Stenterello a Firenze - Il 28 sul panciotto giallo e la scritta posa piano
Stenterello è la maschera tradizionale del carnevale di Firenze, in Toscana, e la crearono alla fine del Settecento l'orologiaio e attore fiorentino Luigi Del Buono. Sul davanti del costume porta scritta la propria carta d'identità: «Sul panciotto giallo una doppia dichiarazione d'identità: il 28 sul petto (e a Firenze, si sa, è il numero di chi è tradito dalla moglie) e la scritta posa piano sul bordo lo identifica come un tipo calmo, apparentemente distratto ma capace di scansare ogni fatica.»
Guardando una riproduzione della maschera fatta dal suo stesso creatore, «si vede sulla sottoveste una bottiglia disegnata, verosimilmente di vino, che ne potrebbe sottolineare un aspetto di beone».
Il resto della divisa
Il costume «ricorda l'epoca della sua nascita: il Settecento», ed è fatto così, pezzo per pezzo: «tricorno nero o una lucerna con fregio, una giacca (zimarra) o giubba a falde di color azzurro chiaro o blu, sopra una sottoveste sgargiante, panciotto giallo canarino, dei calzoni corti neri (a volte neri e verdi), una calza di cotone rossa e una fantasia, o due diverse tra loro ma a righe, scarpe a fibbia basse, e una parrucca bianca con codino all'insù».
Il codino ha un nome tecnico: è «fasciato di rosso come si usava all'epoca, detto "alla prussiana"», e «la coda, ritta e leggermente mossa all'insù, è legata molto stretta con un nastro rosso che la cinge totalmente». Gli abiti furono «inventati dallo stesso Luigi Del Buono».
C'è poi una versione più povera dello stesso costume, che insiste sulla condizione sociale: «vestiti di fortuna, con giacca corta con toppe, pantaloni stretti con toppe, calze di colore differenti le une dalle altre».
Il trucco, e le cicatrici
Il viso non porta una maschera rigida ma un trucco. «Altri attori che impersonarono Stenterello usavano truccarsi il volto rendendolo pallido e sbiadito, con segni rossi sul viso, e segni forti agli angoli degli occhi e della bocca (riproducendo le cicatrici che Stenterello si narrava avesse), con le sopracciglia grandi ad arco», riproducendo il volto del creatore «esagerato nella parodia del suo personaggio».
È una differenza che lo stacca dalle altre maschere: Stenterello «non indossa una maschera facciale rigida come Arlecchino», ed «è una maschera "di parola", che vive nel dialogo e nella relazione col pubblico».
Cresciuto a stento
Il nome viene dal fisico. Del Buono «era, proprio come il suo personaggio Stenterello, magro, sparuto, gracilissimo, come colui "che pare cresciuto a stento"», e il soprannome «di uso comune in Toscana, veniva dato a bambini e uomini "cresciuti con istento"». La parola è poi entrata nella lingua: «persino in italiano si intende per estensione una persona allampanata, gracile e goffa».
Il nome, però, non lo scelse lui: «il nome non fu creato da Del Buono, ma dal pubblico fiorentino, affibbiando alla maschera l'appellativo che in città si dava alle persone mingherline».
L'orologiaio che lasciò la bottega
Il creatore ha una biografia precisa: «Luigi Del Buono (1751-1832)», nato «nel borgo di Rifredi», «creatore di brillanti commedie popolari». «Orologiaio in piazza del Duomo, con la passione per il palcoscenico, Del Buono lasciò definitivamente la bottega nel 1782 per dedicarsi interamente alla carriera artistica. Nove anni dopo fondò la propria compagnia.»
Per costruire il personaggio guardò due persone vere, e a raccontarlo è stato Raffaele Landini, «attore del vernacolo fiorentino tra i più vicini a Del Buono»: l'idea venne «dai modi di fare e di essere di un mendicante, che stava sotto un tabernacolo di via della Scala», mentre «per il linguaggio pareva essersi ispirato al garzone di un barbiere che parlava argutissimo». Il modello di partenza era napoletano: Del Buono lavorò «ispirandosi a Pulcinella» per «creare il suo omologo toscano».
