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Festa del Marrone a San Zeno di Montagna 2026 - La novena in acqua e il palio del minestrone

6 min di lettura · Scritto da: Rodolfo de Carvalho
Periodo
su tre fine settimana tra metà ottobre e inizio novembre
Dove Centro di San Zeno di Montagna, San Zeno di Montagna

Il giorno esatto cambia ogni anno e non e' ancora stato reso noto.

Fonte: festivalinitalia.it, letta il 19/09/2026.

La Festa del Marrone, o Mostra Mercato del Marrone, si tiene a San Zeno di Montagna, sul Monte Baldo in provincia di Verona, fra la fine di ottobre e l'inizio di novembre. Nel Padiglione centrale di Piazza Schena si comprano i marroni direttamente dai produttori e si degustano arrostiti o lessati, mentre sul retro tre grandissimi tostatori sfornano circa 120 chili di caldarroste per volta. È l'erede diretta della sagra nata negli anni Venti, e il Marrone di San Zeno è Denominazione di Origine Protetta dal 2003.

Il Padiglione è una struttura sopraelevata circondata dal mercatino artigianale e gastronomico: i marroni si comprano in retine chiuse con il sigillo del Consorzio, e si degustano accompagnati da vini locali e dalla birra artigianale «Castanea», ottenuta con le castagne abbrustolite.

Intorno al padiglione ci sono l'esposizione e la vendita dei marroni, gli stand gastronomici, il mercatino artigianale e le serate musicali. A fare da guida e mascotte è Bruno, lo scoiattolo con la camicia a quadri, simbolo dei castanicoltori locali.

I due concorsi

La festa non è solo mercato: è una gara, anzi due. C'è il «Marron d'Oro», riservato ai produttori del Consorzio di Tutela, che ogni anno si sfidano per decretare chi ha prodotto il miglior marrone della stagione — e si tiene a porte chiuse, con una commissione di esperti che valuta ogni aspetto dei frutti e assegna un punteggio.

E c'è il Palio Gastronomico delle Contrade, che premia il miglior minestrone di marroni: una ricetta tradizionale a base di verdura, fagioli e marroni, il piatto principe della tradizione locale. Nei ristoranti e negli agriturismi aderenti si trovano menù tematici, con il minestrone e con i «marroni brustolè», un tempo cotti direttamente nelle ceneri dei castagneti; il marrone viene abbinato anche al tartufo nero del Monte Baldo, al Radicchio di Verona, alle patate e alle cipolle. Non manca il gelato ai marroni.

La novena, nove giorni in acqua

Quello che distingue questo marrone da una castagna qualsiasi è il trattamento che riceve dopo la raccolta, ed è scritto nel disciplinare. Si chiama «novena», e consiste nel prolungare la «cura dell'acqua» per nove giorni, cambiando parte o tutta l'acqua ogni due giorni, senza aggiungere nessun additivo. In quei nove giorni avviene una leggera fermentazione che fa maturare i frutti.

C'è anche una seconda tecnica tradizionale, chiamata «rissara» o «ricciaia»: consiste nell'accumulare all'aperto i frutti e i ricci per otto-quindici giorni, ottenendo la stessa fermentazione lenta, che matura il frutto e lo fa durare nel tempo.

Dopo la cura i marroni vengono asciugati e calibrati, e la calibratura è severa: sotto i 24 millimetri è scarto; fra 25 e 28 millimetri è seconda scelta, ideale per la cottura; oltre i 28 millimetri è primissima scelta, il vero Marrone di San Zeno. Segue la selezione manuale dei frutti bacati e il confezionamento in reti sigillate, con etichettatura e tracciabilità.

Il frutto si riconosce a occhio: forma ellissoidale, buccia sottile e lucida, marrone chiaro con striature più scure.

Duecento ettari senza trattamenti

La DOP copre sei comuni — Brentino Belluno, Brenzone, Caprino Veronese, Costermano, Ferrara di Monte Baldo e San Zeno di Montagna — tutti nella comunità montana del Baldo, fra il lago di Garda e il fiume Adige. I castagneti devono stare nella fascia vegetazionale del Castanetum, fra i 250 e i 900 metri, e sono in tutto circa 200 ettari, con una produzione media annua che va dai 200 ai 400 quintali a seconda dell'annata.

