Feste ItalianeIl magazine delle feste d'Italia

Home » Folklore e Rievocazioni

Folklore e Rievocazioni

Le lavandaie e i lavandai di Bertolla a Torino 2026 - Il museo del mestiere e la sfilata in costume

6 min di lettura · Scritto da: Rodolfo de Carvalho
Periodo
prima quindicina di settembre
Dove Strada Bertolla 113

Il giorno esatto cambia ogni anno e non e' ancora stato reso noto.

Fonte: parcopopiemontese.it, letta il 20/09/2026.

«La lavandera ed ij lavandè 'd Bertula» è il gruppo storico della borgata Bertolla, all'estrema periferia nord-est di Torino, in Piemonte, là dove la Stura di Lanzo confluisce nel Po. È formato dai figli dei lavandai che dalla fine dell'Ottocento lavavano i panni per quasi tutti gli abitanti di Torino, e ogni anno, nella seconda domenica di settembre, sfila in costume per le vie del quartiere insieme a molti gruppi storici e folcloristici provenienti dal Piemonte e da parecchie regioni italiane. Dall'ottobre del 2002 il gruppo custodisce anche il Museo dei lavandai, allestito nei locali della parrocchia di San Grato con fotografie e oggetti d'epoca.

La borgata dove la Stura entra nel Po

Bertolla sta all'estrema periferia nord-est di Torino, quasi al confine con San Mauro Torinese e con Settimo Torinese, nel punto in cui la Stura di Lanzo confluisce nel Po. È una borgata d'acqua, e l'acqua le ha dato il mestiere che la rende riconoscibile: qui, dalla fine dell'Ottocento e in modo organizzato dai primi del Novecento, i lavandai lavavano i panni per quasi tutti gli abitanti di Torino.

La ragione era semplice e stava in città. Chi viveva a Torino non aveva la comodità dell'acqua corrente e degli scarichi dentro casa, e tutte le famiglie erano costrette ad affidare a terzi il lavaggio di lenzuola, tovaglie e indumenti. Fino al 1935 le sponde del Po biancheggiavano dei panni stesi ad asciugare dai lavandai, che ripulivano la biancheria di buona parte della città.

Bealere, pali e funicelle

La zona di Bertolla è attraversata da molti canali, le bealere, che portavano l'acqua ai campi coltivati a granoturco o a foraggio per il bestiame. Quella ricchezza d'acqua, insieme alla possibilità di usare gli spazi di campagna come asciugatoi naturali, fece della borgata il quartiere dei lavandai: un'attività redditizia e faticosissima. Per stendere si tiravano grandi reticolati di pali e funicelle, e a quelli si affidava la biancheria lavata perché aria e sole la rendessero candida come la neve.

Il mestiere teneva insieme due centinaia di famiglie, circa un migliaio di persone che se lo tramandavano. Non era però l'unico lavoro di casa: il lavandaio coltivava anche la propria terra e ne traeva cereali, ortaglie e foraggi. Della lavandera si racconta che avesse sempre le mani nell'acqua, chinata per ore verso il fiume, tutto il giorno a insaponare, strofinare, sciacquare e strizzare. In tutto quello strofinare, il trucco stava nel trovare una pietra adatta.

Una settimana senza sosta

Il riposo domenicale si scontava subito, nella notte che precedeva il lunedì, quando bisognava preparare la biancheria pulita da restituire alla clientela. Poco dopo partivano i carri carichi, che sfilavano come tanti fantasmi nelle ultime tenebre notturne. Oltrepassata la barriera la lunga fila si rompeva, i lavandai sciamavano verso i diversi punti della città, consegnavano a ciascuna famiglia la biancheria pulita e ricevevano quella sporca. Appena tornati a casa scaricavano il carro, e tutti i membri della famiglia cominciavano il primo lavoro indispensabile: riconoscere gli oggetti di ciascun cliente.

Il martedì mattina si preparava il bucato. La biancheria andava a bagno, si insaponava, si diluiva la liscivia nella caldaia, si disponevano gli oggetti nelle apposite tinozze in muratura, e così si arrivava a tarda sera. Mentre una parte della famiglia andava a dormire, l'altra vegliava continuando a versare la liscivia nelle tinozze: un lavoro che durava dalle otto alle nove ore.

All'una dopo mezzanotte del mercoledì cominciava già la lavatura degli oggetti nel lavatoio esterno, operazione faticosa e non breve, che andava da una mezzanotte all'altra con brevi intervalli di riposo. Il giovedì si sciorinava al sole la biancheria lavata, e poi restava da sorvegliarla e curarla mentre asciugava. Appena asciutti, gli oggetti venivano raccolti, piegati, divisi e controllati, in modo da acquistare la certezza che ogni cliente avesse il suo.

Ordinanza comunale e fine del mestiere

Un'ordinanza comunale del 1934 vietava di sciorinare i panni nei rivi cittadini e di asciugarli per le vie della città, perché Torino non assumesse un aspetto poco decoroso. L'attività durò così fino alla metà degli anni Trenta, quando quel divieto la chiuse nel tratto urbano del fiume. Il museo che oggi la racconta porta più avanti quella storia, e ricorda il lavoro dei lavandai della Borgata Bertolla dalla fine dell'Ottocento fino agli anni Sessanta del Novecento.

Il museo e la sfilata di settembre

Dal 1997 il gruppo storico «La lavandera ed ij lavandè 'd Bertula» promuove le tradizioni, i costumi e le usanze del quartiere Bertolla. È formato dai figli dei lavandai, che rappresentano con immensa soddisfazione il lavoro svolto dagli antenati raccontando la cultura e le tradizioni del rione. La sede sta in strada Bertolla 113, presso la parrocchia di San Grato, e proprio nei locali della parrocchia, nell'ottobre del 2002, è stato allestito il Museo dei lavandai: una collezione di fotografie e oggetti d'epoca che raccontano il mestiere e la vita dei lavandai. Chi entra non gira da solo, perché un componente del gruppo storico accompagna i visitatori e illustra gli oggetti da lavoro e le foto esposte.

I costumi hanno regole precise. Le donne vestono in nero, in blu o in fantasia, con camicie bianche o a fiori, gonne, gilet o tailleur; gli uomini portano pantaloni neri o blu, gilet a tinta unita o fantasia, camicia con farfallino e cappello nero. Con quegli abiti il gruppo storico sfila ogni anno per le vie del quartiere, per tenere vivo il ricordo della storia della borgata e per far vivere agli appassionati e ai nostalgici un po' di passato. La sfilata cade nella seconda domenica di settembre.

Alla sfilata partecipano molti gruppi storici e folcloristici che arrivano dal Piemonte e da parecchie regioni italiane, tra conti e contesse, moschettieri, re e regine. In mezzo a loro i lavandai di Bertolla sfoggiano i costumi del passato, e il presidente del gruppo, Battistino Prina, per tutti «Tino», racconta orgoglioso che è grazie ai lavandai se, nel secolo scorso, tutta la città riusciva ad avere abiti puliti.

Come arrivare alla festa

Arrivare a Torino per la sfilata delle lavandaie di Bertolla non è complicato. Chi viaggia su rotaia trova la stazione ferroviaria di Torino Porta Susa a un passo dal centro, 1,7 chilometri dai luoghi della manifestazione. In automobile si esce allo svincolo di Venaria, e da lì restano 7,9 chilometri e 10 minuti.

Altre feste in provincia di Torino

Qui intorno, altre feste che meritano una deviazione.

Da leggere