El Vulón a Fano - Il menestrello spavaldo col cilindro e il monocolo, dal 1951
El Vulón è la maschera del Carnevale di Fano, nelle Marche, creata nel 1951. Il menestrello spavaldo, con cilindro e monocolo, rappresenta ogni anno sotto forma di caricatura i personaggi più in vista del momento, per poi identificarsi con un fantoccio, el Pup, che a fine Carnevale viene bruciato in piazza. Il nome viene dal dialetto fanese «Vulón», persona boriosa e vanitosa, ed è iscritto dal 2018 nel Registro Storico delle Maschere Italiane.
Una maschera nata da un'antipatia
La maschera ufficiale del Carnevale di Fano non nasce da una leggenda gentile: nasce da un'antipatia. «Vulón», in dialetto fanese, significa persona boriosa, vanitosa, superba e gradassa — e il termine «Vulone» è entrato nell'uso dialettale stando a significare bullo, gradasso, spaccone. Prima ancora di essere un costume, era il modo in cui i fanesi chiamavano chi si dava troppe arie.
Nous voulons, cioè «noi vogliamo»
L'origine del nome è francese. Si usa far risalire l'espressione alla frase «Nous voulons», utilizzata arrogantemente dai banditori pubblici quando declamavano leggi e decreti del governo napoleonico. La formula per esteso suonava così: «L'Assemblée Nationale a décrété, et nous VOULONS et nous ordonnons ce qui suit» — due punti, e via con la tassa.
Il termine ha origine nei primi anni del 1800, quando i banditori francesi sotto il comando di Napoleone declamavano leggi sul territorio: fra il 1805 e il 1814 il banditore d'editto del governo francese tartassò il territorio di Fano, attraversando la città e imponendo tasse, gabelle e divieti. Una delle figure più invise al popolo era proprio quella del banditore di editti, che arrivava nel centro della piazza per declamare leggi e decreti appena emanati. Spremuti di ogni centesimo, ai fanesi restava l'ironia, e cominciarono a farsi beffe del Vulòn di turno. Più tardi il nome passò a designare ogni personaggio che ostentasse manie di grandezza alla francese, come i ricconi di città: il personaggio vanitoso, arrogante e magari anche un po' prepotente che ognuno può riconoscere nella propria cerchia di conoscenti.
Chi fu, probabilmente, il primo Vulòn
C'è anche un candidato in carne e ossa, e ha un titolo lunghissimo: «L'Aiutante di Campo del Generale di Divisione Duhesmes Commandante della Piazza», nei primi anni dell'Ottocento, quando a Fano come in buona parte d'Italia comandavano i francesi di Napoleone.
Quel Comandante mise per iscritto come i fanesi dovessero comportarsi in Teatro in tempo di Carnevale: nessuno si fermi all'ingresso; se il diritto di ingresso gratis fosse ceduto ad altri, il nome andava «registrato in un Tabellone da tenersi affisso in detto Ingresso»; «Le Maschere non potranno avere l'Ingresso in Teatro senza Licenza in iscritto del Commandante», e lo stesso valeva per le «Persone trasvestite e trasformate in maniera da non poter esser conosciute»; per ripetere un pezzo di musica serviva la licenza; erano vietati «il fischio, l'urlo, e qualunque menoma ingiuria, bastando il silenzio a rimarcare il poco incontro»; in platea ognuno doveva stare seduto al suo banco, ed era proibito anche il vagare per la platea. Chi contravveniva «sarà rigorosamente punito con l'arresto ed altro gastico».
Per un popolo abituato da secoli a disobbedire proprio durante il Carnevale era troppo: la vendetta fu affibbiare al Comandante quel nome, che da allora identifica chi, sopravvalutando sé stesso, dimostra arroganza e vanagloria.
Lo sbarco al porto, e un nome dato dalla folla
Accanto alla storia c'è la leggenda, e riguarda un documento. Si racconta che la fantasia dell'artista sia stata solleticata dalla scoperta di un antico documento in volgare del '600, avvenuta proprio nel 1951, dove si narra di un bizzarro personaggio armato di doga, corazza d'acciaio, schinieri, cosciali etruschi e una mandola greca all'omero, che proprio nei giorni di carnevale era entrato nel porto di Fano con una nave, reduce da misteriosi viaggi in Oriente.
Accerchiato dalla folla, l'ignoto forestiero aveva scaricato bauli sovraccarichi di argento, oro, preziose mercanzie, variopinti confetti e gustose leccornie. La folla, meravigliata da cotanta abbondanza, gli chiese: «Lo tuo nome!». E quello rispose: «Niun mai lo seppe, ma poiché m'avete fatto vostro, ecco, Volone mi chiamo!». La risposta della piazza fu un grido: «Viva Volon!».
