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Carnevale Cremasco a Crema 2027 - Sfilate di carri e dolci tipici come freciule e chisulì

8 min di lettura · Scritto da: Rodolfo de Carvalho
Ultima edizione conosciuta
dall'8 al 22 febbraio 2026
Dove Piazza Duomo, Crema

Questa e' l'ultima edizione di cui abbiamo notizia: le date della prossima non sono ancora state annunciate.

Fonte: welfarenetwork.it, letta il 02/09/2026.

A Crema il carnevale lo apre sempre lo stesso personaggio: un contadino vestito con l'abito buono, calze bianche e rosse, un bastone in mano e un'oca nel cesto. Si chiama 'l Gagèt col sò uchèt, ed è la maschera che i cremaschi si sono scelti con un concorso nel 1955. Dietro di lui sfilano cinque carri di cartapesta, costruiti a mano in un capannone di periferia.

Cinque secoli sotto il leone di Venezia

Le prime tracce documentate del carnevale cremasco risalgono al XV secolo, quando la città era sotto il dominio di Venezia: la Serenissima governò Crema dal 1449 al 1797, e furono i veneziani a introdurre la festa. Già nel Quattrocento era un evento assai apprezzato dai cremaschi, che affollavano il centro storico. Da Venezia arrivò anche la moda di celebrare il Carnevale con l'allestimento della festa della «cavalchina», spettacolo di grande novità, in voga in laguna. Nel 1523 lo storico Terni ricorda feste solenni, balli e pranzi presso le famiglie e i nobili.

Non era sempre una festa tranquilla. Era un evento che richiamava tantissime persone da tutta la zona, e spesso finiva al centro di episodi che oggi si direbbero di cronaca nera: basti pensare alla lettera giunta al podestà di Crema nel 1661, in cui si elogiava il governante perché finalmente la manifestazione si era svolta «senza incidenti mortali, ammazzamenti, duelli e coltellate».

Poi vennero i controlli. Nel 1861, anno dell'Unità d'Italia, in un clima teso e di paura per le cospirazioni, divenne obbligatorio presentarsi preventivamente al questore, comunicando come e da cosa ci si sarebbe mascherati. Durante il regime fascista non si poteva camminare mascherati singolarmente, ma solo in gruppo, informando prima le autorità di Pubblica Sicurezza, ed erano vietate le maschere che ritraessero esponenti politici e funzionari dello stato. La festa, che nei secoli aveva perso smalto, passò inosservata nella prima metà del Novecento, e durante la II Guerra Mondiale fu sospesa.

Il Gagèt e la sua oca

Nel 1955, in occasione del Carnevale, venne lanciato un concorso per scegliere la maschera tipica cremasca. Vinse Paolo Risari, titolare della trattoria degli Angeli in Via Mazzini, detta Curt Granda, con la maschera del Gagèt col sò uchèt. Il personaggio nacque dall'attenzione con cui l'oste Cechino osservava l'arrivo impacciato dei campagnoli da Porta Serio.

L'abito è quello che il contadino aveva: l'unico buono, istìt scapàt, di solito quello di nozze, destinato col tempo a diventare corto, stretto e logoro. Giacca nera un po' sgualcita, panciotto e pantaloni esageratamente sopra la caviglia, che fanno risaltare le calze vistose bianche e rosse — i colori della città, che tornano nella coccarda appuntata al petto e nel fazzoletto al collo. In testa un cappello con il bavero, un cappellaccio ispirato a un copricapo religioso chiamato «Saturno», con un nastro bicolore che gli gira attorno. Ai piedi gli zoccoli di legno, scalfaròcc e saculòcc, oggi sostituiti da più pratici scarponcini in pelle o zoccoli di cuoio. In mano la gianèta, il bastone da passeggio, e i guanti bianchi, che servivano a coprire le mani callose, rovinate dal faticoso lavoro nei campi.

Con lui viaggia l'oca. Caterina veniva trasportata in un cestino di vimini pieno di caramelle da donare ai bambini presenti alle sfilate; oggi è di cartapesta, ma fino a qualche anno fa era viva. E c'è anche la Betta, detta la Gagèta, la moglie del Gagèt, che sfila ancora al suo fianco. Questa coppia è il segno di Crema; sono molte le feste raccolte fra i carnevali storici.

La comicità del personaggio non sta nel travestimento, ma nel modo: fa leva sull'incedere circospetto e poco disinvolto, e sul disagio di chi in città si sente un pesce fuor d'acqua, perché è abituato al quotidiano della cascina. Il Gagèt è diventato l'emblema del Carnevale Cremasco e apre ritualmente, sempre, la sfilata.

Un'oca per Sant'Andrea

Il nome dice chi era. Gagèt è il vezzeggiativo di gagio, e «gagi» era il termine con cui i cittadini di Crema chiamavano, non senza ironia, i contadini della campagna che comparivano al mercato per vendere le proprie merci, con la curbèla e l'oca.

L'oca non è un dettaglio comico. Insieme al maiale ha un ruolo fondamentale nell'economia alimentare della civiltà contadina cremasca: veniva uccisa per la ricorrenza di Sant'Andrea, il fegato era venduto a caro prezzo al mercato, e la carne si conservava nel grasso dentro appositi recipienti di terracotta, le olle, dove durava fino alla quaresima.

