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Carnevali Storici

Boes e Merdules a Ottana 2027 - Maschere tradizionali e riti antichi

9 min di lettura · Scritto da: Rodolfo de Carvalho

A Ottana, in Barbagia, il carnevale si chiama Carrasegare e mette in scena una cosa sola: un uomo che cerca di domare un bue, e un bue che non ci sta. Il primo è su Merdule, il secondo su Boe. Vanno per le strade legati dalla stessa fune, e la scena si ripete da secoli.

Il bue e il suo padrone

Il Boe è la preda, il Merdule il guardiano dei buoi. Nelle esibizioni il Boe viene inseguito, frustato e catturato dal Merdule, e le risse sono furiose e recitate insieme: le due maschere rappresentano la lotta fra l'istinto animalesco e la ragione umana.

Il corteo è disordinato e tumultuoso. Su Merdule procede nervoso e tirannico, agita su matzuccu — che gli serve anche da sostegno — con andatura zoppicante, curvo sotto il peso della vita; tiene su Boe legato, insogau, a una fune, e cerca di limitarne la furia e l'indisciplina. Su Boe si ribella e si scaglia sul padrone: sbuffa, scalcia, muggisce, e alla fine si getta a terra sfinito. Ma per compiere il suo rito ha bisogno della gente: dopo averla stordita col passo ritmato dai campanacci, la travolge all'improvviso, si aggrappa e tira, si trascina tentando di fuggire, e si calma solo quando qualcuno, impietosito, gli offre da bere.

I Merdules si lamentano della loro sorte e avvertono gli astanti di tenersi lontani dal pericolo: appartadeboche po su voe, allontanatevi perché stanno passando i buoi. Durante le sfilate si sentono le loro grida e il bastone che sbatte al suolo.

Pelli, corna e campanacci

Le maschere si ricavano da tronchi di pero selvatico, il legno che cresce in tutto il territorio, e si chiamano carazzas: in sardo cara significa viso. Quella del Boe ha le fattezze del bue, con corna lunghe o corte e intagli fatti con lo scalpello. In fronte viene scolpito il fiore della vita, simbolo di prosperità, di speranza e di buon auspicio; altre decorazioni sono due foglie sugli zigomi e una stella, che era il marchio distintivo di un vecchio artigiano locale ormai scomparso. Talvolta nelle corna si infilano sas gatzas, frittelle di semola.

Chi fa il Boe indossa pelli di pecora bianca, integre di vello, e sul capo su muccadore, un fazzoletto femminile nero. Sulle spalle porta una cintola di cuoio da cui pende un fitto grappolo di campanacci, sas sonazzas, detti anche su erru: il peso è di circa 30 chili, ma può variare. Il passo è saltellante e cadenzato dal suono dei bronzi, finché non si ferma per inscenare una ribellione, buttandosi per terra e creando scompiglio fra la gente. La maschera la indossano uomini e donne di ogni età.

Il tempo ha lavorato su questi dettagli: le corna hanno teso ad allungarsi a dismisura, e i campanacci si sono moltiplicati nella quantità, nella varietà e nelle dimensioni.

La maschera nera del Merdule

Su Merdule non porta campanacci e la sua maschera non ha corna. È nera, antropomorfa, con l'espressione impassibile o resa deforme da bocche storte, denti in evidenza, nasi lunghi e adunchi: i tratti sono deformati per raffigurare la fatica del lavoro nei campi, e stravolgono il viso umano in una smorfia caricaturale, quasi maligna.

Veste sas peddes, le pelli bianche — a volte nere, cosa abbastanza rara — o le mastruche, oppure vecchi abiti della tradizione locale; ai piedi ha sos gambales di cuoio e sos cusinzos, le scarpe da campagna del pastore. In mano tiene su matzuccu, il bastone, e sa soca, la lunga fune di cuoio non conciato con cui lega e trattiene il Boe; c'è anche su voete, un bastone con una treccia di cuoio legata all'estremità. Sulle spalle porta sa taschedda, una sacca di cuoio che contiene pane e companatico, e talvolta le redini a tracolla, pronte a issoccare i Boes che gli passano vicino.

Il nome, si suppone, è di origine nuragica: da mere, padrone, e ule, bue — il padrone del bue. In paese lo chiamano anche su Gobbeddu. E capita che il Merdule sia un uomo travestito da donna, a rappresentare la difficoltà di una vedova nell'affrontare il lavoro dei campi.

