Sa Carrela 'e Nanti a Santu Lussurgiu 2027 - Le pariglie
Ricorrenza a data mobile, calcolata sulla Pasqua.
Sa Carrela 'e Nanti si tiene a Santu Lussurgiu, nel Montiferru, in provincia di Oristano, negli ultimi tre giorni di Carnevale. È una corsa a pariglia di cavalli, tra le più spericolate dell'isola, che prende il nome dalla strada su cui si disputa — sa carrela 'e nanti, «la strada che si trova davanti», un tempo la via principale del paese, oggi via Roma — dove i cavalieri scendono uniti per le braccia sullo sterrato. Il percorso misura circa 350 metri.
La strada che dà il nome alla corsa
La corsa si tiene l'ultima domenica di carnevale, si ripete il martedì e occupa gli ultimi tre giorni del Carnevale. Non è un ippodromo e non è un'arena. Ogni anno, per l'occasione, dalla storica via Roma viene rimosso il manto stradale, affinché la corsa si possa svolgere sullo sterrato, come vuole la tradizione: una strada in terra battuta nel centro storico, nel rione chiamato Biadorru, «la via del ritorno».
Il tracciato ha una forma precisa: la discesa iniziale, il tratto pianeggiante e infine la breve salita che termina nell'uscita del paese verso Bonarcado, con curve e strettoie che danno alla corsa la sua spettacolarità. La discesa sterrata misura circa 350 metri. La via è divisa in zone: la prima è s'iscappadorzu, dove i cavalieri si presentano prima di sfrecciare fino a Santu Ienzu, punto d'arrivo e fine del paese, per poi tornare da sa carrela 'e segusu, la strada di dietro, e ripercorrere la via fino a mezz'ora prima del tramonto.
Uniti per le braccia
La corsa non è una gara di velocità, o non solo. I cavalieri, rigorosamente lussurgesi, si presentano a s'iscappadorzu e scendono a pareza, cioè a pariglia: partono, corrono e arrivano insieme, uniti per le braccia, volendo simboleggiare l'unità, la concordia, l'amicizia e la solidarietà. Chi guarda li vede scendere «uniti sui cavalli in corsa come veri acrobati».
La pariglia più comune è quella a due, pareza 'e duos, o a tre, pareza 'e tres; l'ultimo martedì di Carnevale può essere anche a quattro, pareza 'e bator, e si può correre pure da soli, a sa sola. Quello che conta è come si scende: l'abilità dei cavalieri sta nel mettere insieme la maestria equestre, l'assetto durante la corsa e la compostezza dei cavalli lungo il tortuoso percorso. La compostezza non è un vezzo — è imposta «non solo dalla tradizione ma anche dalle regole che accompagnano questa manifestazione fin dalle sue origini, tratte dalle esercitazioni delle cavallerie leggere». E la cura si vede prima ancora della partenza: «la bardatura e la pulizia del cavallo sono il biglietto da visita di ciascun cavaliere».
A dare il via è un addetto alla sicurezza, ma la voce che tutti riconoscono è quella dello speaker: Ambrogio Casula, che da oltre vent'anni comunica di liberare il percorso, autorizzando l'inizio della corsa.
Sa mascherada
C'è una regola che non si discute: i cavalieri devono indossare, secondo la tradizione, una maschera o avere il volto dipinto. L'abbigliamento — sa mascherada — è ricco di colori e fantasia, e può ricordare i costumi spagnoli, le casacche dei fantini o l'antico costume del paese: il giubbotto d'orbace (capotinu 'e fresi), il corsetto di pelle (cossu 'e pedde 'e itellu) e la berretta longa. C'è anche chi sceglie temi più attuali, e chi cambia maschera nei diversi giorni.
Sotto le maschere ci sono generazioni diverse: dai più esperti ai più giovani, con casi in cui un minore corre in coppia con il padre, a simboleggiare il passaggio di consegne. «È una tradizione viva, tramandata di padre in figlio», dice Totti Manca, presidente dell'Associazione Cavalieri de Sa Carrela 'e nanti: «rappresenta il legame profondo tra uomo e cavallo, tra comunità e territorio».
Su lunisi de sa pudda
La giornata del lunedì ha un nome tutto suo, «Su lunisi de sa pudda», il lunedì della gallina, ed è la prova più cruda del trittico. Anticamente i cavalieri portavano con sé, appesa alla sella, una o più galline vive; gli amici che non partecipavano alla corsa le appendevano a testa in giù a circa metà percorso, e l'abilità consisteva nel decapitarle con un colpo secco di bastone, su fuste 'e ortzastru, a cavallo lanciato al galoppo.
