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Carnevale Storico di Santhià 2027 - Le 150 caldaie di rame e il rogo del Babàciu

9 min di lettura · Scritto da: Rodolfo de Carvalho
Ultima edizione conosciuta
dal 15 al 16 febbraio 2026
Dove Santhià, Vercelli, Piemonte, Italia, Santhià

Questa e' l'ultima edizione di cui abbiamo notizia: le date della prossima non sono ancora state annunciate.

Fonte: carnevalestoricosanthia.com, letta il 03/09/2026.

Il lunedì grasso, prima dell'alba, i Pifferi e Tamburi svegliano il paese e quaranta cuochi. Sotto 150 grandi caldaie di rame si accendono i fuochi a legna, e a mezzogiorno si distribuiscono gratuitamente oltre 20.000 razioni di fagioli e salame: la Colossale Fagiuolata è considerata la più grande d'Italia.

Venti quintali di fagioli

La ricetta non è un modo di dire: è depositata con atto notarile, per preservarne la storicità, e i santhiatesi dicono di tramandarla dal XIV secolo. Gli ingredienti sono quattro, e vengono tutti dal territorio: 20 quintali di fagioli qualità Saluggia, 10 quintali di salami, 10 quintali di pane e un quintale e mezzo di lardo tritato, prodotti in provincia di Vercelli e in città.

Il procedimento è scritto, e comincia il sabato. Le caldaie si preparano due giorni prima; la domenica si riempiono d'acqua per l'ammollo; i fagioli riposano otto ore, poi si scola, si riempie di nuovo, si accendono i fuochi e si rimesta in continuazione perché non si attacchino sul fondo. Dopo un'ora si aggiungono il lardo tritato e le cipolle; dopo tre ore di ebollizione i salami, che cuociono quarantacinque minuti; poi si tolgono, si mettono alloro e sale, e si va avanti un'altra ora.

A mezzogiorno c'è la benedizione. Il parroco viene «prelevato» da casa dai Pifferi e Tamburi e dalla Banda e portato alla piazza dei fagioli, dove pronuncia la benedizione davanti alle autorità civili e al Gianduja di Torino; poi, al segnale di un doppio sparo di fucile, comincia la distribuzione. Ci lavorano oltre trecento addetti divisi in trentadue gruppi, e i camerieri — trecento o trecentoventi, a seconda delle edizioni — servono sotto la guida dei «capipalina». Le razioni spariscono in meno di mezz'ora.

Il piatto andrebbe mangiato sul posto, ma sempre più spesso lo si porta a casa per condividerlo, in recipienti di ogni forma e dimensione che la gente arriva a prendersi da casa. Il senso è antico: la fagiolata nasce dalla sconfitta della «schiavitù della fame», la piaga che ha caratterizzato per secoli ampi strati del mondo rurale. Qui il carnevale si misura anche in piatti serviti; gli altri carnevali storici hanno ciascuno la propria misura.

Dal 1093, o dal Trecento

Sull'età di questo carnevale le date sono più d'una, e vale la pena tenerle tutte. Le fonti d'archivio dirette partono dai primi del Trecento, quando i documenti cittadini citano l'«Abadia», la confraternita giovanile laica che organizzava i festeggiamenti pubblici — la prima citazione è in un documento del 1338.

Il 1093 arriva invece per via indiretta: su un documento del 1893 conservato dalla Pro Loco si legge che quell'anno si festeggiava «l'ottavo centenario dell'Antica Società Fagiuolesca», il che permetterebbe di retrodatarne l'esistenza ad almeno il 1093.

In mezzo ci sono documenti che raccontano più della data. Nel 1430 i giovani dell'Abadia vennero condannati a pagare 25 soldi per aver condotto in chiesa «con la massima solennità, un asino ricoperto con abiti sacerdotali»; e il documento aggiunge che l'abitudine risaliva a tempi anteriori e veniva tollerata. Con l'avvento del Ducato sabaudo, nel Quattrocento, vennero introdotti vincoli per attenuare gli eccessi del «rovesciamento delle abitudini» tipico del Carnevale. C'è anche un atto del notaio Giacomo Marazzina del 1584.

