Carnevale di Massafra 2027 - Sfilata di carri allegorici e maschere di carattere
Questa e' l'ultima edizione di cui abbiamo notizia: le date della prossima non sono ancora state annunciate.
Fonte: carnevalemassafra.it, letta il 03/09/2026.
Il Carnevale di Massafra, in provincia di Taranto, comincia per tradizione il 17 gennaio, giorno di Sant'Antonio Abate, e culmina con le sfilate dell'ultima domenica e del martedì grasso lungo corso Roma. I maestri cartapestai costruiscono i carri allegorici partendo dall'argilla, e alle sfilate si affiancano le maschere ufficiali del Gibergallo e di Lu Pagghiusé. La manifestazione di oggi nasce nel 1951 da uno scherzo, e nel 1953 il Comune di Massafra organizzò la prima edizione ufficiale.
Sant'Antonio Abate e il 17 gennaio
Il Carnevale di Massafra — per esteso Magia dello Jonio — comincia per tradizione plurisecolare il 17 gennaio, giorno di Sant'Antonio Abate, che a Massafra chiamano Sant'Antonio del fuoco, o Sant'Antonio del porco. Da quella ricorrenza viene il detto del paese: «Sant'Antuòne, maschere e suòne», cioè Sant'Antonio, maschere e suoni.
Sant'Antonio Abate è il protettore degli animali, ed è per questo che in quel giorno i contadini, i massari e le donne di casa conducevano il bestiame alla cerimonia annuale della benedizione degli animali domestici e da lavoro. La benedizione veniva impartita nello spiazzo davanti all'antica chiesa rupestre di Sant'Antonio abate, di proprietà del Capitolo, che prima della costruzione dell'Ospedale Pagliari si trovava in aperta campagna, fuori le porte dell'abitato.
Era una giornata di festa rispettata da tutti, con i falò accesi nelle strade, il tiro al caciocavallo sullo spalto orientale della Gravina di San Marco e il gioco della Cuccagna. La sera, in casa del vincitore della cuccagna, si banchettava e «si menava la scianghe», come si diceva allora per quei balli troppo focosi, eseguiti fra i fumi di Bacco e di Venere.
C'è anche una leggenda, molto diffusa nella zona jonica, che il paese lega alle origini della sua festa. Si racconta di un pastore che faceva il guardiano del gregge in una masseria e non poteva mai allontanarsene: di giorno al pascolo, di notte a dormire con le bestie, disteso su un sacco di paglia, senza ferie né giorni di riposo. Un giorno il padrone, mosso da un'insolita generosità, gli concesse di tornare a casa per Carnevale. La strada era lunga e il pastore la fece a piedi, in un inverno rigido e nevoso, portandosi una vecchia bisaccia a tracolla con qualche chilo di fave, un sacchetto di grano, un fiasco d'olio e di vino: quello che restava del suo salario, pagato in natura secondo l'uso dell'epoca. Lungo il cammino incontrò un uomo vestito anche lui da pastore, con barba e capelli lunghi, che gli disse che la festa era già passata; poi lo congedò così: «Va a goderti la famiglia, ma anche la festa di Carnevale». Arrivato in paese, il pastore seppe che il Carnevale era stato prolungato di due giorni. Gli organizzatori riferiscono il riposo concesso al pastore alla licenza di libertà data anticamente agli schiavi in ricordo del dio Saturno, e il viandante è tradizionalmente identificato con Gesù di Nazaret.
I giovedì che avevano un nome
Dal 17 gennaio in poi le feste si ripetevano a ritmo serrato tutte le domeniche e tutti i giovedì di carnevale, e ognuno di quei giovedì aveva un nome e un significato suoi. C'era il giovedì dei monaci e il giovedì dei preti, gli ultimi giorni a disposizione del clero per pranzi ricchi e succulenti a base di carne prima del digiuno: fino alla seconda metà del XX secolo monaci e preti festeggiavano il proprio giovedì scambiandosi un cordiale invito a pranzo.
