizione del pane, e al termine il Vescovo benedice il pane, che poi viene distribuito secondo la tradizione. Alla messa concelebrano i parroci della città e il Capitolo dei canonici della Cattedrale, e fra i fedeli ci sono gruppi, associazioni, confraternite ed enti dediti alla carità, fra i quali la San Vincenzo, la Caritas e la Comunità di Sant'Egidio.

Le due patrie si ritrovano anche nel canto: nel corso della messa è stato eseguito, per la prima volta a Treviso, l'Inno in onore del Beato Enrico così come le popolazioni altoatesine lo conoscono, «O selger Heinrich, Sohn unserer Heimat» — O beato Enrico, figlio della nostra patria — e al testo tedesco il Maestro di cappella della Cattedrale di Treviso ha aggiunto una strofa in italiano, a sottolineare una comune devozione per questo Beato. Viene anche proiettato il film documentario «Beato Arrigo da Bolzano, il patrono dimenticato».

Che tipo di santo sia, lo ha detto il vescovo dall'altare: «pellegrino urbano, un santo della porta accanto, un povero di Gesù, un innamorato di Dio, un maestro esigente di condivisione, che insegna che è necessario farsi poveri per aiutare i poveri». E ha aggiunto la cosa che lo distingue da quasi tutti gli altri: «Enrico non ha scritto nulla, non ha fondato nulla, non ha guidato nulla». Era un uomo povero, probabilmente analfabeta, straniero, ma ha conquistato la stima del Vescovo e di altre persone importanti della Treviso dei primi del Trecento, e soprattutto l'amicizia dei poveri, con i quali condivideva il pane ricevuto in elemosina. Ha abitato con umiltà la città, ne ha vissuto la fonte più profonda di vita che è l'Eucaristia, ne ha servito gli ultimi.

Come arrivare alla festa

Raggiungere la festa a Treviso richiede un po' di viaggio, ma l'esperienza ripaga il tragitto. Per chi sceglie il treno, la stazione ferroviaria più vicina è quella di Olmi - Spercenigo, a 5,3 chilometri: conviene organizzarsi per coprire l'ultimo tratto. In automobile si esce al casello di Treviso Sud, e il tragitto è di 4,8 chilometri per 6 minuti di guida.

Altre feste in provincia di Treviso

Altre feste di giugno nella stessa zona.

Da leggere