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Gianduia a Torino - Giovanni del boccale, col tricorno e la coccarda tricolore

6 min di lettura · Scritto da: Rodolfo de Carvalho

Gianduja è la maschera principale del Piemonte e il simbolo del Carnevale di Torino, che si tiene fra febbraio e marzo. Nella settimana che precede l'inizio della Quaresima visita ospizi, ricoveri e ospedali per bambini distribuendo le tipiche caramelle rotonde e piatte, avvolte in un cartoccio esagonale, e durante il Carnevale gli vengono consegnate simbolicamente le chiavi della città insieme alla compagna Giacometta. Il nome è la contrazione di «Gioann dla doja», cioè Giovanni del boccale, dalla duja, il contenitore di terracotta usato nelle taverne piemontesi per il vino: fu lui a distribuire per le strade di Torino, al Carnevale del 1865, il primo gianduiotto.

La maschera principale del Piemonte porta in mano il suo attributo, e non se lo toglie mai.

Da Gironi a Gianduja

Prima di chiamarsi così era un altro. L'antenato è la marionetta Gironi, o Gerolamo, un contadino sprovveduto sempre alle prese con la burocrazia del potere, già noto nel 1630: un vecchio copione del 1600 che due burattinai aggiornarono trasformandone le battute in una critica sottile alla politica e ai costumi di inizio Ottocento.

Il cambio di nome, secondo una versione, fu una necessità: il personaggio sbeffeggiava i governanti francesi e il nome fu cambiato per evitare la censura. Secondo un'altra, Gironi era «un burattino impertinente ma saggio, costretto a emigrare a Torino e a cambiare nome per la sua lingua troppo lunga».

Fu a Callianetto, presso Asti, che Giambattista Sales, insieme a Gioacchino Bellone di Racconigi, fece esordire Gianduja nel 1808, facendolo apparire in pubblico con un naso rubicondo e una doja in mano. Il paese astigiano è rimasto la sua patria, dove ha il suo ciabot, la casa di campagna.

Il codino all'insù e la coccarda del 1797

Il costume è quello di un contadino che se la passa bene. Giubbetto color marrone orlato di rosso, panciotto giallo, calzoni verdi corti fino al ginocchio, calze rosse e scarpe basse con fibbia d'ottone; il viso rubicondo e la parrucca con il codino volto all'insù, legato con un fiocco rosso.

Ai dettagli si aggiungono il panciotto a righe colorate, un ampio mantello, l'inseparabile ombrellone verde e un bastone elegante. Il risultato è un mix tra contadino benestante e piccola borghesia rurale dell'Ottocento.

Sul tricorno c'è il particolare che ha fatto la sua fortuna politica: la coccarda tricolore, la stessa che a Reggio Emilia e a Modena era stata applaudita nel 1797 come vessillo della nuova Italia, e che oggi è conservata nel museo dell'Università di Bologna.

E c'è il suo ritratto in piemontese, che vale più di un elenco: «facia rôtonda e paciôcôna, neô sôta n'euj, pôret 'ns la front a la banda sinistra e nas 'n po' rôss» — faccia rotonda e pacioccona, un neo sotto un occhio, uno sulla fronte a sinistra e il naso un po' rosso.

Un carattere, non una caricatura

Il punto è che Gianduia non è uno sciocco. Impersona il contadino rozzo di modi, di lingua arguta e di cuore generoso: conservatore, di umore sempre allegro, di battuta pronta, scaltro anche se all'apparenza rozzo e ingenuo, un contadino che ama il buon Barbera e la buona tavola. Odia le ingiustizie e non ha paura di dire la verità in faccia ai potenti.

La differenza dalle altre maschere è dichiarata in una riga: «È una maschera libera e democratica: non ha bisogno né di sottintesi né di inchinarsi ai padroni. Parla francamente e schietto al suo re. È la rappresentazione di un popolo, mentre le altre maschere non ne sono che la caricatura». Più di una maschera, insomma, è un carattere: una maschera «moderna», figlia dell'Illuminismo e della resistenza alle occupazioni straniere.