Il disciplinare è esplicito su un punto: le tecniche di coltivazione non prevedono l'uso di prodotti di sintesi né pratiche di forzatura. Gli alberi, spiegano i produttori, non ricevono alcun trattamento chimico e hanno bisogno solo di potature precise e di un sottobosco pulito, che agevola il raccolto. La raccolta segue la naturale caduta del frutto e si fa a mano o con macchinari che aspirano ricci e foglie trattenendo solo i frutti.

La produzione è cresciuta negli ultimi decenni grazie al recupero di castagneti abbandonati, alcuni dei quali con piante di oltre 440 anni.

Il pane dei poveri

La castagna qui non è un dolce: era la base della dieta. Nel Medioevo era «il pane dei poveri», un alimento indispensabile che si consumava fresco o si trasformava in farina per pane, polenta e dolci, e che serviva anche per l'alimentazione degli animali; si cuoceva sotto la cenere, bollita o arrostita sulla brace.

I primi riferimenti scritti alla coltivazione risalgono al Medioevo, con testimonianze nel XIII, XIV, XVII e XIX secolo che individuano le zone di produzione e descrivono i metodi di raccolta e la vendita sui mercati settimanali di Caprino Veronese e di Verona — un commercio attivo già dalla fine del XIX secolo. Ma il castagno su questi versanti è molto più antico: i pollini ritrovati risalgono all'età del bronzo, intorno al 1000 a.C.

Dagli anni Venti la coltura prende «la via di una produzione più razionale e attenta», e nello stesso periodo nasce la sagra che è diventata la Mostra Mercato.

Da un castagneto abbandonato a una DOP

La storia recente vale quanto quella antica. Nel 1997 l'amministrazione comunale costituì l'associazione Castanicoltori del Monte Baldo Veronese, «con l'obiettivo di rivalutare la castanicoltura del territorio, a quel tempo quasi completamente abbandonata perché non più redditizia per i produttori». L'associazione fu fondata da dieci produttori, e uno dei suoi scopi era recuperare i castagneti e le tradizioni locali.

Decisero di identificare il marrone con un marchio, per distinguerlo dalle castagne sul mercato nazionale. Il logo, ancora oggi in uso, raffigura una moneta: su una faccia il patrono del paese, San Zeno, sull'altra un riccio stilizzato con dentro un marrone, ed è opera di uno scultore del posto. Il disciplinare fu stilato da due docenti dell'Università di Verona; la richiesta fu accolta dalla Comunità Europea nel 2001, e nel 2003 fu confezionato il primo sacchetto di Marrone di San Zeno DOP.

A quel punto l'associazione fu sciolta e nacque il Consorzio di Tutela, che oggi riunisce oltre trenta aziende. La Festa del Marrone si intreccia con la più antica Festa delle Castagne, e coinvolge tutto il paese: la camminata, per esempio, è organizzata dalla Pro Loco insieme ad Alpini, Avis, Gruppo Giovani, Sci Nordico e Protezione Civile.

Come dice Stefano Bonafini, presidente del Consorzio di Tutela, la festa «non è solo un'occasione di degustazione e acquisto, ma un momento identitario che celebra la nostra storia»: e ricorda quanto il marrone sia stato, e continui a essere, una risorsa economica e culturale per tutta la comunità.

Come arrivare alla festa

Raggiungere la Festa del Marrone a San Zeno di Montagna richiede un po' di viaggio, ma l'esperienza ripaga il tragitto. Per chi sceglie il treno, la stazione ferroviaria più vicina è quella di Domegliara - Sant'Ambrogio, a 21 chilometri: conviene organizzarsi per coprire l'ultimo tratto. In automobile si esce allo svincolo di Cavaion Veronese, e il tragitto è di 16 chilometri per 16 minuti di guida.

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