Rinascita del 1953 e comitato del 1985

Dopo il trauma della guerra, maschere e carri tornarono a sfilare grazie all'impegno di alcuni cittadini che ne colsero l'aspetto di rinascita gioiosa. Nel 1953, per opera del comitato «Pro Crema», il Carnevale Cremasco risorse e crebbe, perse i caratteri iniziali di sporadicità e di festa privata, coinvolse l'intera comunità e assunse dimensioni regionali: si contano fino a 50.000 presenze. Sono gli anni in cui gli allestimenti si ispirano ai temi del momento, dallo sport e dal dualismo Coppi-Bartali ai primi lanci spaziali e alla televisione.

Il passo successivo è del 1985, quando alcune associazioni di volontariato — GTA, Bar Fiori, Gruppo Sportivo Olimpia, Gruppo dei Pantelù, Gruppo Carnaval of Humor — sostenute dall'emittente locale Radio Antenna 5, costituirono un comitato organizzatore per riportare al successo il carnevale. Da lì cominciò una nuova era, con i grandi carri mascherati affiancati dai gruppi: scuole, oratori, associazioni, corpi di ballo. Oggi la manifestazione è organizzata dal Carnevale Cremasco ODV, un'organizzazione di volontariato, con la collaborazione dell'Amministrazione comunale e il patrocinio della Provincia di Cremona e di Regione Lombardia.

Il passaggio di consegne ha una data e un gesto. Il 6 gennaio, quando l'Epifania cede il posto al Carnevale, avviene il passaggio di testimone fra Babbo Natale e il Gagèt, e il sindaco consegna simbolicamente le chiavi della città al presidente e alla maschera, che così sono autorizzati a trasformare Crema in un luogo di divertimento, gioioso e spensierato.

Sagome di cartapesta e meccanismi

I carri sono cinque, come sempre, e ogni anno sono tutti nuovi. Si costruiscono nel capannone di via Fermi, l'officina-magazzino a Santa Maria, dove i volontari passano il tempo libero a realizzare a mano le maschere di cartapesta — i mascarú, le grandi sagome — a colorare e curare i dettagli, e a far funzionare i meccanismi che regolano la movimentazione. Le tecniche sono decennali e ormai collaudate.

Il lavoro non si ferma mai: si comincia in estate e si continua in inverno, al caldo o al gelo, la sera e nei fine settimana. In un anno i volontari hanno lavorato 6.000 ore, trovandosi tutti i sabati e le domeniche e, negli ultimi tre mesi, quasi ogni sera. I fissi sono una decina, il nucleo dell'ODV una ventina, e nell'insieme la festa muove un centinaio di persone che per un anno intero preparano la grande sfilata di folklore; nel giorno della sfilata i volontari in campo sono circa duecento. Fra loro ci sono artigiani capaci di costruire i carri e di decorarli, ma anche meccanici, tecnici, ingegneri, elettricisti, carpentieri, falegnami e pittori.

Perché il mestiere non si fermi con loro, nelle scuole primarie della città sono stati introdotti i «Corsi di cartapesta», in cui maestri artigiani insegnano le tecniche manuali per creare le maschere che poi si vedono sfilare lungo il circuito cittadino.

Le domeniche prima della Quaresima

Le sfilate occupano le quattro domeniche che precedono la Quaresima, e i corsi mascherati con i grandi carri si tengono, tempo permettendo, nelle ultime tre domeniche consecutive del periodo di carnevale. Ogni domenica il circuito cittadino conta fra i 3.500 e i 4.000 paganti.

I carri sfilano in concorso fra loro, e ciascuno porta un messaggio e uno spunto di riflessione, pur mantenendo il clima goliardico, traendo ispirazione dall'attualità: negli anni hanno raccontato la sensibilità ecologica, il rifiuto del nucleare, la guerra del Golfo, le stangate finanziarie, i problemi del risparmiatore. L'ultima domenica ruota intorno alla sfilata dei cinque carri in competizione, dei tre carri ospiti, dei gruppi mascherati e delle animazioni musicali delle scuole di ballo; il carro vincitore, che prende il titolo di Re Carnevale, è decretato dal voto di una giuria popolare, non cremasca.

Attorno ai carri si muove tutto il resto. I gruppi folcloristici arrivano da tutta Italia e da ogni parte del mondo, e il segreto del successo, dicono gli organizzatori, è proprio quel concentrato di culture diverse: la samba e i ritmi della musica di San Paolo del Brasile convivono con il Gagèt, gli sbandieratori piemontesi con le maschere veneziane. Per i bambini ci sono il villaggio dei gonfiabili, il truccabimbi e i laboratori come «Crea la tua mascherina»; per gli adulti la scuola del tortello cremasco. Ai mercatini, principale evento collaterale, si trovano i tortelli cremaschi dolci, il formaggio Salva, il salame cremasco, la mostarda e il torrone cremonese.

E poi ci sono i dolci del calendario: le freciule, cioè le frittelle, si mangiano il giovedì grasso, e i chisulì il martedì. Qualcuno li descrive come ciambelline fritte nell'olio, qualcun altro come palline ripiene di un impasto di scorza di limone, lievito di birra, mela e strutto, che dopo la frittura si servono spolverate con abbondante zucchero a velo. In ogni caso si mangiano fino al martedì: il mercoledì delle Ceneri lo scenario cambia drasticamente.

Come arrivare alla festa

Raggiungere il Carnevale Cremasco a Crema è facilissimo. Per chi preferisce la comodità del treno, la stazione ferroviaria di Crema si trova a un chilometro dal centro: si arriva nel cuore dell'evento con una breve passeggiata. Per chi si mette al volante, lo svincolo di Castelleone - Corte Madama dista 15 chilometri, cioè 14 minuti di strada.

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