Veniva poi il giovedì dei cornuti, o degli sposati, che si festeggiava con un lauto pranzo in famiglia, una scorpacciata di salsizze arrestute — salsicce alla griglia — e vino in quantità: era l'ultima occasione per le popolane di tradire il marito, che sarebbe tornato in paese la settimana successiva. Per ultimo arrivava il giovedì dei pazzi, o dei giovani, quando la festa esplodeva in tutta la sua magnificenza nelle piazze, nelle strade e nei vicoli oscuri, all'epoca senza illuminazione pubblica: i giovani rientravano con qualche ora di anticipo dal lavoro nei campi, si mascheravano alla meglio imitando coppie di sposi, gobbi e sciancati, e uscivano di casa per il rituale giro delle famiglie, mentre il porta-maschere e gli amici in borghese facevano corona cantando «Abballe ciccantuòbe, senza cante e senza suòne». Chiudeva il giovedì della cattiva, cioè della vedova, che cadeva nel primo giovedì di Quaresima, quando la carne era ormai a stecchetto e le macellerie chiuse.
Del carnevale massafrese si hanno notizie sin dalla fine dell'Ottocento, e le cronache di Raffaele Grippa ne hanno conservato gli aneddoti e le trovate esilaranti del tempo. Particolare era la battaglia a suon di cannellini e fagioli lanciati dai «signori» sulle carrozze, a cui i «borghesi» a piedi rispondevano con arance, mazzi d'insalata e tutto quello che gli erbivendoli avevano sulle panche. Ancora più caratteristica la processione degli oltre 2000 felpaioli che, incappucciati e salmodiando scurrilità, portavano in spalla Sant'Accione, rappresentato da Giovanni Franchino detto Piciunno, che riceveva omaggi gastronomici dai beccai del tempo. Come attestano alcuni documenti settecenteschi della Confraternita del Sacramento, a Massafra si celebrava anche il Carnevaletto, un rito riparatorio di tre giorni per chiedere perdono a Gesù delle offese arrecategli durante il carnevale, e intorno agli anni Venti furono indette processioni notturne di penitenza per tutti i giovedì di Quaresima.
Il ritorno a casa era la ragione di tutto. «Pasqua e Natale addò t'acchie, Carnevale fall'a caste», dice il proverbio: Pasqua e Natale dove ti capita, Carnevale fallo a casa. I contadini passavano i mesi invernali in Calabria e in Lucania a potare gli ulivi, e per il Carnevale tornavano in paese concedendosi una pausa di almeno tre giorni.
La corrida del 1951 e il primo concorso
Il riferimento cronologico più antico è un documento del 1776, che Nicola Andreace rinvenne nell'Archivio di Stato di Taranto. Ma la manifestazione di oggi nasce da uno scherzo. Nel 1951, alla vigilia della Quaresima, alcuni giovani fra i sedici e i vent'anni riuniti nella Filodrammatica per preparare uno spettacolo di Goldoni pensarono a una burla per destare dal torpore una città pigra: affissero in piazza dei manifesti che annunciavano una corrida per le strade del paese, nell'ultima domenica di Carnevale.
Il giorno indicato, davanti agli occhi incuriositi dei cittadini e a quelli preoccupati delle forze dell'ordine, si presentò un bizzarro corteo: un toro di cartapesta sorretto da due ragazzi, un matador disarmato, un veterinario in camice bianco e picadores a cavallo di manici di scopa. La burla riuscì perfettamente e diede l'impulso a tutto il resto.
Nel 1952 il C.R.A.L., il Centro Ricreativo Assistenza Lavoratori, organizzò il primo concorso di Carnevale, con premi poco più che simbolici e tre categorie: carri allegorici, gruppi caratteristici e maschere isolate. Nel 1953 fu il Comune di Massafra a organizzare la prima edizione del Carnevale massafrese, con quella che sarebbe diventata la tradizionale sfilata dei carri.
Da lì la festa si arricchì di gruppi mascherati, di clown dalle trovate goliardiche e di borotalco lanciato sui presenti, e i carri cominciarono a essere allestiti con grande attenzione. Il percorso fu spostato dal centro storico a corso Roma, per rendere le manovre più agevoli e sicure. Nelle allegorie salì alla ribalta la satira di costume, alimentata dal fenomeno in ascesa della televisione commerciale. Alla fine degli anni Ottanta la sezione dei gruppi mascherati aveva una partecipazione larghissima e alimentava la rivalità fra le parrocchie massafresi, che gareggiavano a radunare il maggior numero di figuranti. Negli anni Novanta le opere fecero salti di qualità nei colori, nelle fattezze, nei movimenti e nelle dimensioni, ormai mastodontiche: a farne le spese furono insegne e segnali stradali, puntualmente abbattuti dai grandi pupi. Dopo la pausa del 1991, dovuta alla prima Guerra del Golfo, i carristi cominciarono ad adoperare la tecnologia, e i grandi pupi di cartapesta ebbero movimenti meccanizzati. Nel 2003, per il cinquantenario, arrivò il traguardo atteso da tempo: la partecipazione alla Lotteria Nazionale del Carnevale, in abbinamento a Viareggio, Fano e Gallipoli. Nel 2005 i locali dell'ex macello comunale furono destinati ai maestri cartapestai, che avevano bisogno di strutture adeguate per lavorare e per preservare le opere dalla pioggia.
