Festino di Santa Rosalia a Palermo 2027 - La prima processione del 1625 e l'offerta della cera
Questa e' l'ultima edizione di cui abbiamo notizia: le date della prossima non sono ancora state annunciate.
Fonte: repository.comune.palermo.it, letta il 20/09/2026.
Il Festino comincia con un gesto silenzioso, prima di ogni carro e di ogni fuoco. Il 10 luglio il sindaco, le confraternite e i fedeli portano la cera alla Santuzza: il corteo parte da piazza Pretoria, passa dai Quattro Canti e imbocca il Cassaro fino alla Cattedrale, dove si apre la Cappella Senatoriale, esce l'Urna argentea e il primo cittadino dona la lampada votiva. È un rito più antico del Festino stesso, e viene da lontano: come a Trapani e a Catania, la festa di Santa Rosalia ha inglobato l'antica cerimonia dei Cilii, i grandi ceri che le corporazioni di mestiere offrivano alla Madonna. Da lì la città ha cinque giorni per ricordare come si salvò.
La peste arrivata dal porto
Nel 1624 il viceré di Sicilia, Emanuele Filiberto di Savoia, che risiedeva a Palermo, lasciò entrare nel porto un vascello proveniente da Tunisi e guidato da Maometto Calavà, moro tunisino. La nave era sospetta di peste e portava doni ricchissimi e schiavi cristiani liberati. Una fonte è più esplicita e data l'attracco al 7 maggio, aggiungendo che il viceré diede il permesso contro il parere del senato, perché a bordo c'erano mercanzie e doni che il re di Tunisi aveva inviato a lui.
Il morbo passò dai topi ai mercati, dalle periferie al centro. La città si difese come poteva: gli ammalati venivano chiusi dentro casa in abitazioni barrigiate, sbarrate e sorvegliate da soldati perché nessuno potesse uscire, e per le strade passavano i carri che portavano gli appestati alle fosse comuni. Alle sante che avrebbero dovuto proteggerla — Agata, Cristina, Oliva e Ninfa, una per ciascuno dei quattro mandamenti cittadini — la popolazione si affidò invano.
Una ricamatrice, un saponaio e le ossa leggerissime
La svolta arrivò da una donna che nessuno conosceva. Girolama La Gattuta, ciminnese, quarantasette anni, ricamatrice, era ricoverata all'Ospedale Grande di Palermo con una forte febbre maligna. Il 15 ottobre 1623, mentre soffriva, vide una monaca vestita di bianco che si tirava dietro i fulmini; quella le toccò la bocca e la donna si sentì riempita d'acqua. Era Santa Rosalia, che le disse di salire sul Monte Pellegrino a sciogliere un voto.
Il 26 maggio 1624, giorno di Pentecoste, Girolama salì davvero, con il marito Benedetto Lo Gattuto, con il marinaio trapanese Vito Amodeo e con la moglie di lui. Bevve l'acqua che gocciolava dalle pareti di una grotta accanto all'antica chiesa di Santa Rosalia e guarì. Poi si addormentò e sognò la Madonna vestita di bianco, col Bambino in braccio e una collana di coralli al collo, che le indicava di scavare dentro la grotta: là avrebbe trovato «una santa, un tesoro». In fondo alla grotta, nel sogno, c'era una giovane in ginocchio, con una lunga tunica di arbraxo — stoffa di sacco vecchio — che pregava con la corona in mano. Girolama ci portò il marito, i contadini dei dintorni e i frati francescani del convento vicino, e agli inizi di giugno fece cominciare gli scavi.
Finirono il 15 luglio 1624. Sotto una grande lastra piatta di marmo e calcarenite comparvero ossa umane bianchissime, inglobate in concrezioni calcaree. Tre cose convinsero i presenti: il colore candido e le dimensioni delicate del cranio, che le fecero giudicare ossa di donna; il fortissimo profumo di fiori che emanavano; e il fatto, messo per iscritto dai testimoni, che bastò un uomo solo a sollevare la cassa, perché erano leggerissime. Accanto ai resti c'erano due croci, una ciotola e un conta-preghiere. Quella grotta, del resto, era già stata invocata contro un'epidemia nel 1474, due secoli prima della peste famosa.