Il 1793, e i tre teatri
La maschera nasce nel 1793: «nel 1793 creò la maschera di Stenterello, che portò in scena nella sua commedia Fiorlinda e Ferrante principi di Gaeta, con Stenterello buffone di corte». Il personaggio «comparve per la prima volta alla fine del Settecento sul palco del teatro dell'Accademia dei Solletici, meglio conosciuto come teatro di Borgo Ognissanti», dove una lapide lo ricorda ancora.
I tre teatri che ospitarono le sue recite «a partire dalla fine del Settecento» hanno un nome ciascuno: «il teatro Rossini, comunemente indicato come il teatro di Borgognissanti», «il piccolo teatro della Piazza Vecchia» e «il teatro del Giglio, infine, più conosciuto come teatro dell'Antica Quarconia che, inaugurato nel 1786 era stato successivamente chiamato teatro Leopoldo».
Dei testi in cui recitava restano i titoli: oltre a Fiorlinda e Ferrante, «tra le altre sue opere si ricordano Ginevra degli Almieri sepolta viva in Firenze, con Stenterello ladro di sepolture, spaventato dai morti e giudice spropositato, e La Villana di Lamporecchio».
Al numero 4 di Borgo Ognissanti «è visibile una targa che ricorda la nascita di questa maschera, nella quale si legge: "In questo palazzo ebbe sede dal 1778 il Teatro Borgoggnisanti dove Luigi Del Buono (1751 – 1832) creò la maschera di Stenterello, popolare personaggio fiorentino burlone, canzonato ed arguto rimasto nella memoria cittadina"».
Il bisticcio
La comicità di Stenterello sta soprattutto in come parla. «La tecnica preferita con cui Stenterello parla all'immaginazione popolare, per eccitarne il riso, è il bisticcio, ovvero la vicinanza di parole differenti di significato e di suono simile», e un esempio è questo: «M'inchino fino all'imo, e il primo imprimo nella mente dell'amante: si rammenti i miei tormenti non mai spenti anzi più spanti…», detto con «una veloce parlantina».
La comicità sta anche nella deformazione: è «elegante nel linguaggio dove usa parole, storpiandole a bella posta, inventandone di nuove, accoppiando le frasi più strampalate».
Pauroso, ma mai servile
Il carattere è costruito su una contraddizione dichiarata: è «chiacchierone, pauroso e impulsivo; ma anche saggio, ingegnoso e pronto a schierarsi dalla parte del più debole, benché la tremarella gli metta spesso i bastoni tra le ruote: ed è in questo contrasto il fulcro della comicità».
Dietro c'è una classe sociale: «è raffigurato il popolano fiorentino, di bassa estrazione, il quale oppresso da avversità e ingiustizie, ha in sé sempre la forza di ridere e scherzare» — «povero ma arguto, impaurito ma mai servile, sfortunato sì ma moralmente superiore». E «non è mai volgare o sboccato, le sue battute sono taglienti e spesso a sfondo politico».
Le notti al Bargello
Al personaggio si attribuisce «un moderato spirito politico antifrancese», contro cui «si rivolgeva con parole e con atteggiamenti anche scurrili, così da essere chiamato Stenterello Porcari».
E in un teatro la faccenda si faceva seria: «Lo Stenterello di Borgo Ognissanti… era il più sboccato di tutta la città, e non erano infrequenti le impertinenti allusioni al granduca Pietro Leopoldo, tanto che spesso gli spettacoli erano sorvegliati da gendarmi che talvolta arrestavano l'attore, quando troppo insolente, portandolo a passare la notte nelle carceri del Bargello.»
L'ultimo della fila
Stenterello «fu anche l'ultima maschera della commedia dell'arte antica», secondo le testimonianze di Pellegrino Artusi e Pirro Maria Gabrielli, e con lui si segna «per molti aspetti la conclusione di questo particolare genere di spettacolo».
Della sua popolarità restano tracce fuori dal teatro. Artusi lo cita in cucina — «se non sapete cosa sia un tondone, chiedetelo a Stenterello che ne mangia spesso perché gli piace…», nella ricetta delle frittelle di tondone, la 181, «profumate di limone e dolci di uva malaga». E il suo nome finì anche in edicola: «Lo Stenterello fu un periodico satirico risorgimentale pubblicato a Firenze negli anni 1848 e 1849».
«Negli ultimi anni sembra aver perso il suo fascino tra i più piccoli anche a causa dell'agguerrita concorrenza dei moderni idoli di cartoon e fumetti».