Buonumor Favorito ad Ascoli Piceno - Il ronzino bianco e la tromba che chiama la città
Buonumor Favorito è la maschera guida del Carnevale di Ascoli Piceno, nelle Marche, che si tiene dal 17 gennaio, giorno di Sant'Antonio abate, fino al martedì grasso. A cavallo di un ronzino bianco, dà fiato alla sua tromba percorrendo lento e maestoso tutte le vie della città, e il giovedì grasso riceve dal sindaco le chiavi della città come re del Carnevale. La maschera, insieme a Lu Sfrigne, è iscritta nel Registro storico delle maschere italiane, e le ricerche hanno confermato l'esistenza del Carnevale ascolano già nel 1229.
Il cavallo bianco e la trombetta
Il modo in cui entra in scena è tutto il personaggio. Cavalcando un bel ronzino bianco come la neve, si muove nel palazzo comunale e percorre lento e maestoso, dando fiato alla sua tromba, tutte le vie della città. Un articolo di giornale del 1872 lo descrive come un personaggio né gobbo né losco e molto meno buffone: era un uomo come tutti gli altri, ma colla differenza che il suo apparire era gioia universale; agli squilli della sua trombetta rispondevano evviva, gridi e schiamazzi, e dovunque passava era salutato, riverito, benedetto ed acclamato.
In una riga sola, il mestiere è questo: un signore munito di trombetta per «svegliare» i passanti.
Cappello a quattro punte, panciotto mezzo turchino
Il costume è squadernato nei dettagli, ed è fatto di asimmetrie. Ha un cappello a quattro punte, abito, brache, panciotto metà giallo e metà turchino, le calze una nera una bianca ed una larga sciarpa rossa.
Non è un travestimento improvvisato: gli abiti delle due maschere storiche ascolane sono frutto di un'indagine attenta della moda del '700 e di una riproduzione fedele.
Anche il carattere ha una descrizione precisa, e una clausola finale che vale la pena leggere per intero: rappresenta una matta allegria, pacifica, buona, ordinata, fino a quando le troppe copiose libagioni non lo turbano.
Da dove viene: due racconti diversi
Sulle origini corrono due storie, e conviene tenerle tutte e due. La prima è una leggenda popolare di metà Ottocento: BuonUmor Favorito si recò in città dalla campagna e scoprì che si stava festeggiando il Carnevale; nonostante spiegasse che il suo non era un travestimento, venne ugualmente premiato, dando vita a una maschera che rappresenta la città di Ascoli.
La seconda lo lega al calendario dei santi: Favorito era un uomo che, cinque giorni prima della festa patronale di S. Emidio, usciva in sella ad un ronzino bianco con la sua tromba portando giubilo e il «Buon Umor» fra le vie della città picena, e il suo apparire annunziava baldoria.
Sulla famiglia teatrale, invece, non ci sono dubbi: deriva certamente dalla classica maschera comica, tipica dei servi sempliciotti e ingenui, lontano parente di Arlecchino e di Pulcinella, in una tradizione popolare affermatasi con la nascita della Commedia dell'arte.
Le chiavi della città al Re del Carnevale
Ad Ascoli Buonumor Favorito non è una comparsa: è il sovrano della festa. Il giovedì grasso iniziano ufficialmente i festeggiamenti, con la consegna delle chiavi da parte del sindaco al re del Carnevale, la maschera di Buonumor Favorito, e nella mattinata dello stesso giorno si tiene il Carnevale delle scuole in Piazza del Popolo alla presenza di Sua Maestà il Re del Carnevale.
Insieme all'altra maschera cittadina è anche una figura riconosciuta fuori città: Buonumor Favorito e Lu Sfrigne sono entrati ufficialmente a far parte del Registro storico delle maschere italiane. E la città fa da casa anche alle altre: in un'occasione Ascoli Piceno ha ospitato 40 tra i personaggi meno conosciuti dei Carnevali d'Italia, con una rappresentanza delle tradizioni carnascialesche picene — lì guazzarò di Offida, gli zanni di Acquasanta Terme e i moccoli di Castignano.
L'altra maschera: lu Sfrigne
La coppia funziona per contrasto. Lu Sfrigne è una voce dialettale traducibile con «lo strano», ed è un pezzente che si ripara con un ombrello da cui pendono aringhe: un povero vestito di stracci colorati ma colmo di allegria, che le aringhe appese all'ombrello aperto le offre a chi incontra. È la più antica delle due, ed è la maschera ufficiale della città.
Intorno a loro si muovono le macchiette, singoli cittadini che, solitamente, imitano personaggi celebri della realtà locale o nazionale, come un sindaco, un assessore o noti politici, e che si esibiscono spesso nel dialetto locale: una sorta di radio-carnevale che diffonde storie e segreti irriferibili della città.
Quanto è vecchio tutto questo
Le date sono due, e non si escludono. La prima testimonianza storica è quella ottocentesca: una ricerca presentata al teatro dei Filarmonici, in collaborazione con l'Archivio di Stato, ha provato a datare il carnevale ascolano partendo dalla maschera di Re Carnevale del 1872 e andando a ritroso nel tempo. Ma le ricerche hanno anche confermato l'esistenza del Carnevale ascolano già nel 1229.
Il calendario, quello, è rimasto lo stesso: il Carnevale ascolano inizia ogni anno con la festa di sant'Antonio abate, il 17 gennaio, ideale spartiacque tra il periodo di rispetto natalizio e quello in cui, per dirla alla sant'Agostino, «semel in anno licet insanire». E ha perfino un piatto che viene da quel giorno: nei secoli addietro nel giorno di Sant'Antonio si uccidevano le galline vecchie, che non venivano benedette dal Santo e, anzi, finivano direttamente in padella, e le loro carni servivano per preparare i cosiddetti "ravioli incaciati", piatto tipico del Carnevale ascolano.
Le maschere vengono mostrate al pubblico in tutta la loro originalità per le intere giornate di domenica e martedì, quando, oltre a sfoggiare il vestito o la scenografia preparata con cura durante i mesi precedenti, si dà il via al copione più esilarante e a un piano d'azione studiato ad hoc per divertire e coinvolgere ignari turisti e passanti.
Il resto è una festa che si fa a terra, non sui carri: nel territorio piceno il carnevale si svolge attraverso un continuo scambio di ruoli tra le maschere e gli spettatori, i quali diventano essi stessi protagonisti dell'azione scenica — ed è per questo che se ne fa risalire l'ascendenza alla commedia dell'arte, di cui queste maschere sono figlie.