Feste ItalianeIl magazine delle feste d'Italia

Home » Carnevali Storici

Carnevali Storici

Su Bundhu a Orani 2027 - L'unica maschera di sughero

9 min di lettura · Scritto da: Rodolfo de Carvalho
Ultima edizione conosciuta
16 gennaio 2026
Dove Orani (NU), Orani

Questa e' l'ultima edizione di cui abbiamo notizia: le date della prossima non sono ancora state annunciate.

Fonte: shmag.it, letta il 02/09/2026.

Fra tutte le maschere del carnevale sardo, quella di Orani ha un primato materiale: «è il solo personaggio del carnevale, fra quelli sinora riscoperti in Sardegna, che nasconda il viso sotto una maschera interamente di sughero». Si chiama Su Bundhu, è metà uomo e metà bue, e quando esce per le strade del paese lo fa urlando come il vento.

Metà uomo, metà bue

«La maschera de Su Bundhu è una rappresentazione antropo-bovina che copre completamente il volto di chi la indossa. Di forma ovoidale, richiama le fattezze umane, ma con lineamenti fortemente accentuati»: naso pronunciato e aquilino, doppio mento, baffi lunghi e spessi, pizzo. Un elemento distintivo è la presenza di corna bovine sulla fronte, simbolo della fusione tra l'uomo e l'animale.

I colori non sono decorativi. «Realizzata interamente in sughero, presenta il viso e il naso dipinti di rosso intenso, un colore che in passato potrebbe essere stato ottenuto dal sangue animale. In contrasto, baffi, mento e corna sono colorati di bianco.» In alcune rivisitazioni moderne il sughero resta al naturale, intagliato per evidenziare i lineamenti.

Quella fusione ha un significato preciso: il bue «incarna la cultura agropastorale con la sua forza e mansuetudine», fondamentale «come aiuto nella coltivazione della terra e nel trasporto di beni»; e la maschera mette insieme «la forza animalesca, selvaggia e fecondatrice della natura» e «la razionalità dell'essere umano custode della conoscenza». Detto in modo semplice, Su Bundhu raffigura il contadino.

Sughero bollito e chiodi di legno

La maschera si fa a mano, e il lavoro comincia dalla materia prima. Si sceglie «un buon pezzo di sughero su cui tracciare la fisionomia de su Bundhu»; poi «il materiale estratto viene ripulito, raffinato, messo a bollire in acqua per circa un'ora e successivamente rimodellato in modo tale da permettere al prodotto finito di calzare bene sul viso».

Solo a quel punto arriva il volto: «la creazione di occhi, bocca, naso e baffi fissati con chiodi in legno e le corna da incastrare alla base, per poi concludere con gessatura e tinteggiatura» — con il bianco e il rosso che prevalgono, «così come emerge dall'unico esemplare» storico. È un lavoro che a Orani si mostra: gli artigiani modellano il viso, grattano la bocca e gli occhi e dipingono «davanti alle tante persone che assistono stupite alla realizzazione della maschera».

Su saccu, i gambali e il forcone

Sotto la maschera c'è un contadino di un secolo fa. Su Bundhu indossa «su saccu», un cappotto lungo con cappuccio in orbace — una lana grezza detta «su vresi» —, una camicia, spesso un gilet («su groppette»), pantaloni di velluto e i gambali rigorosamente in cuoio.

In mano tiene lo strumento che dà senso a tutta la scena: «su trivuthu» — o «su trivutzu» —, un forcone di legno «che il contadino usava per separare il grano dalla crusca», ricavato da un unico ramo, in legno d'olivastro. Alcuni portano anche «sos mojus», contenitori di sughero, e una catena, «usata per limitare i movimenti dei buoi». Un tempo «i partecipanti al carnevale si dipingevano il volto con il sughero bruciato», e a volte seguivano il corteo «in groppa a un asino o a cavallo».

Attorno ai fuochi di Sant'Antonio

Il carnevale di Orani non comincia a Carnevale. I falò si accendono nei vari rioni del paese il 16 gennaio, vigilia della festa di Sant'Antonio Abate, e il fuoco più importante è quello acceso di fianco alla chiesa del Rosario nel pomeriggio, mentre dentro si celebra la messa: «quando finisce è ormai buio, il prete porta la statua di Sant'Antonio davanti al fuoco e lo benedice».