Le ossa furono ripulite e portate nella cappella del Palazzo Arcivescovile, dove risiedeva il cardinale Giannettino Doria. A esaminarle furono i padri medici anatomici gesuiti guidati da padre Giordano Cascini, che scrisse anche la prima biografia della santa raccogliendo prove storiche e tradizioni orali. Il Senato non aspettò il seguito: il 27 luglio 1624 deliberò di eleggere Rosalia patrona di Palermo, di dedicarle una cappella in Cattedrale e di far costruire un'arca d'argento; il 2 settembre ordinò di illuminare le strade in suo onore.
Mancava il gesto che avrebbe fermato il contagio, e a innescarlo fu un uomo disperato. Vincenzo Bonelli era il saponaro della pannaria, che in città tutti conoscevano come «il cacciatore»; abitava nel mandamento Monte di Pietà, in via Pannaria, e aveva perso di peste la moglie quindicenne. Salì sul Monte Pellegrino per uccidersi e là gli apparve Rosalia, che lo fermò e gli parlò in dialetto palermitano: non temere, vieni con me, ti mostrerò dove è seppellito il mio corpo. Doveva riferire all'arcivescovo una condizione precisa: solo se i suoi resti fossero stati portati in processione e si fosse cantato il Te Deum laudamus la peste sarebbe finita. Gli predisse anche che sarebbe morto di peste, e così avvenne: fu quella morte a convincere il cardinale. Era il 13 febbraio 1625.
Doria riconvocò allora la commissione di teologi e medici, che il 18 febbraio certificò che fra i reperti c'era un corpo di giovane donna, incastonato nella pietra; il 22 febbraio il Senato ricevette ufficialmente le reliquie, e il 3 marzo autorizzò la spesa per l'urna d'argento e vetro. Il 9 giugno 1625 l'arcivescovo, seguito da tutto il clero, dal senato palermitano e dai cittadini più in vista, portò le reliquie in processione per le strade. Al passaggio dei resti, sull'intonazione del Te Deum, il contagio si bloccò: da quel momento non furono registrati nuovi casi e gli ammalati cominciarono a guarire. L'anno prima c'era già stata una prima uscita, ma brevissima: le reliquie erano state spostate di pochi metri, dal Palazzo Arcivescovile alla Cattedrale.
Il resto venne dopo. Il corpo riposa oggi nell'urna argentea realizzata nel 1631; nel 1630, su spinta dei gesuiti che ne avevano organizzato il culto, Rosalia fu elevata agli altari e iscritta nel Martirologio, che al 15 luglio registra l'invenzione del corpo della vergine palermitana che, ritrovato miracolosamente, «liberò la Sicilia dalla peste nell'anno del giubileo».
Il carro a forma di vascello
Il simbolo del Festino, ai tempi del miracolo, non c'era ancora. Le prime processioni avevano quattro piccoli carri, le macchinette, e solo nel 1686 vi si affiancò un grosso carro trionfale trainato da muli. Nel 1701 l'architetto Paolo Amato gli diede per la prima volta la forma di vascello, ed è quella che ha attraversato i secoli.
La forma non è un ornamento. Il carro simula la nave, cioè l'immagine stessa con cui il morbo era arrivato in città, ribaltata in macchina di trionfo. L'idea di fondo viene dall'antico trionfo romano, la ricompensa più onorevole per il condottiero che avesse riportato una grande vittoria: la Santuzza si era prodigata per la sua città e andava portata in trionfo come una regina. La macchina barocca era decorata con pitture degli episodi della vita della santa, con puttini e figure metaforiche, e trasportava musici e cantori; la trainavano quaranta muli riccamente bardati, sostituiti negli anni successivi dai buoi.