Dall'argilla al pupo di cartapesta
Tutto comincia da una forma in argilla, curata nei minimi dettagli perché il pupo abbia il suo carattere. Quando la forma è completa viene ricoperta di olio, e sopra si cola il gesso; una volta raffreddato, anche il gesso viene cosparso di olio, e su di esso si fa aderire la cartapesta.
La carta è quella dei quotidiani, imbevuta di una colla prodotta con acqua e farina: si divide in strisce sottili e si fa aderire al calco. Appena asciutta, la cartapesta viene staccata dal calco e assemblata con l'aiuto di cartoncini e colla a caldo. Poi il «pupo» è rivestito di cartacemento, dipinto e infine lucidato. Il lavoro si fa nei capannoni al chilometro 634 della Strada Statale Appia, dove i cartapestai mostrano volentieri le tecniche di lavorazione dell'argilla, del gesso e della carta.
Dietro ai colori, alle musiche, ai balli e ai canti c'è la mano dei grandi maestri artigiani cartapestai, sporca di colle e vernici. Sono nonni, padri e figli, che di anno in anno portano avanti un'arte rara, e ogni pupo porta con sé l'emozione di chi lo ha costruito: come dicono loro, la storia di Massafra prima si rispetta e poi la si fa sfilare. Per motivi di sicurezza le dimensioni sono state riviste, e oggi un carro arriva a 12 metri di altezza col pupo completamente alzato e a 6 metri di larghezza, misure finite da terra.
Gibergallo e Lu Pagghiùsë
Le maschere ufficiali sono due, riconosciute nel 2008 come elementi chiave della cultura popolare massafrese. Il Gibergallo è un allegro pagliaccio con la faccia bianca, il naso e la bocca rossi e abiti variopinti, un frac nero, la scopa nella mano destra e un gallo al guinzaglio nella sinistra; indossa anche una maglia a strisce gialle e rosse ed è truccato con un cuore rosso dipinto sulle labbra. Comparve per la prima volta nel 1991 su una cartolina stampata dall'Amministrazione comunale, come tributo a un uomo vero.
Quell'uomo era Gilberto Gallo, massafrese noto per le sue trovate e per il suo mascheramento, maschera realmente esistita fin dagli anni Settanta. Fu uno dei promotori del Carnevale e c'era sin dalle prime edizioni: gli organizzatori lo prelevavano da casa con il complesso bandistico locale perché aprisse la sfilata, tanto era una figura trascinante per l'intera cittadinanza. Preparava con grande attenzione la propria immagine, e ogni simbolo dei suoi vestiti aveva un significato; la sua simpatia contagiò a tal punto che nei corsi mascherati si formarono vere e proprie «masse» di Gibergalli. Il nome, va detto, non nasce dall'unione di nome e cognome: viene dal fatto che Gilberto andava in giro col gallo al guinzaglio. Morì nel 1996, proprio nei giorni dell'evento.
L'altra maschera la inventò nel 2002 Nicola Andreace, autore storico delle locandine della manifestazione, per restituire la tipicità locale. Lu Pagghiùsë è lo stereotipo del pastore-contadino massafrese, e il nome dice il carattere del paese: uno che «s'infiamma di colpo per ogni iniziativa, si emoziona con passionalità, ma poi brucia subito come fuoco di paglia». Si presenta con abiti a metà strada fra un menestrello, un giullare e un contadino, con la bisaccia e l'inseparabile cupa-cupa, uno strumento musicale di origini antiche legato alla tradizione contadina, e interpreta una danza liberatoria scandendone il ritmo.
Le due figure hanno una storia anche fuori da Massafra. Nel 1989 U pagghiuse fu ripreso sul carro di Burlamacco del Maestro Casulli, dove trionfava fra tutte le maschere dei carnevali italiani; lo stesso Casulli realizzò nel 1995 un aprifesta col Gibergallo al centro, e i maestri La Penna, D'Amati e Mastrangelo lo inserirono fra le maschere italiane ne La storia infinita, primo classificato nel 1996. Nel 2003 la Fondazione Carnevale di Massafra propose, dopo un concorso pubblico, di ufficializzare U pagghiuse; nel 2005 il sindaco Giuseppe Cofano annunciò in conferenza stampa che il Gibergallo sarebbe stato maschera ufficiale, e nello stesso anno il Gibergallo comparve ne La favola continua... con Peter Pan andiamo allo sballo di Gino Gallo.
