Home » Folklore e Rievocazioni
Battaglia di Maida 2027 - I quadri e la Cena della Battaglia
La rievocazione della Battaglia di Maida si tiene a Maida, in provincia di Catanzaro, in luglio, per la ricorrenza della battaglia combattuta il 4 luglio 1806. L'associazione culturale La Lanterna organizza l'esposizione di quadri e sculture, trenta in tutto, che rappresentino personaggi, aspetti ed avvenimenti relativi alla battaglia, e la Cena della Battaglia; Nicola Purri realizza in ceramica dorata copia della medaglia coniata da re Giorgio d'Inghilterra in onore dei vincitori e ne fa omaggio ai partecipanti. Quella mattina, nella pianura di Sant'Eufemia ai piedi di Maida e lungo la sponda destra del fiume Amato, si scontrarono le truppe francesi del generale Reynier e le forze britanniche del maggior generale Sir John Stuart.
Trenta quadri per una mattina di luglio
A celebrare la ricorrenza della Battaglia di Maida ci pensa l'associazione culturale La Lanterna, che ogni anno organizza un evento dedicato a quello che accadde nella pianura sotto il paese. Si chiama «Maida 1806» ed è l'esposizione di quadri e di sculture, trenta in tutto, che, senza vincoli di tecnica, rappresentino personaggi, aspetti e avvenimenti della battaglia.
Non è una mostra qualunque, perché gli autori delle opere provengono in gran parte dalle città coinvolte in fatti d'arme durante il decennio francese: chi dipinge lo scontro viene dai luoghi che quello scontro l'hanno subito. L'esposizione è accompagnata dal violino di Alessia Nigro, e la sera la battaglia esce dalle sale e arriva a tavola: nei ristoranti ci sono i figuranti del gruppo Gioacchino Murat di Pizzo, che indossano armi e costumi d'epoca.
Poi c'è la Cena della Battaglia, che si è tenuta negli anni all'Agriturismo Costantino, alla Valle del Pesipe, al Vecchio Convento. È il momento conviviale di una commemorazione che, per il resto, è fatta soprattutto di studio: conferenze degli storici Mario Gallo, Ulderico Nisticò e Vincenzo Villella; un convegno di due giorni nella Chiesa di San Nicola de Latinis su «Il fronte mediterraneo nell'Età napoleonica: la Calabria 1792-1815 e la battaglia di Maida»; l'incontro su «Le battaglie della Piana, aspetti sociali e politici», seguito da una sfilata di costumi d'epoca con il commento di Angela Graziano; l'incontro con il colonnello Salvatore Moschella sul contributo dei volontari siciliani, con la presentazione di un raro cimelio, la divisa del reggimento dei volontari siciliani, e la mostra dei cimeli originali della sua collezione in piazza Garibaldi.
Il paese che si è dato il nome della propria data
A Maida la battaglia non è soltanto un argomento da conferenza: è entrata nella toponomastica e nelle scuole. C'è stata la cerimonia di intitolazione della piazza 4 luglio 1806, e l'inaugurazione della targa «Piazza 4 Luglio 1806» al Rione Le Croci. La ricorrenza di Maida è una delle feste di folklore e rievocazione.
Con l'Istituto comprensivo è nato il progetto «I palazzi della guerra e della pace»: ricerche storiche e un percorso cittadino con l'individuazione dei palazzi e delle famiglie che hanno ospitato e contribuito ad accogliere e sostenere i militari dei due eserciti coinvolti nella battaglia. Sulla stessa strada va l'incontro con la dottoressa Gianna Maione, che ha presentato ricerche d'archivio sulla parte avuta dalla popolazione di Maida nell'assistenza e nell'ospitalità ai feriti. Non i generali, dunque: le case.
E c'è un oggetto che passa di mano in mano ai partecipanti. Nicola Purri realizza in ceramica dorata copia della medaglia coniata da re Giorgio d'Inghilterra in onore dei vincitori, e ne fa omaggio ai presenti.