Poi cambiò di continuo. Dopo il 1822 al centro del carro comparve una torre decorata con la statua in cima, tutto dorato. La forma di vascello illuminato da ceri resistette fino al 1860, quando lasciò il posto a una sorta di vasca ornata di puttini e figure allegoriche. Nel 1896, su proposta dello studioso Giuseppe Pitrè, il carro tornò per le strade ricostruito sul modello del 1857: largo quattordici metri, lungo ventidue, alto trenta. Dopo due lustri di sospensione si arrivò al 1924, terzo centenario del ritrovamento: l'incarico andò all'ingegnere Scibilia, che costruì una conca alta venticinque metri, lunga venti e larga dieci, illuminata da centinaia di lampadine elettriche colorate, e al suo interno il cardinale Alessandro Lualdi celebrò la messa trionfale davanti a una folla enorme. Nel 1974, per il trecentocinquantesimo Festino, si tornò ai disegni di Paolo Amato: l'architetto Rodo Santoro rielaborò il vascello barocco, dieci metri d'altezza per nove di lunghezza, trainato da buoi. Da quel momento il carro è anche un piccolo palcoscenico.
La sua anatomia è studiata per essere vista da lontano: prua bassissima e castello di poppa molto alto, così che tutto resti visibile mentre il carro avanza fra due ali di fedeli. A prua prendono posto i musicisti, e sopra il castello di poppa, su un piedistallo, trionfa la statua della santa con in mano il vessillo rosso e giallo del Comune. In tutto ci salgono una sessantina di persone fra orchestrali e coro, e quattro grandi ruote — due più larghe, per la stabilità — muovono il galeone lungo il Cassaro. Sotto il rivestimento c'è il mestiere: telaio in scatolato di ferro delle Officine Meccaniche Regionali di Partanna Mondello, smontabile per essere riusato ai festini successivi, fasciami di legno, balaustre e festoni torniti al tornio o fusi in resina sintetica, e la doratura acrilica stesa dagli scenotecnici del Teatro Massimo nel laboratorio di Brancaccio. I palermitani lo chiamano muntagnedda d'oru, la montagnella d'oro. E ogni anno carro e statua si rifanno da capo, reinterpretati da artisti contemporanei. Il Festino, nel suo insieme, è riconosciuto patrimonio immateriale d'Italia dall'Istituto centrale per la demoetnoantropologia.
Cinque giorni, dal Cassaro al mare
Fra il 10 e il 15 luglio la città tiene insieme due programmi: quello religioso, fatto di liturgie, mostre e spettacoli rievocativi, e quello della municipalità, che ha il suo culmine la sera del 14. Nei giorni di mezzo il centro storico diventa un teatro a cielo aperto, con attori, danzatori e musicisti che nei vicoli e davanti alle edicole votive intonano i triunfi; in Cattedrale l'urna viene traslata dalla cappella alla navata centrale perché i devoti possano avvicinarla, e le liturgie degli 11, 12 e 13 luglio sono animate a turno dalle comunità parrocchiali dell'arcidiocesi. Una si celebra nella cappella del Palazzo Comunale dedicata alla santa, e finisce con l'omaggio floreale che i vigili del fuoco portano alla statua sulla facciata del palazzo.
La sera del 14 l'asse principale di Palermo diventa il palcoscenico, e un chilometro di luminarie segna il tragitto. Il corteo parte dal piano del Palazzo dei Normanni, o dalla Cattedrale a seconda dell'edizione, e scende lungo il Cassaro fino a Porta Felice e al Foro Italico, secondo un itinerario che va dalla morte alla vita: dalla peste ai fuochi in riva al mare. Le tappe raccontano una storia. Al Palazzo Reale, residenza di Rosalia prima della vita eremitica, si ricorda l'arrivo della peste; alla Cattedrale arabo-normanna, dove sono custoditi i resti, si rievoca il miracolo e si svela la statua sul carro; ai Quattro Canti il sindaco offre a nome di tutti un mazzo di rose e, al grido «viva Palermo e Santa Rosalia», dal cielo scende una pioggia di petali; Porta Felice è il luogo della liberazione dal male. Accanto al carro trionfale sfila spesso un carro-teatro che mette in scena la città in preda al disordine e alla paura del contagio, mentre la gente porta corone di rose e getta petali al passaggio.