1951: la matita di Rino Fucci
La maschera come la si vede oggi ha una data e un autore. Nel 1951 il pittore Melchiorre «Rino» Fucci (Fano 1893 – Fano 1972) schizza, progetta e infine crea El Vulón: dirigente della Società Carnevalesca, si era formato all'Accademia di Belle Arti di Urbino e all'Accademia del Nudo a Roma, dove era passato dagli Studi di Cinecittà al Laboratorio di restauro del Vaticano.
Fucci intuì la necessità di dotare l'antica manifestazione fanese di una vera e propria maschera-simbolo, al pari delle più famose e illustri maschere italiane, e non partì da zero: si ispirò a un personaggio già creato probabilmente da secoli dalla fantasia popolare. Ne venne fuori una sorta di menestrello spavaldo, rutilante e buffone, metà Don Rodrigo e metà Barone di Munchhausen. Nella sua opera per il Carnevale il Vulón sta accanto ai carri e ai pupi che aveva firmato negli anni precedenti, dal «Pesce floreale» del 1949 al «Turneo dla brasciola» del 1950.
(In un racconto la nascita è datata al 1950 e Fucci compare come vicepresidente del Carnevale invece che come dirigente della Società Carnevalesca; la data più sostenuta resta il 1951.)
Il costume, pezzo per pezzo
Fucci concretizzò il racconto ideando un Vulón con in testa un alto cilindro, il monocolo all'occhio sinistro mentre il destro girava d'intorno furbesco, due baffoni, il pizzetto, il naso adunco e un sorriso beffardo. Addosso un farsetto bianco e rosso, sulle spalle un mantello di piume di pavone, i calzoni a paggetto, la calzamaglia, uno stivale con sperone e un gambale di bronzo etrusco; a coronare il tutto uno spadone alla cintura e una mandola d'ispirazione greca.
Guardato da vicino, l'abito è una combinazione alternata di indumenti romani e medievali, e le due gambe non sono uguali: la destra indossa una calzamaglia rossa e uno stivale alto nero con fiocco grigio e sperone tondo a borchie appuntite, la sinistra calza un sandalo romano a fibbie grigie con gambale rosso. Dietro, di traverso a metà figura, sta una spada a doppio taglio grigia con l'elsa a croce.
Un dettaglio spiega perché la maschera è di Fano e non di un'altra città: la camicia è suddivisa a metà, bianco a destra e rosso a sinistra, con evidente richiamo ai colori del simbolo del Comune di Fano, e lo stesso vale per i guanti, bianco il sinistro e rosso il destro. Completano la figura il voluminoso colletto bianco a gorgiera, il mantello corto di enormi penne che sfumano dal chiaro allo scuro, il cilindro nero lucido, il volto scarno con la bocca dalle labbra rosse e i baffetti e il pizzetto neri, lunghissimi, appuntiti e curvati verso l'alto.
Lo strumento che porta non è un ornamento qualsiasi: è uno strumento a corde con cassa tonda, e il Vulón finge di suonare il liuto mentre in realtà è tutto intento a guardarsi intorno furbesco.
Vulón e Pup: la caricatura, e il rogo
La maschera non è un personaggio fisso, ed è la sua caratteristica più curiosa: rappresenta sotto forma di caricatura i personaggi più in vista del momento, a livello locale, nazionale e internazionale. Col passare degli anni il Vulón ha indossato diverse vesti, in base al personaggio di moda del momento, per poi identificarsi con un fantoccio denominato Pupo — «el pup» in dialetto fanese — che per tradizione viene ancora cremato.
Nel 1951 el Vulon venne identificato ne el Pup, simbolo del Carnevale, che come capro espiatorio ogni martedì grasso viene arso in piazza XX Settembre: la stessa piazza in cui il banditore aveva annunciato leggi e decreti. Il rogo del Pupo rappresenta la fine del Carnevale e l'inizio del periodo della Quaresima.
Nel Registro Storico delle Maschere Italiane
Il riconoscimento ufficiale è arrivato con l'iscrizione nel Registro Storico delle Maschere Italiane, al pari di Arlecchino, Pulcinella e Pantalone. Dal 2018 il Vulón si identifica con la maschera creata da Fucci nel 1951, e al Carnevale di Fano 2025 è stato portato in scena da un attore per la prima volta nella storia. Il Registro è un'iniziativa del Centro nazionale di coordinamento delle Maschere Italiane, che ha come obiettivo principale quello di enfatizzare le maschere che hanno raccontato la storia e la cultura italiana.
Un modo di dire dialettale, un ufficiale napoleonico e un documento del Seicento: da tre cose che non c'entravano niente fra loro, Fano ha ricavato la faccia con cui si presenta ogni anno.