Carnevale di Borgosesia 2027 - Il Mercu Scurot e il testamento olografo del Peru
Questa e' l'ultima edizione di cui abbiamo notizia: le date della prossima non sono ancora state annunciate.
Fonte: carnevaleborgosesia.it, letta il 02/09/2026.
Il Carnevale di Borgosesia si tiene a Borgosesia, in provincia di Vercelli, in Piemonte, fra febbraio e marzo, e si prolunga per 3-4 settimane con tre sfilate di carri allegorici in tre domeniche successive. Si chiude il Mercoledì delle Ceneri, primo giorno di Quaresima, con il Mercu Scûrot: un corteo funebre in frac e cilindro accompagna al rogo il fantoccio del Peru Magunella, dopo la lettura del suo testamento satirico. La prima manifestazione venne organizzata nel 1854, e al corteo del Mercu Scûrot partecipano almeno 2000 persone.
Un carnevale che comincia nel 1854
Il Carnevale di Borgosesia è uno dei più antichi della Valsesia, e la sua maschera è Peru Magunella. La prima manifestazione venne organizzata nel 1854, e da allora prosegue, sia pure dopo alterne vicende, ancora oggi. È uno dei carnevali storici italiani, e si prolunga per un arco di 3-4 settimane con manifestazioni gastronomiche e balli in maschera, giornate dedicate ai bambini e, soprattutto, tre sfilate di carri allegorici che animano il centro cittadino per tre domeniche successive, con grandi e coreografici carri in cartapesta, mascherate a piedi e gruppi ospiti, a ingresso gratuito.
Durante le manifestazioni la città cambia nome e viene chiamata Magunopoli. L'intera organizzazione è affidata a un apposito comitato, che porta avanti da oltre un secolo questa tradizione, e la festa comincia con la storica «busecca» in piazza: nella piazza principale, in oltre 20 pentoloni, si cuociono circa 6.000 razioni del caratteristico piatto a base di trippa, distribuite gratuitamente alla popolazione. Poi il rientro in città di sua maestà Peru Magunella e della consorte Gin Fiammàa, la consegna delle chiavi e il «Gran pranzo della busecca» in Pro loco, con il corteo che parte dal rione Aranco.
Tutto nasce da una fabbrica. Nel 1850 i fratelli Carlo e Alessandro Antongini, vinai di Milano, si stabilirono a Borgosesia — si dice perché avevano cantato con troppa foga la patriottica «Bela Gigogin» — e vi impiantarono una filatura, facendo venire dalla Germania tintori tedeschi. Quella Manifattura Lane, avviata con l'alsaziano Chumachen, portò con sé un seguito di operai specializzati e una diversificazione del tessuto sociale della città, e creando un fermento di propositi e di idee.
Il fantoccio sul letto di Bomen
L'idea che cambia tutto arriva il Mercoledì delle Ceneri del 1854. Il capo tintore della filatura, Bomen, detto ʼl Meneghin per la sua parlata tedesco-milanese, tipo faceto e ridanciano, torna dal ballo e dai bagordi del Martedì grasso. A lui i carnevali non piacevano: gli sembravano più dei funerali che altro. Così, dimentico di cospargersi il capo di cenere e delle prescrizioni del calendario ecclesiastico, in preda a un'enorme agitazione chiede di incontrare Fiori e Zenone, detto ʼl Mambrin, due personalità del paese, e li invita in casa propria dicendo di voler mostrare loro una cosa interessante: «mi poffer om, mi gòo roba grossa casa mia».
I due, sulle prime, lo guardano stupefatti e dubbiosi; poi, conoscendo a fondo l'estroso tintore, lo seguono, entrano nella sua camera e scorgono disteso sul letto un fantoccio raffigurante un uomo morto. «Ecco ʼl poffer Carlavèe!!!» dice Bomen. Il Carnevale morto si ritrova anche altrove: gli altri carnevali che finiscono con un rito funebre hanno nomi e gesti diversi.
La burletta piacque — lo confermò una risata unanime — e si decise seduta stante di dare la sera stessa una degna sepoltura al caro estinto. I buontemponi reclutarono gli altri amici del Carnevale e convocarono una riunione nella «Farmacia della maldicenza», ritrovo abituale di perditempo e chiacchieroni, a casa del dottor Michelangelo Burla, per stabilire come organizzare il corteo funebre.