Il risultato è che Santhià è il Carnevale più antico del Piemonte, e probabilmente d'Italia: nella prima fascia dei riconoscimenti ministeriali stanno solo due carnevali, Fano e Santhià, gli unici a poter vantare oltre 600 anni di storia.

Le Pule e l'asta al contrario

Il tempo del Carvè si apre all'Epifania e finisce all'alba del Mercoledì delle Ceneri. In mezzo, ogni sabato e domenica, la città fa le Pule: ogni compagnia carnevalesca è titolare di una parte di territorio, urbano o extraurbano, e si fa accompagnare da sei musicisti della Banda Musicale Cittadina — la Squadra 'dla Pula — andando di casa in casa per la questua che costituisce il patrimonio del Carnevale.

Il nome viene dalle offerte in natura: la gallinella, o pula. Anticamente la questua nelle cascine serviva a procurare il salame e i fagioli, o i soldi per pagare il sale per condirli — i sold 'dla sal.

La sera si chiude con la Còngrega, che è la parte più curiosa. È un'asta al contrario: un banditore mette all'asta oggetti o incombenze da eseguire sul momento, e chi non vuole aggiudicarsele rilancia per passarle a un altro. Tutto accompagnato da battute salaci e dalla richiesta di sdebitarsi con azioni improbabili o imbarazzanti — come il bagno nel canale in pieno inverno, rimasto negli annali.

Stevulin, Majutin e una leggenda

Le maschere ufficiali sono Stevulin 'dla Plisera e Majutin dal Pampardù, due contadini sposi novelli, e i loro nomi vengono da due cascine realmente esistenti nei dintorni: il Pampardù — «Panperduto» — nel punto più alto del territorio comunale, e la Plisera — «Pellizzera» — verso il confine con Tronzano.

La storia che raccontano è una leggenda, e come tale è data. Secondo la leggenda i due, volendo sposarsi, avrebbero dovuto sottostare alle richieste di «jus primae noctis» del signorotto locale; il sopruso scatenò la ribellione di Stevulin che, con l'appoggio del popolo, organizzò la rivolta e, sconfitto il tiranno, portò la sposa in viaggio di nozze a Santhià, ottenendo tre giorni di baldoria con balli e mangiate offerte a tutti.

Le maschere, invece, sono recenti: vennero create nel 1929, a somiglianza delle torinesi Gianduja e Giacometta, e prima non servivano, perché gli Abbà da secoli rappresentavano direttamente le autorità carnevalesche; nel 1934 si volle identificarle con figure umane concrete, e si scelsero due giovani di campagna, da cascine con terreni non ricchi. Stevulin è il contadino furbo e coraggioso, «scarpa grossa e cervello fino», pronto a denunciare storture e abusi; Majutin è la regina della casa.

Ogni anno li impersona una coppia diversa, presentata il martedì prima del Carnevale, quando riceve dalle maschere uscenti la cavagna, la spunciun, la scusal, la mantlin-a e l'umbrela — cesto, spillone per capelli, grembiule, scialle e ombrello. Chi ha finito entra negli «Stevu e Majot Frust», letteralmente gli usurati, riconoscibili durante la festa dalla coccarda colorata. Il sabato il sindaco consegna loro le chiavi della città, e Stevulin legge il discorso in vernacolo, che affronta con arguzia e umorismo argomenti di attualità non solo locale.

Gianduja sul tronetto

C'è una statua che sorveglia tutto. Nel 1870 la comunità individuò in Gianduja, maschera ufficiale del Piemonte, il simbolo destinato a «vegliare» sulla città durante i giorni di festa; da allora la statua in legno e gesso viene issata ogni anno, la domenica di Carnevale, dal Governatore su un tronetto al centro di Piazza Roma, e da lì controlla ogni momento dei tre giorni, fino alla deposizione della sera del martedì grasso — fra le lacrime della popolazione, che le dà appuntamento all'anno dopo.

