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Corsa degli Scalzi a Cabras: novecento uomini a piedi nudi

6 min di lettura · Scritto da: Rodolfo de Carvalho
Periodo
il primo settembre
Dove Cabras e San Salvatore di Sinis, Cabras

Il giorno esatto cambia ogni anno e non e' ancora stato reso noto.

Fonte: corsadegliscalzi.it, letta il 20/09/2026.

Erano circa novecento gli uomini arrivati in religioso silenzio, all'alba, nella chiesa di Santa Maria Assunta a Cabras, in provincia di Oristano, in Sardegna: il saio immacolato stretto da un cordone in vita e i piedi scalzi. È il primo sabato di settembre, il giorno della Corsa degli Scalzi, e da lì a poco quel serpentone bianco correrà per sette chilometri portando in spalla il simulacro di San Salvatore fino al villaggio che porta il suo nome.

Il 1619 e i rami legati ai piedi

Le origini affondano nel 1619, in piena epoca di incursioni dei Mori sulle coste del Sinis. Per mettere al sicuro la statua del Salvatore durante uno degli assalti, gli abitanti del luogo diedero vita a una lunga e veloce corsa; e secondo la leggenda, al posto delle calzature, usarono dei rami legati ai piedi nudi in modo da sollevare più polvere possibile e sembrare così molto più numerosi. Lo stratagemma funzionò: i saraceni, spaventati all'idea di dover combattere contro un grande esercito, si ritirarono, e il villaggio e il simulacro furono salvi.

Da allora, ogni anno, il rito viene ripetuto per rinnovare il voto.

Novecento in saio bianco all'alba

La corsa vera e propria comincia all'alba del primo sabato di settembre. I partecipanti si riuniscono nella chiesa maggiore di Cabras, e al termine della funzione le confraternite trasportano il simulacro in processione fino alla via Tharros: è lì che viene consegnato ai curridoris, che danno inizio alla processione di corsa.

L'abito è quello dei penitenti, e ogni racconto lo chiama a modo suo: saio bianco, tunica bianca adornata sul davanti da uno svolazzo della stessa tela, clamide stretta ai fianchi da un cordone — in sardo, s'abidu. Sono circa novecento, uomini e ragazzi di tutte le età, con una regola precisa: nessuno al di sotto dei 14 anni, e solo nati e residenti a Cabras. Il più anziano corre da oltre 50 anni.

Vestiti di bianco, scalzi e compatti, i corridori affrontano oltre sette chilometri di polvere e fatica non per spettacolo, ma per voto, per chiedere una grazia o per ringraziare il Santo; e la corsa è di buon auspicio per il raccolto, per la pescosità nello stagno e la fertilità delle greggi.

Quattordici gruppi, mude di cinque

Dietro quella che sembra una folla c'è un'organizzazione minuziosa. L'associazione Is Curridoris conta quattordici gruppi, e ogni gruppo è composto da 14 mudas, ogni muda da cinque uomini. Sette gruppi trasportano il simulacro all'andata del sabato e sette lo accompagnano la domenica; quale gruppo apra la corsa a Cabras e quale la concluda al villaggio lo stabilisce un turno, che segue regole precise e assicura a tutti, negli anni, di poter portare il simulacro.

In testa al corteo stanno due cerimonieri che sostengono la pesante portantina, che non può essere superata: ogni cento metri si danno il cambio, e lungo la strada si grida «Viva Santu Srabadoi». Un tempo il trasporto avveniva camminando; fu la partecipazione crescente di fedeli — chi per promessa, chi per devozione — a far decidere di farlo di corsa, anche grazie al maggiore ricambio di uomini.

Le donne e Santu Srabadoeddu

C'è una seconda statua, ed è affidata alle donne. Si chiama Santu Srabadoeddu, è la piccola e antichissima statuetta del Santissimo Salvatore, e sono le donne di Cabras a custodire l'onore e la responsabilità di portarla in processione: all'alba del primo giorno della novena la conducono, scalze e vestite con l'abito tradizionale, fino al villaggio. È il gesto che segna l'avvio dei festeggiamenti, e l'8 settembre, con il rientro della statuetta, si chiudono tutte le celebrazioni.

Il loro ruolo viene da lontano. Fino ai primi del Novecento la festa cadeva in pieno agosto ed erano le donne a guidare il rito iniziale, conducendo la statua di San Salvatore al santuario campestre, mentre agli uomini, assorbiti dal lavoro nei campi, spettava soltanto il compito di riportarla in paese; con lo spostamento della celebrazione a settembre il trasporto del simulacro principale passò agli uomini, ma le donne conservarono un ruolo centrale legandosi a Santu Srabadoeddu. Sono loro, per tradizione, a dare il via alle novene, e la processione delle donne in abito tradizionale è considerata uno dei momenti più toccanti dell'intera manifestazione: i fazzoletti che raccolgono i capelli, i corpetti ricamati che brillano di colori, i canti e le preghiere in sardo che si intrecciano al silenzio e alla fatica del cammino.

Sette chilometri di polvere e pietre

Il percorso separa la cittadina lagunare dal santuario campestre: circa sette chilometri, prima l'asfalto e poi lo sterrato, lungo sentieri polverosi e pieni di pietre. La meta è il villaggio di San Salvatore di Sinis, con la sua chiesa rurale costruita intorno al XVII secolo — edificata, raccontano, sopra un tempio pagano sotterraneo dedicato in età nuragica al culto delle acque. Attorno a quella chiesa sono sorte nel tempo le casette degli agricoltori, abitate soltanto nella settimana che precede la prima domenica di settembre.

All'arrivo il Santo è accolto dagli abitanti e accompagnato alla chiesetta, dove si celebra una solenne funzione religiosa fra i canti tradizionali chiamati Coggius. La festa solenne comprende il primo sabato e la prima domenica di settembre ed è preceduta da nove giorni di funzioni religiose — rosario, messa, via crucis e novena —, mentre la celebrazione liturgica nell'Ipogeo e la processione eucaristica danno avvio al cuore spirituale della festa.

Domenica il percorso si inverte

Il giorno dopo si ricomincia al contrario: la domenica pomeriggio, al calare del sole, il percorso si inverte e la statua rientra a Cabras, accolta da un'immensa folla che dà vita alla processione fino al sagrato della chiesa di Santa Maria Assunta, dove resterà custodita per un altro anno intero. Compiuta l'impresa, is curridoris si danno appuntamento «a attrus annus», al prossimo anno.

Un tempo quel rientro aveva un seguito preciso: si chiudevano le case del villaggio e, raccolte le masserizie, gli abitanti tornavano con le carrette al seguito della statua, in silenzio, con la malinconia dell'attesa per l'anno successivo. Oggi la Corsa degli Scalzi è riconosciuta come patrimonio culturale immateriale e richiama decine di migliaia di visitatori, ma per chi corre resta quello che è sempre stata: un atto di intima spiritualità, una promessa mantenuta, un'eredità tramandata da oltre cinquecento anni.

Come arrivare alla festa

Raggiungere la Corsa degli Scalzi a Cabras richiede un po' di viaggio, ma l'esperienza ripaga il tragitto. Chi viaggia su rotaia scende alla stazione ferroviaria di Oristano, a 8,3 chilometri da Cabras, e per l'ultimo tratto serve un mezzo. Il mezzo più comodo è l'automobile: chi esce allo svincolo di Oristano Nord – Siamaggiore ha davanti un percorso di 9,8 chilometri, dieci minuti di guida.

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