La giornata era cominciata all'alba, con i mortaretti delle alborate, le campane delle chiese del centro a distesa e i rintocchi della campana senatoriale di palazzo Pretorio ad annunciare il giorno di festa. Negli ultimi decenni lo spettacolo è cambiato pelle: da sfarzosa sfilata di autorità civili, militari e religiose è diventato una rappresentazione teatrale vera e propria, con giochi di luce e danze acrobatiche che raccontano gli ultimi giorni della peste.
Il 15 luglio è il giorno religioso, e mette insieme due anniversari: il ritrovamento delle spoglie, il 15 luglio 1624, e la prima processione, il 9 giugno 1625. Dopo le messe solenni in Cattedrale, nel tardo pomeriggio esce l'Arca argentea con le reliquie. Aprono il corteo tutte le confraternite di Palermo, seguono gli ordini religiosi e il clero, e dietro la vara vengono il cardinale e le autorità cittadine. Si percorre il Cassaro fino a piazza Marina, dove la processione si stringe intorno all'arcivescovo per ascoltarne il messaggio alla città; poi si riprende per via Maqueda, la discesa dei Giovenchi, piazza Sant'Onofrio, via Pannaria, piazza Monte di Pietà — con la sosta davanti alla prima edicola votiva della Santuzza —, via Judica, via Gioiamia e via Matteo Bonello, e l'urna rientra in Cattedrale a mezzanotte fra le grida dei confrati. A portare l'effigie sono confraternite antiche: quella di Santa Rosalia dei Sacchi, fondata nel 1635 da barbieri e calzolai e chiamata così dall'abito indossato in processione, che custodisce l'immagine nella chiesa di Casa Professa, e dal 1674 quella dei Muratori, che ne conserva ancora oggi il privilegio. Le offerte raccolte nei giorni del triduo e del 14 e 15 luglio vanno alla Missione Speranza e Carità fondata da Biagio Conte.
La festa del popolo: babbaluci, triunfi ed edicole votive
Fino a pochi decenni fa il programma religioso si fermava alle novene e alle liturgie in Cattedrale. Il popolo, però, il Festino se l'è sempre considerato roba sua — «tempo e spazio sacro del suo parlare con la Santa», scriveva il Villabianca — al punto che nei secoli scorsi le ragazze da marito chiedevano ai promessi sposi di impegnarsi per iscritto ad accompagnarle alla festa: la partecipazione al Festino entrava nei patti prematrimoniali.
Il canto della devozione si chiama triunfu, e nasce dall'usanza di ringraziare con una ballata il santo da cui si era ottenuta una grazia, decantandone le virtù e la gloria. Davanti alle edicole votive dei vicoli si recitano ancora testi e canti della tradizione, accompagnati da un piccolo insieme di contrabbasso, violino e mandolino. Anticamente li eseguivano dei professionisti: gli Orbi, ciechi dalla nascita o divenuti tali, istruiti fin da bambini a suonare e cantare perché da adulti quel mestiere li mantenesse. Nel 1661 si costituirono in congregazione sotto il titolo dell'Immacolata Concezione, con uno statuto proprio e sede nel convento gesuitico di Casa Professa, e nel loro repertorio le memorie della vita terrena di Rosalia erano fra le più richieste. Alla diffusione del culto contribuì anche il poeta dialettale Pietro Fudduni, pirriaturi — lavoratore della pietra — del quartiere Capo, a cui il Senato chiese di voltare nella lingua del popolo la historia della santa.
