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Festa di Sant'Agata a Catania e il busto reliquiario 2027

12 min di lettura · Scritto da: Rodolfo de Carvalho
Ultima edizione conosciuta
5 febbraio 2026
Dove Cattedrale, Catania

Questa e' l'ultima edizione di cui abbiamo notizia: le date della prossima non sono ancora state annunciate.

Fonte: cattedralecatania.it, letta il 02/09/2026.

La festa di Sant'Agata si svolge a Catania dal 3 al 6 febbraio, poi il 12 febbraio e il 17 agosto. Per sapere che giorno è, basta guardare i fiori sul carro: dall'addobbo floreale della vara si può desumere il giorno della processione. Infatti i fiori che ornano il fercolo, sempre garofani, sono di colore rosa — simbolo del sangue e del supplizio del martirio — durante il giro esterno del 4 febbraio, e di colore bianco — segno di purezza, fede e rinascita — durante il giro interno del 5 febbraio, che commemora la nascita al cielo della santa.

Un busto cavo, e dentro il teschio

Realizzato nel 1376, il busto — cavo all'interno — contiene il teschio, il torace e le viscere della santa, ispezionabili attraverso un coperchio posto in cima alla testa.

Il busto fu realizzato in Francia dall'artista Giovanni di Bartolo e da maestranze francesi, su incarico del vescovo di Catania, Marziale, che esaudì un desiderio di Papa Gregorio XI, ed è interamente ricoperto da oltre 300 gioielli ed ex voto di pregevole fattura.

Lo scrigno contiene le parti rimanenti del corpo della santa — le due braccia con le mani, le due gambe con i piedi, i due femori, una mammella — e il velo. Il busto e lo scrigno custodiscono, e permettono di portare in processione, il corpo della santa nella sua interezza.

Per il resto dell'anno tutto questo sta chiuso in uno stanzino che i catanesi chiamano per nome: alla fine della festa busto e scrigno rientrano e vengono riposti nel piccolo vano — chiamato affettuosamente dai catanesi 'a cammaredda, «la cameretta» — all'interno della cappella della santa, e il rito della chiusura, mediante tre chiavi, della porta aurea del sacello che custodisce i resti della patrona segna la conclusione dei giorni centrali della festa.

Diciassette quintali tirati a mano

Il fercolo attuale è un capolavoro di oreficeria rinascimentale realizzato nel 1519 dall'orafo Vincenzo Archifel, che operò a Catania dal 1486 al 1533. Ha la forma di un grande tempietto a pianta rettangolare, realizzato in argento massiccio con un'anima in legno e coperto da una cupola a padiglione sorretta da sei colonne corinzie, ed è ornato tutt'intorno da dodici statue raffiguranti gli apostoli.

Il peso complessivo supera i 17 quintali, e la macchina viene trascinata a mano nuda dai devoti in abito bianco tramite lunghe corde di canapa.

Nel corso della festa un sacerdote e il maestro del fercolo, chiamato «capovara», si trovano a bordo. Il capovara ha il compito di coordinare i tempi della processione, comunicando con le maniglie del cordone e con i devoti sotto il fercolo per regolare l'impianto frenante.

Non è sempre andato su ruote. Prima veniva portato a spalla da circa 180 devoti che, quando stancavano, si davano il cambio con altrettanti; dopo il terremoto del 1693 fu posto su quattro mezzelune trainato da gran numero di devoti per mezzo di due lunghe corde, mentre altri lo alzavano a spalla, e nel Novecento le mezzelune furono sostituite dalle ruote.

Il momento dello «sbarramento» — quando il fercolo si ferma davanti alla porta della Cattedrale e i devoti faticano per farlo entrare — è uno dei passaggi più celebri e fisicamente intensi dell'intera festa.

Le candelore delle corporazioni

Davanti al fercolo camminano le candelore: grandi costruzioni in legno riccamente scolpite e dorate in superficie, realizzate prevalentemente nello stile del barocco siciliano, contenenti al centro un grosso cereo e sormontate da un'ampolla di vetro o da una ricca corona di fiori.

