Carnevale di Gallipoli 2027 - Carri allegorici in cartapesta e il carro funebre di Lu Titoru
Questa e' l'ultima edizione di cui abbiamo notizia: le date della prossima non sono ancora state annunciate.
Fonte: comune.gallipoli.le.it, letta il 02/09/2026.
Il carnevale di Gallipoli finisce con un funerale. Su un carro allestito con drappi, fiori e lumi funebri sfila lu Titoru, il fantoccio di un giovane morto per aver mangiato troppo, seguito dalla madre e dalle comari che piangono. Ma prima ci sono un mese e mezzo di fuoco, cartapesta e sfilate.
Il fuoco del 17 gennaio
Si comincia con un falò. La manifestazione ha inizio il 17 gennaio, giorno di sant'Antonio abate — «te lu focu», del fuoco — quando si accende la tradizionale focara, un grande falò di rami d'ulivo.
Il rito ha un nome dialettale e una regola precisa: si chiama delle «Facareddhe», e al primo riverbero delle fiamme il tamburello dà il segnale per l'apertura delle danze, cadenzate dal ritmo della pizzica e accompagnate da commenti salaci e battute, soprattutto verso le giovani coppie. È un rito che in Salento si ripete in vari punti della città.
Chi era Teodoro
La maschera tipica è lu Titoru, ossia Teodoro, e la sua storia ha due versioni.
Nella più diffusa è questione di polpette. Il giovane gallipolino, tornato dal militare, chiese alla madre un piatto di polpette, il suo preferito, prima dell'inizio del digiuno quaresimale; la madre lo accontentò, ma lui, nella foga di mangiarle, si strangolò con una di esse. Nell'altra versione le preghiere contano più del piatto. Teodoro, giovane soldato, era stato trattenuto lontano da casa durante il carnevale; il dolore della madre e le sue preghiere perché Dio prolungasse di due giorni la festa furono accolti, la festa si allungò — sono «li giurni de la vecchia» — e lui fece in tempo a tornare. Poi si tuffò nelle danze e nelle grosse abbuffate, e tante furono le salsicce che mangiò che ne restò strozzato; e altrove si parla di «quintali di salsicce e polpette di maiale». Anche altre feste hanno il loro Teodoro, e la galleria dei carnevali storici le tiene insieme.
In tutte le versioni il senso è lo stesso: con Teodoro moriva il Carnevale e simbolicamente tutti i piaceri terreni.
Le chiangimorti e la Caremma
Il funerale si mette in scena ogni anno. Il defunto è un fantoccio col volto dipinto di giallo e di rosso — bicolore come la bandiera della città — adagiato sul carro con la polpetta in bocca, e attorno ci sono la madre, il prete e un gruppo di comari.
Quelle comari hanno un nome e un travestimento: sono le «chiangimorti», che altro non sono che ragazzi vestiti da donna. Nella descrizione più dettagliata le prefiche mostrano il volto bianco di farina e fra le mani portano un fuso, mentre si battono il petto disperate, e il corteo si muove per le vie urlante e piangente. Alla fine, vuole la tradizione, il carro viene bruciato in un gigantesco rogo; alcune leggende raccontano che al rogo seguisse un sabba con streghe che ballavano al ritmo di musiche ancestrali.
La madre di Titoru non è una figura qualsiasi: è la Caremma, figura caratterizzante della Quaresima. E resta in città anche dopo. Il fantoccio raffigura una vecchietta vestita di nero, riempito di paglia e botti, ai cui piedi è posta un'arancia con sette piume di cappone, una per ogni domenica di Quaresima; resta esposto fino al giorno di Pasqua, quando a mezzogiorno viene fatto esplodere e bruciare secondo l'antico rito di purificazione.
Il significato è dichiarato: la morte di Titoru segna la fine dell'inverno, ma anche uno smascheramento pubblico degli eccessi dei bagordi carnevaleschi, fatti di danze sfrenate, scherzi e abbuffate a scapito della miseria generale.