Nel centro storico non c'è vicolo che non abbia la sua edicola dedicata a Rosalia. La più antica è quella di piazza Monte di Pietà, del 1625, eretta sul muro esterno della casa in cui abitava Vincenzo Bonello: una lastra d'ardesia dipinta a tempera, con la santa riversa nella spelonca e due cherubini che la sollevano verso il cielo, cornice d'argento cesellato a sbalzo, corona regale d'argento dorato e un crocifisso d'argento in mano. Lì un comitato di cinque persone, che si tassa o raccoglie i fondi porta a porta, allestisce ogni anno il festinello: una miniatura del Monte Pellegrino con la grotta, un'antica testa della santa in cima e la statua del cacciatore, e ai piedi della cappella un tabernacolo di vetro con una copia a grandezza naturale della statua sdraiata, eseguita nel 1975 in materiale gessoso e rivestita di lamine dorate come quella del santuario. Un'altra meta di quei giorni è il vicolo Brugnò, uno stretto squarcio lungo il Cassaro alto di fronte alla Cattedrale, dove gli abitanti allestiscono gli altarini in casa propria.
Sul lungomare la festa cambia registro. Per il palermitano doc non è Festino se mancano i babbaluci e u' muluni, le lumache e l'anguria: le lumache condite con aglio soffritto e prezzemolo, oppure a picchi pacchi, con salsa di cipolla e pomodoro fresco e pepe nero, e la porzione tipo è il piattino. Gli ambulanti coi carretti girano fra via Lincoln, piazza Kalsa e corso Vittorio Emanuele. Ai banchi del Foro Italico si consumano quintali di calia e simienza — ceci abbrustoliti e semi di zucca salati — accanto a noccioline, nocciole tostate, pistacchi, castagne e carrube secche, fave tostate e lupini tenuti in acqua salata dentro una quarara di rame; lo sfincionaro taglia dalla teglia lo sfincione, focaccia lievitata con pomodoro e cipolla, pangrattato, caciocavallo e acciughe; il panellaro frigge le panelle e i crocché e, adattandosi ai tempi, serve pagnottelle con salsiccia alla brace; chi vende il pane ca' meusa pesca milza e polmone dallo strutto e li stende sulla pagnotta, schetta o maritata a seconda che ci si aggiunga il caciocavallo o la ricotta. Il venditore di fichi d'India li tira dalla tinozza d'acqua fredda che ne neutralizza le spine e li apre con tre tagli; al tavolo del purparu si mangiano polpo bollito, cozze scoppiate, ostriche e ricci innaffiati di limone. Fra i dolci ci sono la cubaita, colata calda sul marmo e tagliata col coltellaccio una volta indurita, i torroni dei turrunara — bubbuluna, inciminata, mandorlata, nocciolata — e soprattutto il gelato di campagna, torrone tenero di zucchero, pistacchi e coloranti nei colori del tricolore.
Poi arrivano i fuochi sul piano della Marina, una mezz'ora abbondante; un tempo se li contendevano in gara le ditte Napoli e Calamìa. Secoli fa il grande simbolo della festa erano però i fuochi di gioia: macchine alte e maestose, apparati scenografici che simulavano architetture irreali, costruiti intorno al 1650 su disegno degli architetti del Senato Paolo Amato e Nicolò Palma e poi dati alle fiamme perché il fuoco compisse la sua azione purificatrice. Erano di due forme classiche, a piramide e a sviluppo orizzontale, e si bruciavano sul piano del Palazzo Reale; in epoca borbonica furono spostati davanti alla passeggiata a mare, nella cinquecentesca Strada Colonna, e alla fine dell'Ottocento la tradizione si perse. Oggi come allora, quando finisce la masculiata finisce anche la festa, e fra la gente corre il mormorio: «finieru i picciuli».
Chi era la Santuzza
Rosalia Sinibaldi nacque a Palermo intorno al 1130, in una famiglia legata alla corte normanna. L'unica notizia specifica la raccolse lo storico siracusano Ottavio Caetani, morto nel 1620: fu ancilla, cioè dama di compagnia della regina Margherita, sposa dal 1149 di re Guglielmo I, detto poi il Malo, morto nel 1166 — non cameriera, precisa la fonte, perché era figlia di un normanno benvoluto dal sovrano e perché a Palazzo Reale di cameriere e ricamatrici saracene ce n'erano già molte.