Verso il tardo pomeriggio il corteo si aprì con in testa Cresceris, ʼl Turc, l'allora banditore del paese, che a gran voce enunciava il triste evento scandendo il rullo del tamburo. Seguiva Tinivella, antiquario e materassaio, che imbracciava un trofeo con appese saracche, polli e merluzzi, affiancato dal sosia del Sindaco in carica, che marciava impettito e compunto. Poi il defunto Carlavèe, disteso su un cataletto — una cassa da morto senza coperchio, secondo l'uso comune in quelle zone fino alla prima decade dell'Ottocento — portato in spalla da quattro personalità borgosesiane di spicco: Milanaccio (ʼl Balaran), Calderini (ʼl Sebastopoli), Vercelli (ʼl Jacu gros) e Zanaroli (ʼl Maracitu). Dietro, i dolenti: uomini in abito scuro e cilindro con in mano candele accese, come si usava nei comuni funerali.
Fu un funerale senza clero, senza campane, nel giorno che avrebbe dovuto segnare l'inizio del raccoglimento quaresimale: un gesto simbolico, volutamente provocatorio, che rompeva con le consuetudini.
E fu anche un funerale che non arrivò in fondo. Il percorso prevedeva tappe d'obbligo in tutte le «cappelle votive», cioè le numerosissime osterie dell'epoca, e i partecipanti, tanto per lenire il dolore, si concessero abbondanti bevute. Conclusione: a sera inoltrata la «cara salma» fu ignominiosamente abbandonata — ʼntla cuntràa Larga secondo la tradizione raccolta da Pino Genesi, ʼntla cuntràa Freggia secondo la versione di Carlo Conti — mentre i dolenti finivano nel gorgo di una terribile rotonda piomba. Il Peru dovrà attendere l'anno successivo per salire al rogo.
Dal 1856 al 1964, le tappe di un rito
Fu nel 1856 che si riuscì finalmente a concludere il corteo e a bruciare il fantoccio, dando il via alla cosiddetta «Fiammàa». In quell'anno nacquero anche altre consuetudini che continuano tuttora: l'eliminazione del cataletto e delle fiaccole durante il pomeriggio, il pranzo ufficiale di mezzogiorno con la nomina del Presidente del Comitato, e l'inaugurazione del gonfalone del «Peru ʼn cimbalis» — il Peru decisamente euforico, che balla con bottiglia e bicchiere in mano — destinato ad aprire ogni corteo carnevalesco. Venne ufficializzata anche la divisa: frac e cilindro, stemperati da una sfarzosa e grande gala bianca.
Nel 1861, primo anno dell'Italia unitaria, il Comitato organizzò, per la spinta dei princìpi di libertà politica ormai affermati, la prima sfilata di carri allegorici e satirici; da quell'anno i programmi si arricchirono di spettacoli, feste da ballo e veglioni.
Il 1871 porta due cose. La definizione della divisa dei partecipanti al Mercu Scûrot, fissata dalle ricerche di Carlo Conti: i cilindrati — dal cilindro proprio di chi seguiva i funerali — hanno il dovere di portare la «fraccanda», o la «vaianna», aggraziando il nero del copricapo e dell'abito con un'esuberante gala di garza bianca. E la prima edizione del testamento olografo del Peru, invenzione attribuita al notaio Della Giulia di Aranco, allora Comune a sé stante: rendere pubbliche quelle «ultime volontà» — satira talvolta feroce, lepido riassunto dei fatti di cronaca cittadina dell'annata — fu e resta il motivo del grande successo del Mercu Scûrot.
Nel 1886 il fantoccio divenne una persona fisica: il Peru Magunella — il cui nome viene dal patrono del borgo e dal soprannome dei suoi abitanti, i «Magon» — vestì i colori risorgimentali e gli fu affiancata la Gin Fiammàa. Nel 1888 il Carnevale ebbe il suo compimento con il matrimonio del Peru e della Gin, interpretati da Battista Mongini e Francesco Ottone.
Poi il cassù, il mestolo di legno per bere, che a completamento della divisa della giornata venne istituito nel 1905 dal professor Carlo Conti, per arginare gli eccessi: bisognava acquistarlo per poter bere. Nel 1921, su musica di Sabatini e testi di Monti, fu presentato l'inno ufficiale del Carnevale. Nel 1933 si vide la prima Gin donna, Pina Mattioli, al fianco di Virginio Bussi. Nel 1935 Piero Vidale musicò le parole di Enea Gilodi per «La cansun dal Mercu Scûrot». E nel 1964, per la prima volta da quando si svolgeva il Carnevale, il Sindaco Giuseppe Regis Milano consegnò in Municipio le chiavi della città al Peru e alla Gin, quell'anno Mario Casagrande e Dina Cappellaro.