Hanno altezze diverse e pesano fra i 400 e i 900 chili, e vengono portate a spalla da un gruppo di quattro a dodici uomini, a seconda della stazza e del peso di ciascuna candelora. La tipica andatura caracollante è detta «a 'nnacata».

Ognuna appartiene a un mestiere: rappresentano le corporazioni delle arti e dei mestieri, i quartieri della città o le associazioni di devoti — i panettieri, i pescatori, i macellai, i fruttivendoli — e le corporazioni si tramandano il compito di portarle a spalla di padre in figlio.

Il numero è cambiato nei secoli: prima erano una trentina i ceri votivi delle corporazioni di arti e mestieri, detti «gilii»; dopo il terremoto del 1693 i ceri votivi divennero le attuali undici candelore, stabili e di legno, con all'esterno scene del martirio; oggi le candelore che prendono parte alle festività agatine sono quindici.

La candelora ha un significato semplice ma profondo: rappresenta la luce che scaccia le tenebre. La prima candelora è la più piccola e l'ultima arrivata del gruppo, essendo stata voluta dal vescovo Ventimiglia in seguito all'eruzione del 1776.

Il sacco bianco, e la domanda che si urla

I devoti, detti «ignudi», erano avvolti soltanto da una tovaglia attorno al bacino, e andavano a piedi scalzi. Dalla seconda metà del Seicento cominciarono a indossare l'attuale «sacco» votivo bianco, e alla fine dell'Ottocento cominciò a scomparire l'usanza di andare a piedi scalzi.

L'abito completo è fatto di cinque pezzi: il copricapo di velluto nero, il saio, il cordone monastico, simbolo di castità, i guanti, come segno di rispetto per la purezza della Santa, e il fazzoletto bianco, che viene agitato durante i momenti di esultanza nelle processioni.

I devoti gridano parole di devozione caratterizzate dalla domanda «Cittadini / cittadini / semu / tutti / devoti tutti?» a cui segue un sentito «Cettu… cettu! Evviva sant'Aita!».

I tre giorni di febbraio

Il 3 febbraio si porta la cera: la giornata si apre con la solenne processione per l'offerta della cera, a cui partecipano le più alte cariche religiose e istituzionali della città, insieme alle aggregazioni laicali e alle confraternite provenienti da tutta la diocesi. Nel corteo ci sono anche le due settecentesche Carrozze del Senato trainate da cavalli e i valletti comunali con i tradizionali abiti del XVIII secolo, e si percorre Via Etnea da Piazza Duomo alla chiesa di Sant'Agata alla Fornace, in Piazza Stesicoro, per tornare indietro e chiudere in cattedrale col Te Deum. La cera, per regolamento, deve essere bianca, la sola ammessa in Cattedrale per i fumi. La sera si svolge in Piazza Duomo il caratteristico spettacolo pirotecnico dei fuochi del 3 febbraio — a sira o' tri, in dialetto catanese — accompagnato dal concerto di inni in onore della santa patrona, con la Cantata in onore di sant'Agata composta dal musicista catanese Michele Giarrusso.

Il 4 febbraio comincia prima che faccia giorno: il culmine dei festeggiamenti ha inizio all'alba con la Messa dell'Aurora, prima della quale il busto reliquiario di sant'Agata e lo scrigno argenteo vengono prelevati dalla cappella che li custodisce, celati alla vista, per il resto dell'anno, e «consegnati» ai devoti, che li porteranno lungo il giro esterno. Il fercolo fa la sua prima sosta presso l'edicola votiva, la Fontanella di Sant'Agata, con l'offerta della cera, costeggia gli archi della Marina, raggiunge la stazione e il viale Libertà, per poi attraversare via Umberto sotto i fuochi d'artificio, e più tardi prosegue attraverso i quartieri popolari, toccando via Plebiscito, via Garibaldi, piazza Risorgimento e piazza Palestro, e qui si conclude la giornata con uno spettacolo pirotecnico, che i catanesi chiamano «i Fochi do Futtinu». Poi, nel buio della notte, Sant'Agata attraversa i quartieri di San Cristoforo e Angeli Custodi, concludendo il giro esterno con la suggestiva «Calata della Marina» prima di rientrare in Cattedrale. Quel giro tocca i luoghi dove Agata morì — la chiesa alla Fornace, Sant'Agata al Carcere, e Sant'Agata la Vetere, il primo luogo di sepoltura della Santa — e ha il suo momento più teso nell'acchianata dei Cappuccini, la salita che il fercolo affronta di corsa.