Vide da vicino la parte peggiore di quella corte, compreso l'assalto alla reggia del 1161, la cattura temporanea del re e l'uccisione del piccolo erede Ruggero; fu probabilmente dopo quel fatto che chiese di essere lasciata libera. Provò la vita monastica nel monastero basiliano di Santa Maria la Dorata, oggi detto della Martorana, poi la vita eremitica sotto la protezione di alcuni monaci nel bosco di Palazzo Adriano; l'insicurezza del luogo e la nostalgia la riportarono in città, e la regina Margherita le diede in dote, come un feudo, la montagna del Pellegrino, dove sarebbe stata protetta dai suoi pecorai. Vi si sistemò nell'antica chiesetta bizantina addossata alla roccia, nell'atrio a cielo aperto che introduce alla grotta: la roccia, in epoca cartaginese, era stata scalpellata a formare un'edicola con la struttura di un altare punico, e la chiesetta fu distrutta intorno al 1620.
Sul monte non fece la monaca. Non era l'atteggiamento di un'altezzosa ex dama di corte, ma quello di una donna laica non legata ad alcuna regola, se non a quella delle Beatitudini del Vangelo di Matteo: castità, povertà e obbedienza al suo arcivescovo Gualtiero II e al direttore spirituale che saliva a celebrare la messa. Morì il 4 settembre del 1170 circa e fu sepolta nella grotta contigua, in cui allora si entrava soltanto da un piccolo buco in alto che esiste ancora; la sistemazione attuale è del dopo 1624. Il racconto di questi anni si deve a monsignor Paolo Collura, che ne scrisse in «La vita di Santa Rosalia» per il volume «S. Rosalia Patriae Servatrici» curato da M. C. Di Natale ed edito dalla Cattedrale di Palermo nel 1994.
Il culto è più antico del ritrovamento. Dieci anni dopo la morte, nel 1180, fu costruita un'edicola votiva vicino all'ingresso della spelonca, e poco dopo alcuni giurati della città vi fecero erigere una piccola chiesa intitolata a Santa Rosalia. La memoria liturgica del 4 settembre compare già in un quinterno di breviario in uso nel XIV secolo, conservato oggi nella biblioteca comunale di Palermo, dove al 4 settembre si legge Sancte Rosalee, virginis, civis Panormitane. Anche il nome dice qualcosa: le fu imposto il nome nordico Roslinde, rosa chiara, latinizzato in Rosa-Lia, rosa-lilium, rosa e giglio.
Quel giorno la città non l'ha mai lasciato. La chiesa palermitana ha sempre celebrato come festivo il 4 settembre, dies natalis della santa, e il popolo ha sempre fatto l'acchianata: la salita notturna al santuario del Monte Pellegrino, molti a piedi scalzi e con il cero votivo in mano, per celebrarvi l'indomani la festa liturgica. Nelle immagini popolari Rosalia porta il serto di rose e gigli e guarda il crocifisso, con accanto il bastone, la conchiglia del pellegrino e il teschio poggiato sul Vangelo, e indossa l'umile saio francescano invece delle vesti da monaca basiliana che secondo il Cascini avrebbe dovuto portare, e men che meno gli abiti sfarzosi della sua origine nobiliare. È la ragione per cui i palermitani la sentono propria: è la santa dei poveri e degli ultimi, quella che ha scelto una vita grama lasciando gli agi. Perciò non la chiamano per nome ma con un vezzeggiativo, Santuzza, e alla sua festa non dicono festa ma Festino.
Come arrivare alla festa
Partecipare alla festa a Palermo è davvero semplice. Per chi sceglie i mezzi pubblici la stazione ferroviaria di Palermo Centrale è a 1,3 chilometri dal centro, cioè a pochissima distanza dal cuore della festa. Se invece si preferisce l'automobile, l'uscita di riferimento è lo svincolo di Altofonte: da lì bastano 10 minuti di guida (8,9 chilometri) per immergersi nei festeggiamenti.
Eventi nei dintorni
A poca distanza, altre feste che vale la pena conoscere.
- Vampe di San Giuseppe a Palermo — marzo
- San Beato Giovanni Liccio a Caccamo — maggio
- Ottavario del Corpus Domini a Geraci Siculo — giugno