Al Musmi, il museo militare, è custodito il grande plastico della «Battaglia di Maida»: oltre un anno di lavoro, più di 1100 miniature, molte delle quali pezzi unici appositamente modellati, e tutte dipinte a mano da un gruppo di giovani volontari sotto la guida esperta di un docente dell'Accademia di Belle Arti. Riproduce lo scontro fra l'ala sinistra dello schieramento francese e la brigata leggera britannica, ed è nato come strumento didattico per far comprendere ai visitatori di ogni età che cosa successe. Alle giornate del museo partecipano i gruppi napoleonici: il Quartier Generale Grognards, l'Associazione Napoleonica d'Italia – Tirrarieur du Po, il Primo reggimento fanteria leggera della repubblica cisalpina e regno d'Italia, il 51eme demi brigade de bataille, l'Associazione Tolentino 815, il Gruppo storico di Pizzo.
Come una flotta arrivò nel golfo di Sant'Eufemia
Per capire che cosa si ricorda bisogna tornare al 1806, l'anno che segna la fuga dei sovrani Borbone da Napoli e l'incoronazione a Re di Napoli di Giuseppe Bonaparte, fratello di Napoleone. Il 14 febbraio i francesi, partiti dal Lazio, raggiunsero Napoli senza incontrare resistenza; dopo la disfatta dell'esercito napoletano a Campo Tenese occuparono la Calabria, ed entro il 20 marzo tutta la regione era in mano ai francesi. Cominciava il decennio francese, che sarebbe finito nel 1815 con la fucilazione a Pizzo di Gioacchino Murat. In quello scacchiere il meridione d'Italia era visto come il ponte naturale verso l'Egeo e i Balcani, e nel Mediterraneo stazionava la marina inglese, che controllava la Sicilia e la Sardegna.
Alla fine di giugno l'ammiraglio inglese Sidney Smith decise che era giunto il momento di dare ai calabresi un concreto aiuto per un'insurrezione generale, e organizzò una spedizione navale al comando del generale John Stuart. Il 29 giugno le navi partirono da Messina, e a bordo, per incitare alla rivolta i calabresi, presero posto anche i capi delle truppe di massa: il maggiore Nicola Gualtieri alias Panedigrano, Paolo e Filippo Cancellier, Rosario Licastro, Domenico Gatto, il capitano Scaramella, Raffaele Falsetti e il sacerdote Presta.
Il 30 giugno le navi raggiunsero il golfo di Sant'Eufemia e approdarono davanti al bastione di Malta, che allora era quasi sulla spiaggia: la torre di avvistamento divenne l'accampamento inglese, e attorno al fortilizio fu scavata una trincea semicircolare rafforzata con sacchi di terra. I francesi del generale Jean Louis Reynier si accamparono sul pianoro di Campolongo, alle pendici di Maida, considerata sicura roccaforte giacobina e antiborbonica. Stuart dispose i suoi soldati su due file parallele, la tipica formazione adottata in battaglia dalla fanteria inglese, tenendo come riserva un reggimento e puntando anche a interrompere la via di comunicazione del nemico per Monteleone; fornì gli ordini per la difesa della testa di sbarco, da utilizzare in caso di sconfitta e di una immediata ritirata, affidando il compito al capitano Fisher del reggimento svizzero Watteville, e ordinò al giovane tenente del genio navale Charles Boothby di rimanere alla testa di sbarco, sulla cima del bastione, da dove poteva assistere alle fasi della battaglia.
Il 2 luglio Stuart emise un proclama rivolto ai calabresi, che fu diffuso rapidamente dappertutto: prometteva la liberazione dal francese oppressore e invitava a unirsi alla battaglia. Molti volontari risposero alla chiamata. E si narra che sia stato il brigante Fra Diavolo, alias Michele Pezza, a suggerire al generale inglese di attendere proprio in quel luogo la carica dei francesi.