Il funerale di Carnevale a mezzanotte
Le sfilate si svolgono la sera dell'ultima domenica di carnevale e del martedì grasso, lungo corso Roma, con i carri che partono dalla zona retrostante lo Stadio Italia e il percorso che tocca via Livatino, via Magna Grecia, piazza Vittorio Emanuele e torna indietro. Sfilano carri allegorici, gruppi mascherati, maschere di carattere, gruppi allegorici e scuole in maschera, e l'ordine dei gruppi viene sorteggiato qualche settimana prima; davanti a ogni carro camminano le scuole di ballo vestite a tema. Dal 2015 la domenica mattina è dei bambini delle scuole dell'infanzia e primarie, col loro corso mascherato. Chi guarda si maschera a tema con un carro o a tema libero — clown, mostri, uomini vestiti da donne e donne da uomini, suore, preti — e in mano ci sono le chiacchiere, dolci tipici della tradizione carnascialesca, accompagnate dal vino locale.
Ma il culmine, in origine, era un funerale. Nella serata del martedì grasso dei primi del Novecento partiva il corteo dei carrettieri, capeggiati da Vincenzo detto il Tarantino, che portava in processione il Carnevale ormai in fin di vita, raccogliendo doni e cibarie da negozi, cantine e caffè. Il corteo, armato di siringhe e clisteri, era aperto da un gruppo con vasi da notte di creta colmi di maccheroni, brasciole e polpette de cavadde, mangiate con le mani e offerte anche ai forestieri, e cantava in coro: «O ccè cuccagna, o ccè cuccagna, addò si caca, addè si magna! O ccè gusto, o ccè piacere, addò si piscia, addè si beve!».
Poi arrivarono i conciapelli e i fiscolai dei fratelli Di Lorenzo e i fornai, con le lussuose bare decorate dai Salvi, Attorre e Mingolla, e il quattroruote di Fafuoco con sopra un grosso fantoccio di paglia in abiti da campagnolo. Il carnevale moribondo veniva chiamato Juann, Giovanni, forse in ricordo di Giovanni Carnevale, animatore delle prime manifestazioni massafresi nella prima metà dell'Ottocento. Il feretro era preceduto da una fila interminabile di finti confratelli, preti e fedeli con lampade e torce accese; dietro procedevano le sghignazzanti accompagnatrici di Rosa, la moglie in gramaglie, e la fanfara minore di Domenico Franchino accompagnava tutto con le sue musiche.
A mezzanotte, in piazza, il sagrestano della vicina chiesa di Santa Maria di Costantinopoli — demolita nel 1929 — dava alcuni lugubri rintocchi alla campana maggiore, e il pupazzo di paglia veniva bruciato o lanciato dal ponte nella gravina San Marco. Era il segnale della fine, e del ritorno al lavoro dei braccianti nelle campagne calabresi e lucane. Del giorno dopo restava una strofetta: «chine di dogghie, ajere maccarune e josce fogghie», pieno di dolori, ieri maccheroni e oggi verdura. Il corteo funebre si è fermato per quasi mezzo secolo, poi è tornato: dalla 50ª edizione del 2003 il Re Carnevale ha di nuovo il suo funerale, e il Carnevale di Massafra è riconosciuto come manifestazione storica dalla Regione Puglia e dal Ministero della Cultura, inserito fra i Carnevali storici d'Italia e nel progetto «Carnevali d'Italia».
Come arrivare alla festa
Raggiungere il Carnevale a Massafra è facilissimo. Per chi preferisce la comodità del treno, la stazione ferroviaria di Massafra si trova a 1,2 chilometri dal centro: si arriva nel cuore dell'evento con una breve passeggiata. Per chi si mette al volante, lo svincolo di Palagiano nord dista 5,9 chilometri, cioè 8 minuti di strada.
Da vedere qui intorno
Da queste parti si festeggia anche cosi'.
- I Fuochi di San Ciro a Grottaglie — gennaio
- Settimana Santa a Taranto — marzo
- Presepe Vivente a Mottola — dicembre