Home » Natale » Tradizioni
Le tradizioni di Natale nel Lazio: riti, piatti e usanze del posto
Nel Lazio la cena della Vigilia è di magro — baccalà, capitone, broccoli e cardi fritti — e il pranzo del 25 dicembre passa alla carne, con il brodo di cappone e l'abbacchio al forno. A Greccio, in provincia di Rieti, si rifà ogni anno il presepe del 1223.
Il pangiallo si preparava già nell'antica Roma, come dolce votivo.
Greccio e il primo presepe
La tradizione del presepe si fa risalire al 1223, quando San Francesco d'Assisi allestì la scena della Natività a Greccio, borgo medievale del Reatino, insieme a Giovanni Velita.
Nella grotta che Francesco aveva scelto, dentro il Santuario francescano, la rievocazione si ripete nei giorni fra Natale ed Epifania, costruita in sei quadri viventi: la nascita nella stalla di Betlemme, il bue e l'asinello, gli angeli e la stella cometa. Al paese si aggiungono una mostra mercato di artigianato e, in chiusura, l'arrivo della Befana.
I presepi viventi
Il Lazio è pieno di presepi viventi, e alcuni hanno una storia lunga.
- Maranola di Formia: una delle rievocazioni della Natività più antiche d'Italia, con oltre 300 figuranti, ambientazioni e costumi della tradizione locale, in scena dal 26 dicembre al 6 gennaio;
- Vejano: alla ventitreesima edizione, con 300 figuranti e un percorso di circa 800 metri che parte dall'Arco dei Granai, fra le vie illuminate dalle fiaccole;
- Corchiano, nel Viterbese: si celebra dal 1970, comincia dopo il tramonto e ha una colonna sonora a cui hanno collaborato Nicola Piovani, Nino Castelnuovo e Gigi Proietti; la scena si snoda nelle Forre;
- Vetralla: dalle 17 alle 20 del 25, 26 e 27 dicembre, riapre le antiche botteghe della metà dell'Ottocento con arti e mestieri accanto ai focolari;
- Torre Cajetani: legato alla cultura contadina, con ricotta calda, vin brulè e miele nelle cantine del paese.
Ce ne sono poi a Civita di Bagnoregio, a Grotte Santo Stefano sul lago di Bolsena, a Borgo Montenero in piazza IV Ottobre, a Terracina nella parrocchia di San Silviano, a Fondi nel centro storico, a Castelforte, a Lariano, a Castel San Pietro Romano, a Trivigliano, a Lido dei Pini e a Roma, in via dell'Isola Farnese. A Roccasecca dei Volsci si chiama Betlemme in Cammino.
Gli zampognari
Gli zampognari, con zampogne e ciaramelle, sono legati alla Ciociaria e animano le piazze di tutta la regione. Nella Tuscia e nel Reatino la zampogna è la protagonista delle novene. La messa di mezzanotte in San Pietro chiude la notte del 24, quando si aspetta la nascita del bambinello.
La cena della Vigilia
Il 24 dicembre si mangia di magro, pesce e verdure.
- baccalà fritto in pastella, con la bruschetta;
- capitone, anguilla marinata o alla vernaccia, e polpo;
- broccoli, mele e cardi fritti;
- carciofi alla romana e alla giudia;
- frutta secca e fritti misti.
A Civitavecchia il cenone metteva in tavola spaghetti con l'alice, capitone, pesce fritto, baccalà stagionale, anguilla carpionata, caviale, nociata, dolci e vino.
Il pranzo del 25 dicembre
Il pranzo di Natale è di carne, e comincia dal brodo: cappelletti in brodo di cappone, quadrucci in brodo di gallina, minestra di broccoli e cotenna, pasta ai broccoli in brodo di arzilla alla romana. Ci sono anche i bucatini al tonno e i pomodori ripieni di riso, e il pane ripieno romano con funghi, frattaglie e besciamella.
Il re dei secondi è l'abbacchio al forno con le patate; accanto, la coratella in umido, il bollito misto e il tacchino ripieno. Per contorno, puntarelle con la salsa di acciughe e broccoletti ripassati in padella. A Civitavecchia si servivano brodo e carne lessa di pollo o tacchino, fettuccine al sugo di carne e fritto di carciofi con la cotoletta.
I dolci
Il dolce romano del Natale è il pangiallo: frutta secca, uva passa, canditi e miele, con la glassa gialla. Si preparava già nell'antica Roma come dolce votivo, legato al solstizio d'inverno.
- il panpepato di Anagni, con noci, pinoli, uvetta, mandorle, nocciole e cioccolato, spolverato di pepe nero;
- la pupazza di Frascati, biscotto all'arancia e miele dei Castelli Romani, a forma di balia con tre seni, con cannella, noce moscata, canditi o chicchi di caffè;
- le sciuscelle di Gaeta e dell'area pontina, che prendono il nome dai frutti del carrubo, sostentamento della zona in tempi di carestia;
- i terzetti di Rieti, biscotti romboidali;
- la nocchiata di Artena, con nocciole, miele e alloro, che si mangia da Natale all'Epifania;
- i torroncini di Alvito e gli amaretti di Guarcino, di mandorle dolci e amare.
Nel basso Lazio arrivano i dolci di tradizione partenopea, come i susamielli a forma di S; a Frascati, castagnole e struffoli.
La tombola di Vignanello e le Tentavecchie
Il 26 dicembre a Vignanello si gioca una tombola gigante su una tavola di dieci metri per dieci: novanta personaggi portano i numeri, e ogni figura recita e spiega un proverbio in dialetto.
A Gradoli, nelle tre sere prima dell'Epifania, si fanno le Tentavecchie: dalle nove di sera si gira con strumenti stravaganti e assordanti per svegliare la Befana e ottenere i doni.
Domande frequenti
Dove si trova il primo presepe della storia
Il primo presepe fu allestito nel 1223 da San Francesco d'Assisi a Greccio, in provincia di Rieti. Nella stessa grotta la scena si rievoca ogni anno in sei quadri viventi.
Cosa si mangia a Natale nel Lazio
La Vigilia è di magro, con baccalà, capitone e verdure fritte. Il 25 dicembre si mangiano cappelletti in brodo di cappone e abbacchio al forno con le patate.
Qual è il dolce di Natale romano
Il dolce di Natale romano è il pangiallo, fatto con frutta secca, uva passa, canditi e miele e ricoperto di glassa gialla.