Il 5 febbraio è il giorno della santa: in tarda mattinata si celebra la messa pontificale, che costituisce l'evento liturgico più importante dell'intera festa, e nel pomeriggio parte il giro interno. Questo percorso è recente: solo dal 1846 alla Messa solenne nella ricorrenza del martirio si iniziò ad aggiungere la seconda processione delle reliquie con il fercolo, e nacque per una richiesta delle monache — il percorso toccava i sei monasteri femminili di clausura, rispondendo così al desiderio delle monache di poter «vedere sant'Agata» dalle grate del proprio monastero. Dopo la seconda guerra mondiale fu prolungato fino al quartiere del Borgo. Qui il fercolo sosta in piazza Cavour per assistere ai tanto attesi Fochi do Burgu, accompagnati da devoti che portano ceri illuminati come offerta alla patrona, c'è la salita di San Giuliano, e lungo via Crociferi le suore benedettine dedicano un canto delicato alla santa, a cui segue lo scambio dei fiori.

Il 6 febbraio, in tarda mattinata, il busto e lo scrigno rientrano in Cattedrale e vengono nuovamente riposti, tra la commozione dei devoti. La festa si conclude con i devoti, in lacrime, che agitano guanti e fazzoletti bianchi in segno di saluto alla patrona, mentre questa si gira un'ultima volta verso la piazza Duomo.

Due usanze antiche sono la strisciata e le 'ntuppateddi. La strisciata: nel corso del Settecento, al passaggio del fercolo sotto i balconi del seminario, i seminaristi lanciavano un gran numero di nastri di carta colorata. Le 'ntuppateddi erano donne di ogni ceto sociale che nei giorni 4 e 5 febbraio da sole andavano in giro per la città, mescolandosi alla folla, con il capo completamente coperto e con un solo occhio libero, in modo da essere irriconoscibili e potendo così chiedere e ottenere doni dagli uomini.

Il 17 agosto: le ossa tornate da Costantinopoli

C'è una seconda festa. I primi festeggiamenti in onore di sant'Agata, anche se non programmati, avvennero probabilmente in modo spontaneo il 17 agosto 1126, quando le spoglie della Santa catanese, trafugate nel 1040, furono riportate in patria da due soldati, Gisliberto e Goselmo, dalla città di Costantinopoli.

Il generale bizantino Giorgio Maniace non riusciva a sconfiggere le truppe musulmane nelle battaglie di Troina e Siracusa del 1040 per la negligenza del comandante della flotta, e temendo dunque le ire dell'imperatore, decise di portargli in dono alcune reliquie di santi, tra cui le spoglie di sant'Agata, che rimasero così a Costantinopoli per 86 anni.

Giunte ad Acicastello, dopo un lungo viaggio attraverso Smirne, Corinto, Taranto e Messina, le sue reliquie furono consegnate al vescovo Maurizio e portate in processione fino a Catania. Maurizio compose l'Ufficio della Traslazione e ne istituì l'annuale celebrazione il 17 agosto.

Il 17 agosto si commemorano il ritorno delle reliquie a Catania nel 1126 e la liberazione dall'eruzione dell'Etna del 1669, quando la colata si fermò alle porte della città.