È il 17 gennaio che Su Bundhu si mostra per la prima volta, visitando i fuochi appena accesi e ricevendo in dono «su pistiddu», il dolce tipico benedetto durante la processione. Quel dolce fa un giro preciso: viene distribuito ai presenti, inviato nelle case dei malati e portato, secondo la credenza, a tredici persone di nome Antonio. Attorno al falò si offre anche il vino rosso; e nel pieno del Carnevale arrivano le «orullettas», biscotti fritti intrecciati e ricoperti di abbondante miele di corbezzolo. Poi la maschera torna protagonista fino alla domenica della Pentolaccia.

«Dal buio di una stradina escono vocianti Sos Bundhos sbattendo i loro bastoni a tridente. Lanciano urli cupi, gutturali, riproducono l'ululato del vento, ma anche il muggito.» Vanno al fuoco, lo attizzano «creando mille faville», e dopo un po' «alzano la maschera per poter bere e mangiare anche loro il dolce di Sant'Antonio», prima di incamminarsi verso gli altri falò, dove «uomini, donne, bambini li aspettano».

La semina, il grano e le urla

Quello che i Bundhos fanno per strada è una pantomima agraria. Mimano il rito della semina impugnando il forcone, battono in terra i tridenti «come a ricordare la trebbiatura», e minacciano i passanti bacchettando loro simbolicamente i piedi per incitarli a unirsi alla danza. A Orani il carnevale si fa così; la pagina dei carnevali storici raduna le altre feste.

Ma il gesto che chiude il rito è di segno opposto: «vociano per intimidire i presenti, ma alle persone gettano grano, un gesto augurale per i buoni raccolti». È lo stesso grano: «Semi che messi nella terra in autunno saranno maturi a giugno». Il carnevale «nasce come festa propiziatoria della fertilità e dell'abbondanza delle messi», e a Orani si augura ancora oggi «Hapat sa bundha de su mare», che abbia l'abbondanza del mare.

Il vociare, invece, richiama i morti: «Sos Bundhos, vagando per il paese, emettono un gran vociare, misto a lamenti, che richiamano ad anime in pena» — «vengono dal mondo dei morti, là dove stanno anche i semi che hanno con sé». Il mantello nero di orbace è un lutto: «portano il lutto per la morte della natura durante l'inverno, quando tutto sembra morto».

Dio del vento, o diavolo

Su che cosa sia esattamente Su Bundhu, a Orani non si sono mai messi d'accordo: le credenze popolari sono discordanti: Su Bundhu è a volte il male, la figura che vuole intimorire gli uomini, altre volte il bene, un dio del vento che aiutava i contadini a separare il grano dalla crusca. Per chi lega questi riti a quelli antichissimi di fertilità legati a Dioniso, arrivato in Sardegna con i Micenei, i Bundhos sono «i figli del vento», e soffiano uscendo da sottoterra.

C'è anche una versione che distingue i due ruoli dal colore dell'abito: «vestito di nero orbace rappresenta il male, vestito di bianco orbace rappresenta il bene». E c'è il legame con il tempo atmosferico, che è la cosa più viva di tutte: quando il maestrale e la tramontana soffiano forti e le folate si incuneano tra i vicoli, «la gente dice che si è scatenato Su Bundhu», e si ripete il detto «Parete chi vi sunu tottus sos Bundos a giru» — sembra che ci siano tutti i Bundos in giro. A Orani il turbine di vento si chiama «Bentu maimoni».

Da qui viene anche una leggenda. In una notte di tempesta un contadino coraggioso si sarebbe travestito da Bundhu, unendosi «alla compagnia degli spiriti inquieti e spaventosi, invitandoli a comportarsi con rispetto della gente e dei raccolti»; e quando l'opera di convincimento aveva successo, «tutti sos Bundos si univano a lui nella semina». Per questo portava con sé le spighe di grano e il contenitore di sughero pronto per la semina.