La manifestazione non si è mai fermata: né davanti alle intimazioni del regime fascista, né a quelle della Chiesa, né all'insorgere dei benpensanti che non ne accettavano lo spirito dissacratorio.
Peru Magunella e Gin Fiammàa
Le maschere del paese sono molte e nate in epoche diverse, ma le principali sono Peru Magunella e Gin Fiammàa, una sorta di capi spirituali del carnevale. Sono nate ufficialmente nella seconda metà dell'Ottocento: nel 1855 il fantoccio genericamente chiamato Carnevale venne battezzato Peru Magunella, e la storia e la fisionomia definitive delle due maschere vennero inventate da Battista Mongini, primo interprete in carne e ossa del Peru, che ne scrisse una poesia diventata leggenda.
Il Peru indossa la vaianna — una specie di frac, ma abbottonato sul davanti — di mezzalana color mattone, con ampio bavero, camicia bianca con collo a punta, gala di garza vistosa, panciotto decorato da una grossa catena d'oro per l'orologio, braghe di panno, fascia multicolore, calze di lana intessute con anelli bianchi e rossi, scarpe basse di cuoio, pettinatura a zazzera e cappello a cilindro, ma grigio, per simboleggiare la sua supremazia su tutti i cilindrati.
Come scrisse Mongini ne «La storia dolorosa di Peru Magunella», volantino stampato e distribuito durante il Carnevale del 1887 a scopo di beneficenza, il Peru è un misero, un tapino, al quale la sorte sembra avere riservato ogni sventura: uno sfortunato contro il quale si abbattono tutte le storture della società e che alla fine è costretto a «lassè i robi cumè chi i' ieru». Nelle sue tribolazioni si devono intendere tutti i disagi che la collettività subisce per i suoi problemi non risolti.
La sua storia è un racconto in atti. Il Peru arriva con il sospetto, alimentato da voci riportategli intenzionalmente, che la sua morosa Gin l'abbia lasciato partire per l'Eritrea e sia finita fra le braccia di un tale che la malignità popolare indicava come «Ciavattin puttana»; poi ritorna in città sul carro del Chin e fa la pace con la Gin, e le due maschere si sposano.
La Gin è una sposa campagnola ma elegante: gonna lunga di seta azzurra, corpetto di seta ricamata, grembiule di seta cangiante e color fragola, lo scialett a fiori, scarpette di stoffa rossa, le mitene di rete bianca e fiocchettate alle mani, capelli raccolti sulla nuca e cappello di feltro marrone ravvivato da un nastro di seta multicolore; in seguito fu aggiunto l'ombrellino. Fra i due c'è una differenza di regola: il Peru «è come il Papa», resta in carica a tempo indeterminato, mentre la Gin cambia ogni anno — ma ognuna lascia un'impronta.
Nel dopoguerra si aggiunsero altri personaggi, mai fissi: il Giullare, i Menestrelli, il frate, il Gran Ciambellano. Le damigelle hanno un ruolo particolare, perché il loro costume è il costume tipico di Borgosesia, lo stesso del gruppo folkloristico. E ci sono le maschere rionali, alcune ottocentesche e altre più recenti: il Senator di Cravo, l'Avucat di Cartiglia, il Panicet di Foresto, il Butareu di Bettole, il Pautulun di Plello, il Mursel di Montrigone, il Lassanèe di Isolella, il Trottapian di Caggi, il Tulu di Aranco, il Bataru di Agnona, il Mago dal Burghett di Sassola, il Pestapauta di Valbusaga, il Mun della Fornace, il Bel Prà di Sant'Anna, il Cagafeuch di Vanzone, il Tapinàa di Rozzo, il Ganassa di Pianezza.
Il sciopet, la scova e il cassù
Prima del Mercu Scûrot c'erano i «Burdoji d'la scova», l'insieme delle mascherate rusticane caratterizzate da due strumenti di lavoro — si fa per dire — e di divertimento, strettamente connessi fra loro. Il «sciopet» di legno, poi diventato il «casû», si portava legato al collo perché non andasse mai smarrito, e in ogni osteria o casa doveva essere riempito di un vinello detto «scabbiu» o «mericanet». La «scova», la scopa, entrava in azione ogni volta che un malcapitato rifiutava di mescere.
Da quella consuetudine viene l'obbligo che i cilindrati hanno dal 1871: prima di assistere al rogo del Peru, al tramonto, devono fermarsi a tutte le «cappelle votive» — leggi osterie — dislocate lungo la strada e fare uso abbondantissimo del casù. La partecipazione ai pantagruelici pranzi ufficiali, i primi dei quali risalgono al 1858, è di rigore, così come è obbligatoria la presenza al corteo pomeridiano, dopo la «levata da tavola» suonata dalla Banda musicale cittadina.