Agata, Quinziano e il velo sulla lava

Il proconsole Quinziano si invaghì di lei e, non sopportando il suo rifiuto, la sottopose a un processo in cui le fu chiesto di rinnegare la propria religione. Decise anche di affidarla alla cortigiana Afrodisia, allo scopo di corromperne lo spirito e la fede.

Le torture andarono dalla fustigazione all'atroce strappo delle mammelle, fino al prodigioso evento in cui, mentre il corpo di Agata veniva martoriato dal fuoco, il velo rosso simbolo della sua consacrazione a Dio non bruciava. Morì il 5 febbraio del 251.

L'anno successivo alla sua morte un'eruzione dell'Etna minacciava la città di Catania. Molti accorsero al suo sepolcro prendendo il velo che la ricopriva e lo apposero alla lava arrestandola. Da quel giorno Agata venne proclamata Santa e patrona della città, ma anche protettrice contro le eruzioni.

La chiesa di Sant'Agata la Vetere presenta al suo interno una cella di età romana di piccole dimensioni che viene identificata, secondo la tradizione, col carcere di Sant'Agata, dove la giovane ricevette l'epifania taumaturgica di San Pietro e, infine, morì dopo il supplizio della fornace.

Due dolci che raccontano il martirio

Le minne di Sant'Agata, letteralmente «seni» in siciliano, richiamano il martirio della santa, e sono cupole di pan di spagna con ricotta e glassa bianca, con una ciliegia candita in cima. Dentro c'è pan di spagna bagnato con liquore, farcito con ricotta di pecora zuccherata e gocce di cioccolato.

Accanto ci sono le olivette: piccoli dolci di pasta di mandorla modellati a forma di oliva, colorati di verde brillante, e il colore verde è quello del ramoscello d'olivo, simbolo di pace e purificazione.

Prima di Agata, una dea che veniva dal mare

Un'altra tradizione, riportata da Apuleio ne Le metamorfosi, dice che la festa della dea Iside nella città greca di Corinto avrebbe molti punti di contatto con la festa catanese, e in particolare il popolo, vestito di una tunica bianca, che partecipava ai festeggiamenti viene accostato al saccu, la tunica di cotone bianco indossata in processione dai devoti.

La prima similitudine fra le due figure è la mammella: Iside era plurimammia: veniva raffigurata come esempio di fertilità immensa con mille mammelle. La «Vara» è la metafora di un'imbarcazione tirata a terra dal mare grazie all'utilizzo di lunghe funi d'alaggio: quello che attualmente è il cordone tirato dai devoti.

La festa, un tempo, cominciava due giorni prima e aveva anche una corsa di cavalli: il 1º febbraio si teneva la fiera, una delle principali dell'isola per qualità e quantità di prodotti, il 2 le autorità accompagnavano il vescovo in Cattedrale per la Purificazione della Vergine Maria, e nel pomeriggio si teneva la corsa del palio, o meglio dei palii visto che i gonfaloni da assegnare ai vincitori erano quattro. Fra le bancarelle, ancora oggi, ci sono banchetti di dolci, frutta secca e carne di cavallo.

Nei secoli le ricorrenze in onore della santa sono state tre: l'anniversario del martirio, il 5 febbraio; la traslazione delle reliquie da Costantinopoli a Catania, il 17 agosto; il patrocinio per la cessazione della peste del 1576, il 17 giugno. Dal 1209 al 1375 sono attestate processioni con il velo della santa, e nel 1662, grazie all'interessamento del cardinale Camillo Astalli, vescovo di Catania, il pontefice Alessandro VII autorizzò la celebrazione con rito doppio dell'ufficio di Sant'Agata in tutta la Sicilia.

Come arrivare alla festa

Arrivare a Catania per la Festa di Sant'Agata non è complicato. Per chi preferisce la comodità del treno, la stazione ferroviaria di Catania Centrale si trova a 2,8 chilometri dal centro: si arriva nel cuore dell'evento con una breve passeggiata. Per chi si mette al volante, lo svincolo di Aeroporto dista 4,8 chilometri, cioè 7 minuti di strada.

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