Il Governatore è una figura precisa dell'organizzazione: è il custode dell'effigie di Gianduja e delle onorificenze, e con i Magnifici Cavalieri forma la Direzione. Il cuore organizzativo è la Pro Loco insieme all'Antica Società Fagiuolesca, associazione le cui origini sono anteriori al Quattrocento, e i cui membri si riconoscono dalla feluca rossa e dalla fascia con la scritta «Direzione». L'Abadia, del resto, verso il XVIII secolo fu sostituita proprio dall'Antica Società Fagiuolesca, che è l'antenata dell'attuale comitato. Dopo la consegna delle chiavi c'è il tradizionale Ricevimento Popolare: le maschere, finito il giro per le vie cittadine con i musicisti, raggiungono il veglione in maschera. E c'è una giornata per i più piccoli, il Gran Ballo dei Bambini al Palacarvè, con musica, giochi e la distribuzione dei fricieu, il classico dolce di carnevale. Di tutta questa storia esiste anche un museo, il Carvè Museum, che raccoglie gli elementi del folklore e della manifestazione.

I carri, i giochi, il rogo

I Corsi Mascherati sono tre — domenica pomeriggio, lunedì sera in notturna, martedì pomeriggio — e mettono in strada oltre 2.000 figuranti in una cittadina di 9.000 abitanti. Sfilano carri allegorici grandi di prima e seconda categoria, gruppi misti e maschere a piedi; i carri di prima categoria sono giganti di cartapesta grandi almeno dodici metri per sei.

Come si muovono lo spiegano gli artigiani: si parte da complesse strutture in acciaio e pistoni idraulici, che permettono a figure enormi di piegarsi, ruotare e innalzarsi oltre i balconi delle case; i volti sono scolpiti con realismo, spesso ritraendo personaggi famosi o politici in chiave satirica, e migliaia di led vengono inseriti nella cartapesta per la sfilata notturna. A decidere i vincitori è una giuria popolare di una sessantina di santhiatesi, rinnovata in parte ogni anno, affiancata da una commissione di giudici tecnici. Con i carri sfilano lo Stato Maggiore in divisa napoleonica — costituito in ricordo del passaggio di Napoleone da Santhià — il corpo dei Pifferi e Tamburi con i mantelli rossi, il Gruppo Tamburi, le Majorettes e le bande.

La domenica sera arriva il Girone Infernale, un serpentone musicale che si snoda nelle vie del centro seguito dalla popolazione, dove un tempo si ballavano le Bisse e i Curantun e oggi si mangiano dolci e zabaione. E c'è una canzone: dal 1895, ininterrottamente, musicisti e parolieri santhiatesi si succedono nel comporre la Canzone del Carnevale, che prende spunto dai fatti dell'anno precedente e dai personaggi locali e ne parla con ironia e sarcasmo.

Il martedì mattina si gioca. I Giochi di Gianduja sono giochi antichissimi che rimandano alle tradizioni popolari medievali: la corsa nei sacchi, la rottura delle pignatte piene di farina o coriandoli, il tiro alla fune, la mela nella tinozza, e le Compagnie si sfidano fra loro.

Poi si chiude. Il martedì sera, in piazza, arde il Babàciu — un pupazzo di cartapesta, il re del Carnevale — fra il suono delle campane a lutto e le note di una marcia funebre, che dopo poche note si tramuta in una «monferrina» sfrenata: il ballo che riporta l'allegria. Dal 1995 gli accenditori ufficiali sono i componenti del Gruppo dei Funfi.

Resta fuori una cosa sola, e anche quella è cambiata nel tempo: la Salamada, la processione di dodici suini che si avviavano al macello, oggi è puramente simbolica — persone travestite da maiale accompagnano la Direzione che distribuisce panini con la porchetta.

Come arrivare alla festa

Arrivare a Santhià per il Carnevale Storico non è complicato. Per chi preferisce la comodità del treno, la stazione ferroviaria di Santhià si trova a 600 metri dal centro: si arriva nel cuore dell'evento con una breve passeggiata. Per chi si mette al volante, il casello di Carisio dista 9,7 chilometri, cioè 10 minuti di strada.

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