Accanto a Su Bundhu compare da sempre un'altra figura, su Maimone, «la maschera pazza» — «il furioso», secondo chi lo chiama anche Dioniso Mainoles —, vestito di pelli di cinghiale, di pecora, capra o vitello, con la pelle di una volpe in testa, un carico di ossi sulla schiena e gli aculei dei ricci sugli omeri; la sua maschera «ha una fattura differente e non ha le corna».

Un gesuita nel 1772

Le attestazioni storiche sono poche ma precise: «esistono tre documenti storici che attestano l'esistenza della maschera sin dal 1700».

Il primo è del 1772, quando un frate gesuita sardo, anonimo, scrisse una poesia durante la sua visita a Orani, descrivendo «alcuni elementi caratteristici in sughero (rigorosamente), oltre ad alcuni elementi del vestiario come il cappotto di orbace e l'utilizzo anche di piccoli campanacci»; già allora la maschera «si aggirava per le strade del paese insieme a Su Maimone». Il secondo è una foto storica pubblicata sulla rivista Il Ponte, nel numero di settembre-ottobre 1951. Il terzo è una lettera del 1955 di Don Raimondo Bonu, che lega le maschere di Orani alla festa di Sant'Antonio Abate «in gennaio, quando inizia il carnevale».

Sull'antichità del rito conviene però andare piano: «il carnevale dei Bundos, pur legato ad antiche tradizioni e credenze, ha probabilmente origini piuttosto recenti rispetto agli altri più conosciuti carnevali barbaricini». Quel che è certo è la compagnia in cui sta: insieme a Mamoiada, Ottana, Orotelli e Lula, Su Bundhu «rappresenta la parte più arcaica e autentica della tradizione carnevalesca sarda».

Ritrovata in casa Semidei

Per un certo periodo la maschera era sparita. Il ritrovamento si deve al professor Raffaello Marchi, studioso di tradizioni popolari sarde, che secondo due testimonianze oranesi trovò l'esemplare originale nella casa della famiglia nobile di origine corsa Semidei e lo portò a Nuoro: oggi si trova al Museo Etnografico Sardo. Perché fosse in quella casa non si sa; un testimone suppone che servisse «in occasione di feste licenziose private, di natura rituale» e che potesse essere «una rappresentazione del diavolo o di un demone».

Il reperto più antico è «realizzato in sughero, ha corna, naso, baffi e pizzo posticci; la superficie esterna è trattata con gesso rosso mentre corna, baffi e pizzo sono bianchi» — ed è su quello che si è basata tutta la ricostruzione successiva.

Il ritorno è avvenuto per gradi: negli anni Settanta grazie a Marchi, poi, alla fine degli anni Ottanta, con la riscoperta portata avanti dalla Pro Loco di Orani insieme ad artisti oranesi come i professori Gesuino Fadda e Nunzio Nivola e ad artigiani del sughero come Peppino Zichi, che «sono riusciti a ricostruire non solo la maschera ma anche l'abbigliamento utilizzato», aggiungendo il mantello in orbace, la catena e il tridente in legno. Il gruppo che porta il nome della maschera è nato ufficialmente nel 1997, per iniziativa dello stesso Zichi, che da bambino diceva di aver visto Su Bundhu per strada e di averne sentito «il rumore della catena strisciare» e i versi gutturali.

Oggi Sos Bundhos chiudono la sfilata di «Su Carrasecare de Orane», dove arrivano le maschere della tradizione «da ogni angolo dell'Isola»: escono per ultimi, tra due ali di folla, e lanciano il grano.

Come arrivare alla festa

Su Bundhu a Orani si raggiunge con un viaggio non brevissimo, e vale la pena affrontarlo. Per chi sceglie il treno, la stazione ferroviaria più vicina è quella di Oniferi, a 9,7 chilometri: conviene organizzarsi per coprire l'ultimo tratto. In automobile si esce allo svincolo di Oniferi, e il tragitto è di 6,5 chilometri per 8 minuti di guida.

Feste vicine, in altri paesi

Qui intorno, nello stesso periodo, si festeggia anche cosi'.

Da leggere