Feste ItalianeIl magazine delle feste d'Italia

Home » Feste Patronali

Feste Patronali

San Bellino a Rovigo e la benedizione degli animali col fiocco rosso 2026

9 min di lettura · Scritto da: Rodolfo de Carvalho
Quando
26 novembre 2026

Fonte: comune.sanbellino.ro.it, letta il 19/09/2026.

La festa di San Bellino si celebra il 26 novembre a Rovigo, in Veneto: è il patrono della città e della Diocesi di Adria-Rovigo. Davanti alla chiesa di San Bortolo i rodigini portano cani e gatti con un fiocco rosso, li fanno sfilare in passerella e il parroco li benedice insieme ai padroni. Il fiocco ricorda l'episodio per cui fu un cane a ritrovare il corpo del vescovo Bellino, ucciso da sicari nel 1147 nella boscaglia di Fratta Polesine.

Il fiocco rosso sul sagrato

Il 26 novembre, davanti alla chiesa di San Bortolo, il sagrato si riempie di persone insieme ai loro cani e gatti, tutti adornati con il caratteristico fiocco rosso in segno di festa. È la benedizione degli animali, una delle tradizioni più sentite della comunità rodigina, che accompagna la ricorrenza di San Bellino, patrono della Diocesi e della Città di Rovigo.

I rodigini appuntano il fiocco rosso ai loro cani per ricordare l'episodio che la tradizione tramanda: fu proprio il migliore amico dell'uomo a ritrovare il corpo senza vita di San Bellino, assassinato dai banditi in un bosco. Dopo la sfilata in passerella, dove i protagonisti sono i cani, il parroco celebra la cerimonia: legge i testi sacri e poi benedice padroni e animali. Non ci sono solo cani, perché numerosi sono anche i gatti, portati davanti alla chiesa dai proprietari nei trasportini. All'iniziativa partecipano il Rotary Club Rovigo e Lions for Pets, realtà sensibili ai temi del benessere animale, oltre all'Ordine dei Veterinari.

Il legame tra il santo e gli animali è antico: San Bellino è considerato protettore dei cani, e per questo il 26 novembre i cani vengono lasciati liberi.

Il vescovo della famiglia Bertaldi

La sua prima biografia lo dice figlio di una famiglia padovana: Bellino è oriundo della nobile famiglia padovana dei Bertaldi, e l'anno di nascita non è noto; compare la prima volta come «canonicus presbiter» in un documento del 1107, poi è nominato arciprete della Cattedrale di Padova, e infine, morto Sinibaldo, viene eletto alla cattedra episcopale.

Quel che non è in dubbio è il tipo di vescovo che fu. Il suo lavoro pastorale è quello dei grandi riformatori: diede inizio a un rinnovamento profondo della Chiesa padovana, del suo clero e del suo popolo, ricostruì la cattedrale distrutta dal terremoto del 1117, avviò l'organizzazione della diocesi dalle cappelle urbane alle parrocchie del contado e pose le premesse per le nuove libertà comunali. Operò principalmente nei territori della Diocesi di Padova per redimere questioni legate al fatto che numerose famiglie possedevano ingiustamente terreni di proprietà della Chiesa, e riprese possesso di molte ricchezze che erano della Chiesa. Fu attento anche ai problemi sociali del suo tempo, intervenendo per esempio per la liberazione dei «servi della gleba», veri e propri schiavi dei proprietari terrieri, tanto che la preghiera di colletta ricorda di lui «la fede intrepida e la carità ardente».

La prima biografia risale al 1288, ed è opera del vescovo di Adria Bonazonta, un secolo e mezzo dopo la morte del santo: fu lui, attorno al 1286, a proclamarlo ufficialmente patrono della chiesa locale, subentrando a Sant'Apollinare.

L'agguato nella boscaglia di Fratta

La lotta per i terreni gli costò la vita. Bellino lottò anche per alcuni beni che la famiglia dei Capovacca continuava a occupare ingiustamente, e uno di quei potenti, toccato nella borsa e nell'orgoglio, gli tese un agguato. Nel 1147, mentre era in viaggio probabilmente verso Badia Polesine, fu assalito nella boscaglia di Fratta Polesine, in via Vespara, da sicari assoldati da quella famiglia.

Il vescovo fu aggredito dai cani rabbiosi dei sicari e scaraventato a terra dal suo cavallo, e lì i briganti lo colpirono ripetutamente a pugnalate fino alla morte. La gente, udendo le urla, si precipitò e lo trovò morto a terra. Gli abitanti dell'attuale Fratta Polesine ne diedero sepoltura nella scomparsa chiesa di San Giacomo di Lugarano, in un'arca di marmo. La sua morte è collocata il 26 novembre del 1147.

Numerosi furono i miracoli attribuiti fin da subito al corpo, che dimostrò una «virtus miracolosa» tanto da attirare pellegrini. Un'antica tradizione afferma che nel 1153 papa Eugenio III lo iscrisse nel canone dei Santi Martiri, ma non è suffragata da documenti; dalla biografia di Bonazonta si rileva comunque che già all'epoca dell'episcopato adriese di Rolando Zabarella, nel 1210, il santo era onorato pubblicamente con gran concorso di devoti.

Le vacche che non vollero proseguire

In seguito a una rotta del Po la chiesa fu coperta dal fango e l'arca che conteneva il corpo del santo rimase sommersa e smarrita per centotrentasette anni.