Quindici minuti e la sottile linea rossa
La mattina del 4 luglio 1806 i due eserciti si trovarono di fronte nella pianura ai piedi di Maida, delimitata dalla sponda destra del fiume Amato. Lo squilibrio era netto: gli inglesi non avevano una cavalleria consistente, ma disponevano di un'artiglieria molto più numerosa di quella francese. I francesi, dal canto loro, scesero dalla collina in buon ordine e tentarono di dare battaglia secondo lo schema a loro congeniale, che prevedeva l'attacco con una colonna su un'ala nemica e, al momento dei soccorsi avversari dal centro all'ala attaccata, un'ulteriore formidabile spallata nel mezzo delle formazioni nemiche per disgregarle e porle in rotta.
Gli Inglesi si schierarono in piedi, su due file, imbracciando i loro moschetti Brown Bess con grande perizia, in attesa. È la sottile linea rossa, e proprio a Maida i britannici adottarono per la prima volta lo snellimento dello schieramento lineare della fanteria da tre a due ranghi. Nel battaglione leggero, accanto ai soldati inglesi già particolarmente addestrati al tiro, c'erano i migliori tiratori del reggimento corso e dei volontari siciliani, ai quali venivano forniti i fucili più precisi e carabine poco più lunghe di un metro e di calibro minore — come la carabina Elliot a canna liscia in dotazione ai Light Dragoons del 20°. Nell'addestramento quegli uomini venivano istruiti a scegliere in combattimento per principali bersagli i comandanti dei reparti nemici, al punto che i proiettili dei loro fucili, confezionati con particolare cura, erano chiamati familiarmente «palla da ufficiali». Il resto lo faceva il carattere del reparto: la disciplina ferrea, l'addestramento al fuoco, lo spirito di corpo dei reggimenti britannici e il sangue freddo che permetteva loro di restare immobili, imperturbabili e in assoluto silenzio fino alla minima distanza dagli avversari, per aprire poi il fuoco con la massima efficacia.
Poi arrivò la carica, e con essa il fatto militare che ha reso famoso il nome di questo paese. Gli inglesi attesero impassibili, e quando i francesi furono a 140 metri iniziarono il fuoco che falciò le prime file degli attaccanti; a 70 metri partì un'altra salva che disgregò le colonne francesi; infine l'ultima bordata a soli 20 metri mise in rotta i soldati francesi, che durante l'affannosa corsa non potevano rispondere al fuoco con efficacia. La brigata leggera comandata dal tenente colonnello Kempt fu determinante fin dai primi minuti di combattimento: quei famosi «quindici minuti di gloria» che nel ricordo storico identificano questa battaglia, e che i britannici hanno molto enfatizzato.
Il resto fu una reazione a catena. Il 42° reggimento, provato dalla carneficina dei compagni, si demoralizzò alle prime scariche e volse in fuga; i Polacchi ebbero il loro comandante Neucha ucciso e si sbandarono; gli Svizzeri, animati dalla presenza di Reynier, tennero duro e riuscirono a ritirarsi in buon ordine. All'estremità nord dello schieramento il generale Digonnet, con il 23° leggero e i reparti svizzeri ancora intatti e forte della presenza dei cacciatori a cavallo, tentò di rovesciare le sorti della battaglia: aveva di fronte la brigata del generale Cole, di cui avrebbe potuto avere ragione, ma in soccorso di quell'ala arrivò la riserva inglese comandata dal colonnello Oswald, mentre ai pochi pezzi di artiglieria francese si contrapponevano i più numerosi cannoni britannici. Il generale Compère fu ferito e finì prigioniero. Prima di mezzogiorno la battaglia era finita.
Il resoconto finale del generale Stuart conta 1.810 morti sul campo e negli ospedali, 1.500 prigionieri, 370 feriti restituiti ai francesi e 1.400 fra svizzeri e polacchi disposti a cambiare casacca. Le perdite inglesi furono 43 morti e 283 feriti.