Giornali, acqua e farina
L'altra metà del carnevale è un mestiere. La cartapesta è una tradizione secolare gallipolina che tiene insieme più generazioni: i maestri e i giovani che ne imparano i segreti guardandoli lavorare.
I materiali sono poveri: fogli di giornale, acqua e farina, che nelle mani dei maestri cartapestai diventano opere di grande bellezza. I carri che ne escono li chiamano i Giganti della Cartapesta, e in agosto se ne espongono alcuni pezzi in anteprima, illustrando i procedimenti di lavorazione.
L'ultima domenica di carnevale e il martedì grasso, lungo corso Roma, si svolge la sfilata dei carri allegorici in cartapesta e dei gruppi mascherati davanti a migliaia di spettatori provenienti da tutta la provincia di Lecce e dalle città pugliesi. I carri sono di prima e seconda categoria, e portano riferimenti all'attualità italiana e mondiale, alla storia e alla cultura; i gruppi mascherati sono protagonisti di vere e proprie messinscene fatte di musica, danza, coreografie e animazione. La tribuna sta su corso Roma, all'altezza di piazza Tellini.
Il re, la regina e le chiavi
L'apertura ha un suo cerimoniale. A mezzogiorno, dai balconi del Palazzo, un araldo proclama l'apertura del Carnevale e presenta alla città i nuovi sovrani: Re Candallino e Regina Mendula Riccia; il sindaco consegna loro le chiavi della città, segnando simbolicamente il passaggio di potere.
Poi si cammina. Il corteo reale attraversa il centro storico fra via de Pace, via S. Angelo, via B. Amico e via Garibaldi, per tornare al Castello di Gallipoli, dove i sovrani salutano la cittadinanza; il corteo storico è accompagnato da musicanti e sbandieratori. Nel pomeriggio la festa si sposta su Corso Roma con il taglio del nastro, e la sera esce il Titoru, in piazzetta Santa Teresa.
Dodici rintocchi e la Pentolaccia
La fine ha un suono preciso. Il martedì grasso i carri sostano nel centro storico presso la Chiesa di San Francesco d'Assisi, dove il campanone suona dodici volte, richiamando un'antica tradizione: quel suono decreta la fine del Carnevale e l'inizio della Quaresima.
Ma qualcosa resta anche dopo. Il giovedì successivo al mercoledì delle Ceneri si festeggia la «Pentolaccia»: una grossa pentola, una pignata, dentro la quale ci sono confetti e dolciumi di ogni tipo che i bambini devono rompere per prendersi il contenuto.
Quanto alle origini, ci sono tre piani diversi. La tradizione carnevalesca della città affonda le radici nel medioevo, nei rituali dionisiaci e dei saturnali; la manifestazione moderna nasce negli anni Quaranta; e con il Carnevale del 1954 l'«Associazione Turistica pro Gallipoli» decise di dare una svolta, organizzando una grande sfilata di carri allegorici di cartapesta, convinta di dover mettere a frutto, anche per il turismo, la capacità dei tanti artisti che con quel materiale avevano sempre avuto dimestichezza.
Come arrivare alla festa
Farsi avvolgere dalle atmosfere del Carnevale, a Gallipoli, è alla portata di tutti. Per chi sceglie i mezzi pubblici la stazione ferroviaria di Gallipoli è a 1,8 chilometri dal centro, cioè a pochissima distanza dal cuore della festa. Se invece si preferisce l'automobile, l'uscita di riferimento è lo svincolo di Sannicola: da lì bastano 5 minuti di guida (4,1 chilometri) per immergersi nei festeggiamenti.
Eventi nei dintorni
Poco lontano, altre tradizioni dello stesso territorio.
- La Fòcara a Novoli — gennaio
- Sant'Antonio Abate a Novoli — gennaio
- Sant'Ippazio a Tiggiano — gennaio