Quella parte è finita. «Negli anni l'antica tradizione ha lasciato posto al buon gusto e rispetto per gli animali, salvando il pennuto domestico»: dagli anni Settanta la gallina vera è sostituita da un fantoccio di pezza, che i cavalieri, sempre col bastone, devono buttare giù dal filo teso trasversalmente sulla strada.
Il martedì delle premiazioni
Con il martedì lo spettacolo si chiude. La giuria — segreta — premia le tre pariglie con le migliori maschere presentate nei tre giorni e le prime tre che il lunedì hanno abbattuto il maggior numero di galline finte. A volte si assegnano premi particolari: al cavaliere più anziano, al più giovane, all'«insolita amazzone», e c'è un premio di partecipazione per tutti i cavalieri.
Ma la classifica non è il punto, ed è detto esplicitamente: «esistono dei premi, ma non si partecipa per essere premiati; i cavalieri partecipano per mostrare il proprio valore e le proprie abilità». Il giorno dopo è il mercoledì delle Ceneri, quando «si piangerà su Carrasegare come da tradizione».
Dai Giudici di Arborea al Carnevale Storico d'Italia
Le tradizioni equestri sarde sono antiche, e questa non fa eccezione: risalgono ai secoli in cui i Giudici di Arborea prima e i viceré spagnoli dopo avevano impiantato e favorito l'allevamento dei cavalli, tanto da ottenere razze speciali per le corse, con origini che si fanno risalire al tardo medioevo. È la stessa famiglia a cui appartengono la Sartiglia di Oristano e l'Ardia di Sedilo.
Ma la data certa è una sola, ed è documentaria: un riferimento sicuro si trova nel «Dizionario geografico storico statistico commerciale degli Stati di S.M. il Re di Sardegna» di Goffredo Casalis e Vittorio Angius, stampato a Torino fra il 1833 e il 1856, che parla de sa carrela a partire dal 1840.
I riconoscimenti sono due e ufficiali: «Manifestazione di Grande Interesse Turistico» dalla Regione Sardegna (L.R. 7-55) e «Carnevale Storico d'Italia» dal Ministero della Cultura. A organizzarla è l'Associazione Cavalieri Sa Carrela 'e nanti insieme all'Amministrazione comunale, con la Pro Loco, il Centro di Cultura Popolare Unla, la Fondazione Hymnos, il Centro Commerciale Naturale «Bantzigallelle», la Compagnia Barracellare, la Protezione Civile e i volontari.
Il resto lo fa il paese. Le strette strade acciottolate del centro storico si trasformano in pista e le case diventano quinte sceniche; il vicinato de Sa Carrela 'e Nanti e de Sa Carrela 'e segus offre dolci e vino nelle cantine private; i ragazzi delle scuole locali ripropongono la manifestazione con cavallini di ferula. E poi c'è il pubblico, che qui è parte della corsa: la folla ai lati della strada si apre proprio un attimo prima dell'arrivo dei cavalli e si richiude subito dopo il loro passaggio. Il rumore degli zoccoli, il tintinnio delle campanelle e le urla della gente sono, dicono a Santu Lussurgiu, la colonna sonora de Sa Carrela 'e nanti — dove l'uomo e l'animale sono una sola forza, capace di creare una dimostrazione di valore, la balentia. Questa corsa a maschera è una delle feste raccolte fra i carnevali storici d'Italia.
Come arrivare alla festa
Sa Carrela 'e Nanti a Santu Lussurgiu si raggiunge con un viaggio non brevissimo, e vale la pena affrontarlo. Chi viaggia su rotaia scende alla stazione ferroviaria di Paulilatino, a 15 chilometri da Santu Lussurgiu, e per l'ultimo tratto serve un mezzo. Il mezzo più comodo è l'automobile: uscendo allo svincolo di Paulilatino – Bonarcado – Santulussurgiu aspetta un percorso di 12 chilometri che in 14 minuti porta a destinazione.
Eventi nei dintorni
In provincia di Oristano si festeggia anche cosi'.
- Ardia di San Costantino a Sedilo — luglio
- Palio della Stella ad Oristano — febbraio
- Rievocazione del Giudicato di Arborea ad Oristano — febbraio