Al suo fianco c'è quasi sempre Giacometta, sua compagna, pratica e coraggiosa come lui; dal 1860 gli fu associata anche una «spalla», il Bogo.

La maschera del Risorgimento

Nato burattino, Gianduja divenne presto simbolo di Torino, del Piemonte e, nel Risorgimento, del sentimento unitario del popolo italiano: durante quegli anni mutò in parte il suo carattere e divenne simbolo della fermezza del popolo piemontese, e le vignette satiriche lo ritraevano mentre sosteneva la causa dell'Unità d'Italia contro gli austriaci.

Fu l'anima dei carnevali storici torinesi, specialmente di quelli risorgimentali, e verso la fine dell'Ottocento era il principale personaggio del carnevale di Torino. Dal 1862, con la fondazione della Società Gianduja, il Carnevale torinese prese una svolta riassunta nel motto «Ridet beneficando» — ridere fa bene — che lega l'allegria alla beneficenza e al pensiero per i meno fortunati. La sua presenza a commentare i fatti d'Italia dura almeno fino al 1893.

Intanto la sua carriera teatrale continuava: dopo le prime apparizioni al Teatro Gallo di via Po e al Rossini, nel 1819 esordì al Teatro San Rocco. Poi Enrico Lupi, del rivale Teatro San Martiniano, lo trasformò da burattino in marionetta, e quel Gianduja finì per imporsi su quello di Sales, che pure ne era stato il creatore; i Lupi restarono in quel teatro dal 1823 ai primi anni Ottanta dell'Ottocento, quando l'edificio fu abbattuto per far posto a via Pietro Micca.

Il cioccolatino che ha preso il suo nome

L'impasto di cacao e nocciole nasce a Torino nel 1806, quando il blocco continentale rende il cacao raro e carissimo. Nel 1852 il cioccolataio Michele Prochet, in società con Caffarel, migliorò l'impasto di cacao e nocciole tostandole e macinandole finemente. Il cioccolatino che ne uscì — il primo a essere incartato singolarmente — venne presentato al pubblico durante il Carnevale del 1865, e a distribuirlo per le strade della città fu proprio la maschera di Gianduja. Da quell'episodio l'impasto prese il nome di pasta gianduja e il cioccolatino quello di gianduiotto.

Restano le caramelle che la maschera distribuisce ancora: rotonde e piatte, avvolte in un cartoccio esagonale, con impresso il suo profilo, mai disgiunto dal tricorno.

Eletto ogni anno, con atto del notaio

Dal maggio del 1925, con la nascita della Famija Turinèisa, Gianduja riprende le fila della tradizione risorgimentale e ottocentesca; il motto con cui si aprì il carnevale del 1926 fu «Gianduja a tôrna Turin as dësvija», Gianduja ritorna e Torino si sveglia.

Da allora ogni anno il Gianduja viene eletto nel corso di una cerimonia solenne: le maschere sono accolte dal sindaco nella Sala delle Congregazioni di Palazzo Civico, e la nomina è ufficializzata con un atto pubblico del notaio. È un atto simbolico che affida al personaggio il compito di promuovere le tradizioni popolari, e da quel momento il suo impegno è totale a «deje n'andi!», darsi da fare.

Il lavoro comincia subito. Nella settimana che precede la Quaresima Gianduja visita ospizi, ricoveri e ospedali per bambini, e durante l'anno la Famija partecipa a incontri nelle rsa e nelle scuole; in piazza Castello, la sera del Farò di san Giovanni, la maschera sfila insieme al popolo, e durante il Carnevale le chiavi della città vengono consegnate simbolicamente a lui e a Giacometta. Le due maschere hanno anche ricordato la loro partecipazione, per la prima volta assoluta nella storia, alla tradizionale parata del 14 ottobre sulla Fifth Avenue, in occasione del Columbus Day di New York.

Che poi è quello che gli è stato scritto addosso: «Ai cascrà la Mole e Palass Madama, e Gianduja a sarà sempre viv përchè l'anima 'd nòstr Piemônt a peul nen muire» — crollerà la Mole e Palazzo Madama, e Gianduja sarà sempre vivo, perché l'anima del nostro Piemonte non può morire.

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