I cinque medici e lo stagno dei Francesi
Quello che successe dopo è la parte che a Maida si ricorda con più orgoglio. Stuart non fece inseguire le truppe francesi in rotta, per mancanza di adeguate forze di cavalleria; si accantonò per alcuni giorni a Maida assicurandosi che, con il generoso contributo dei Maidesi, i feriti venissero curati e rifocillati, senza distinzione tra vincitori e vinti. Nel giorno seguente occupò Maida e accettò la resa dei presidi francesi nelle altre città della Calabria, poi, con un comportamento che si prestò a molte critiche, dopo aver lasciato delle guarnigioni nei castelli di Scilla e Reggio tornò in Sicilia.
Molti feriti nascosti nei cespugli e nei boschi furono poi curati a Maida da cinque medici maidesi di cui ci sono stati tramandati i nomi: Cefaly, Marasco, Partitario, Scrugli e Valente. Dal quartier generale allestito nel palazzo Vitale, Stuart emise un proclama di trionfo rivolto ancora una volta ai calabresi, in cui prometteva il perdono ai filofrancesi che si arrendevano e invitava a trattare bene i prigionieri.
Restava il problema dei morti. Alcuni cronisti raccontano che furono seppelliti in una fenditura naturale del terreno; gli scrittori locali precisano che almeno 500 di essi furono inumati nella località Balzano in fosse comuni, mentre un unico sacerdote francescano, padre Serafino, pregava. Di molti si persero le tracce nei pantani del fiume: uno stagno conosciuto come «dei Corvi» da quel momento venne chiamato «Gullo dei Francesi». Altri caduti vennero cremati sul campo. E c'è un'assenza che pesa: non esiste un monumento che ricordi la strage, e sembra che sul luogo dello scontro fosse stato posto un cippo di cui ora non si ha più notizia.
Perché a Londra c'è una fermata che si chiama Maida
Quella mattina non finì con il campo di battaglia. Maida fu la prima battaglia combattuta fra francesi e britannici sul suolo continentale europeo e la prima sconfitta in assoluto della Grande Armée, oltre che l'unica vittoria — anche se postuma — della Terza Coalizione antifrancese. E soprattutto dimostrò per la prima volta la superiorità intrinseca di un'azione di fuoco difensiva ben condotta sull'azione tattica risolutiva all'arma bianca, tanto cara ai francesi e che fino a quel momento si era sempre dimostrata vincente. La strategia militare utilizzata è stata inserita negli studi delle accademie militari, e vi si trova tuttora.
I francesi provarono a ridimensionarla: la chiamarono in fretta «L'affaire de Saint Euphémie». Gli inglesi fecero il contrario. Re Giorgio III nominò Stuart conte di Maida e fece coniare una medaglia commemorativa, e il nome del paese calabrese finì nella capitale: a Londra esistono tre luoghi della città e una fermata della metropolitana dedicati all'evento — «Maida Street», «Maida Hill» e «Maida Vale».
Perfino Napoleone se ne ricordò. Nella campagna di Portogallo, dopo aver appreso di un'ulteriore sconfitta di Reynier a Busaco in circostanze analoghe, sbottò con una frase rimasta celebre: «nessuno ha imparato niente da Maida?».
Come arrivare alla festa
La Battaglia a Maida si raggiunge con un viaggio non brevissimo, e vale la pena affrontarlo. Per chi sceglie il treno, la stazione ferroviaria più vicina è quella di San Pietro a Maida-Maida, a 11 chilometri: conviene organizzarsi per coprire l'ultimo tratto. In automobile si esce allo svincolo di Lamezia Terme Est, e il tragitto è di 6,8 chilometri per 8 minuti di guida.
Altre feste in provincia di Catanzaro
Qui intorno, altre feste che meritano una deviazione.
- Le notti dei Normanni a Chiaravalle Centrale — agosto
- Presepe Vivente a Lamezia Terme — dicembre
- Festa della Madonna del Carmelo a San Pietro a Maida — luglio