Frac, cilindro e duemila persone
Il Mercu Scûrot — in piemontese «Mercoledì oscuro», il mercoledì buio — è un evento unico in Europa. Mentre tutti gli altri carnevali di rito romano terminano con il Martedì grasso, il carnevale borgosesiano vive il suo atto conclusivo nel primo giorno di Quaresima: un prolungarsi giacobino delle trasgressioni di Carnevale nel giorno delle Ceneri, ma anche un compromesso fra il rito romano e il rito ambrosiano milanese, che consente le manifestazioni carnevalesche fino al sabato successivo.
Quel giorno Borgosesia si ferma: le scuole restano chiuse e molte attività si interrompono. Svegliati dalle note della banda cittadina, i partecipanti indossano l'abito della festa — frac, gala (un grosso farfallino bianco di garza), cilindro e mantella — e la giornata comincia col ritrovo e i primi passaggi del corteo. A mezzogiorno c'è il pranzo ufficiale alla Pro Loco, durante il quale viene assegnato il premio «Zanni-Borgosesia la meja cità».
Dopo il pranzo avviene la distribuzione del cassù, e comincia il corteo funebre che accompagnerà il Peru al rogo. I possessori del cassù bevono il vino alle varie cappelle votive approntate in suffragio al Peru, e al seguito del «Purtighett dal Peru», da cui vengono distribuiti panini con saracche e vino a volontà, le bande musicali allietano il tragitto lungo le vie del centro. Al corteo partecipano almeno 2000 persone, vestite di tutto punto in frac e cilindro. I piatti serviti sono la buseca e il tapolòn, e dopo il pranzo, spesso a base di fagiolate, i cilindrati iniziano un giro della città che si conclude soltanto a sera inoltrata.
Il comitato, in quel giro, non dimentica i suoi: rende omaggio ogni anno alle sepolture dei membri del passato, guidato dalle due maschere.
Il testamento e il rogo
La sera, la fiaccolata accompagna il Peru nel luogo dove sarà dato alle fiamme. La giornata si conclude a tarda sera con la lettura del Testamento del Peru — un testo ironico e satirico che ripercorre fatti, personaggi e vicende della vita cittadina dell'anno appena trascorso — con il rogo propiziatorio del pupazzo e lo spettacolo pirotecnico, che scrive la parola fine a ogni edizione del Carnevale.
Non è mai un rito triste: sancisce una cesura rispetto al periodo di gioia, celebrato con una grande bevuta collettiva, un addio al tempo festivo per accogliere i quaranta giorni della Quaresima. E il Peru è come l'Araba fenice: risorge dalle ceneri del Mercu Scûrot per tornare a portare allegria l'anno seguente.
All'inizio, del resto, il simbolo del Carnevale era un fantoccio di paglia con una maschera probabilmente lignea, senza ancora il nome che gli sarebbe stato dato dopo la metà dell'Ottocento. Aveva funzione satirica e si muoveva per il Borgo con un piccolo corteo di persone che vestivano l'abito quotidiano, sul quale aggiungevano stoffa, nastri e campanelli; il corteo dei giovani che accompagnava il pupazzo, appoggiato su un carro o su una carriola, aveva in mano una scopa — l'arnese della befana, ma prima di tutto un attrezzo di uso comune nella società contadina, quello che elimina tutto ciò che è brutto e vecchio.
Era una festa su due livelli: da una parte il popolo, nelle piazze, con il ballo, la sfilata del pupazzo e la questua di casa in casa per procurarsi denaro e cibo; dall'altra il ballo privato della borghesia, nelle case che fin dal Settecento avevano un teatrino privato, dove i notabili borgosesiani, varallesi e valduggesi tenevano spettacoli e feste.
Come arrivare alla festa
Il Carnevale a Borgosesia si raggiunge con un viaggio non brevissimo, e vale la pena affrontarlo. Chi viaggia su rotaia scende alla stazione ferroviaria di Borgosesia, a 4,6 chilometri da Borgosesia, e per l'ultimo tratto serve un mezzo. Il mezzo più comodo è l'automobile: chi esce al casello di Borgomanero ha davanti un percorso di 26 chilometri, ventotto minuti di guida.
Altre feste in zona
Nella stessa provincia, altre feste antiche.
- Carnevale Storico Crescentinese a Crescentino — febbraio
- Carnevale Storico di Santhià — febbraio
- Walsertreffen ad Alagna Valsesia — ottobre