Nel Duecento, cessato il flagello delle acque, cominciarono le bonifiche, ed emersero le rovine del paese e della chiesa di San Giacomo di Lugarano. A cercare fu un uomo del posto, ricordato come Giovanni Dalla Fratta, detto «Cavasanto»: si racconta che per molte notti gli fosse apparso in sogno un luogo nella campagna con un'arca sepolta e una voce che gli diceva che era quella del santo. Scavò con i figli tra fango e neve e portò alla luce l'arca, ma per sollevarla non bastarono i buoi: su ispirazione divina aggiunse in testa al gruppo due esili vacche, e solo allora fu possibile trasportarla.

La destinazione, però, la scelsero gli animali. Giovanni si dirigeva verso Fratta, ma le vacche presero la parte opposta e si fermarono alla chiesa rurale di San Martino di Variano, dove non ci fu più verso di farle proseguire. Si racconta che a quel punto Giovanni abbia buttato a terra la sua verga di pero, che mise radici, si protese verso l'alto germogliando e fiorendo: il segno era chiaro, e lì le spoglie vennero deposte. Nei due punti in cui le vacche decisero di sostare vennero in seguito edificati due piccoli oratori. Per devozione il nome del paese fu cambiato da San Martino di Variano in San Bellino, e lo stesso accadde alla chiesa.

I due oratori si visitano ancora. Al primo si accede salendo tre scalini, la porta d'ingresso è in ferro battuto e all'interno, sul lato destro, c'è una statua del vescovo martire donata dalla Parrocchia di San Bellino, mentre al centro una piccola finestra porta un'immagine del santo su un prezioso vetro e sul lato sinistro sta un candelabro poggiato su una mensola in marmo; quel manufatto, abbattuto negli anni Settanta, è stato ricostruito dall'Amministrazione Comunale nel 2003 e inaugurato il 26 novembre dello stesso anno, alla presenza del vescovo della Diocesi di Adria-Rovigo Andrea Bruno Mazzoccato. Il secondo oratorio, lungo via Argine Santa Maria, ha sei gradini di doppia gradinata che sollevano l'ingresso a oltre un metro dal terreno circostante, a causa delle frequenti alluvioni di un tempo; conserva una chiusura a rastrello in legno e sull'altare la statua di san Bellino, e sulla parete di sinistra fino ad alcuni decenni fa era leggibile un dipinto murale con un candelabro.

«L'Arca non si muove»

La Repubblica Veneta nel 1487 ordinò di avere cura dell'arca, e documenti ecclesiastici, pubblici e laici confermano che alla fine del XVI secolo San Bellino fu dichiarato patrono del territorio di Rovigo. Ai primi del Seicento si tentò di trasferire il sepolcro a Rovigo, ma la proposta incontrò vivissima opposizione, e il Senato veneto pose fine alla discussione decretando: «L'Arca non si muove». Alcuni anni dopo un bellissimo bassorilievo ligneo fu posto nella «Camera della Consulta» di Rovigo, oggi sede del Municipio, a dedizione della città e del territorio al santo; e sul lato del Palazzo Roverella affacciato al Corso del Popolo una lapide raffigura San Bellino di Padova che offre la città alla Madonna.

L'urna, invece, fu resa monumentale sul posto. Nel 1640 le spoglie vi furono trasportate a opera del vescovo di Adria Paolo Savio e collocate in una tomba di marmo alzata su quattro pilastri; poi la nobile Giulia Ariosti, vedova Guarini, ristrutturò la chiesa nel 1647 e fece collocare nel presbiterio l'urna di marmo policromo che ancora oggi si ammira. Nel 1774 papa Clemente XIII elevò a Basilica la Chiesa di San Bellino e stabilì che il 26 novembre si festeggiasse il santo patrono del paese, nello stesso giorno dell'anniversario della sua morte.

Il paese ha il suo epicentro nella Basilica, dove riposano le spoglie, ed è meta di numerosi pellegrinaggi, soprattutto in novembre, quando durante la novena arrivano circa millecinquecento fedeli da tutta la diocesi.

Miracoli contro il male dei cani

Fin dal ritrovamento si racconta che si verificarono alcuni miracoli, e uno in particolare: quello di curare la rabbia. Quasi a rendere palese che chi da cani rabbiosi fu assalito e gettato a terra perdendo la vita era diventato sanatore di quello stesso male. Molte persone si recavano a pregarlo per ottenere miracoli sulla salute o sugli infortuni, ma soprattutto per essere guarite dalla rabbia, proprio quella dei cani dei sicari che l'avevano aggredito, e si racconta che anche la chiave della chiesa abbia la stessa capacità di preservare dal male. In un decreto il Doge rilevava che al santuario affluiscono «tot nationes», che vi si offrono doni ed elemosine e che il santo «ottiene clarissima miracula e guarigioni da morsi di cani idrofobi».

San Bellino è patrono della diocesi di Adria-Rovigo, subentrando a Sant'Apollinare, e insieme di Adria, di Rovigo e del comune di San Bellino; da oltre sette secoli è patrono del Polesine, e a lui sono legate tradizioni, devozioni e opere artistiche, come il Martirio dipinto dal Santi a metà Ottocento nella parete absidale della Cattedrale di Adria. Nel giorno della festa il vescovo lo ricorda con parole che valgono anche fuori dalla chiesa: le notizie storiche, «a dire il vero piuttosto scarne», consegnano l'immagine di un vescovo zelante, impegnato a difendere la libertà della chiesa di fronte al potere secolare e a promuoverne il rinnovamento spirituale.

Come arrivare alla festa

Arrivare a Rovigo per la festa non è complicato. Chi viaggia su rotaia trova la stazione ferroviaria di Rovigo a un passo dal centro, 1,2 chilometri dai luoghi della manifestazione. In automobile si esce al casello di Rovigo, e da lì restano 4,3 chilometri e 5 minuti.

Altre feste in provincia di Rovigo

Nella stessa zona, altre feste con una loro storia.

Da leggere