Accanto a loro cammina sa Filonzana, la vecchia filatrice vestita di nero, unica figura femminile del carnevale sardo, che fila la lana e minaccia di tagliare il filo davanti a chi non le offre da bere. E ci sono le altre maschere degli animali: sos Porcos, il maiale con un solo campanaccio come nella vita vera, sos Molentes, gli asini, su Cherbu e su Crappolu, cervo e capriolo, più rari. A queste si aggiungono sas Mascaras Serias, uomini e donne mascherati in modo eccentrico con abiti vecchi, lenzuola, copriletti e persino tappeti, che procedono saltellando e danzando: sono mute, col volto coperto da un fazzoletto di stoffa, e rappresentano lo spirito goliardico che capovolge il senso dell'esistenza.

Sa prima essìa del 16 gennaio

Il carnevale ottanese non comincia a carnevale. Comincia il 16 gennaio, vigilia di Sant'Antonio Abate. Dalla mattina i ragazzi del paese portano in piazza la legna per il falò; nel pomeriggio si celebra la messa e si fa su Pesperu, il Vespro, con il simulacro del santo portato in processione intorno al fuoco. Poi il falò, su Ogulone, viene acceso e benedetto.

Quando il corteo religioso rientra in chiesa, e le fiamme sono già alte, le maschere fanno la loro prima apparizione dell'anno: è sa prima essìa. Entrano in piazza San Nicola, ai piedi della grande basilica romanica, annunciate dal suono ritmato dei campanacci, e girano tre volte intorno al fuoco, seguendo ritmi ancestrali, alla ricerca di presagi propiziatori. Ultima arriva la filonzana. Prima di tutto questo c'è la vestizione delle maschere e il giro nelle cantine del Cannonau e nelle botteghe artigiane, e i gruppi si dividono fra i quaranta fuochi del paese.

È in questa occasione che il sacerdote consegna S'Affuente, un piatto di rame lavorato a sbalzo, decorato con grappoli d'uva, fiori e croci orientaleggianti e con una scritta in caratteri alemanni: l'inventario del Ministero della Cultura lo dice di probabile origine bizantina. Lo stesso piatto torna nei riti della Settimana Santa, per la lavanda dei piedi e per riporre i chiodi che il Venerdì Santo vengono tolti al Cristo nella deposizione dalla Croce. A carnevale diventa uno strumento musicale: percosso verticalmente con una grossa chiave di ferro scandisce il ritmo dell'antico Ballu de S'Affuente, e con lui su ballu tzoppu, il ballo tradizionale del Carrasegare.

Gli altri strumenti sono due. S'òrriu è un cilindro di sughero con la parte superiore ricoperta da un pezzo di pelle animale, da cui pende una correggia che, intrisa di pece e fatta scorrere all'interno con la mano, produce un suono roco e prolungato che spaventa le bestie e disarciona i cavalieri — chi lo chiama su zirodde precisa che è un tamburo che non si percuote, e che il suo suono è un lungo lamento lugubre tirato con lo spago. Su pipiolu, invece, è uno zufolo ricavato dalla canna palustre.

Culto del bove e riti di Dioniso

Le maschere descrivono, con interpretazioni spontanee costruite su una sorta di canovaccio, i personaggi e le situazioni della vita contadina e pastorale: l'aratura, la semina, il raccolto, la cura, la domatura, la malattia e la morte degli animali. Il carnevale affonda le radici nel mondo sardo arcaico e nei suoi valori agropastorali, e ha mantenuto i caratteri originari per l'isolamento in cui il paese è vissuto a lungo. Non è l'unico rito rimasto quasi uguale a sé stesso: gli altri carnevali storici d'Italia hanno figure, suoni e date tutte loro.

Sull'origine non c'è certezza, e le maschere sono un rito plurimillenario tramandato nei secoli. La teoria oggi più accreditata è quella di un rito in onore di Dioniso, che ogni anno rinasce a primavera risvegliando la terra e la vegetazione, e la cui propiziazione era indispensabile per ottenere piogge e raccolti abbondanti; le festività dionisiache si tenevano alla fine di marzo nell'antica Grecia. Un'altra strada porta al culto del bove, praticato dall'età neolitica in tutte le società agropastorali del Mediterraneo, dove il toro era simbolo di forza, vitalità e fertilità. In entrambi i casi il rito avrebbe funzione apotropaica: proteggere dagli spiriti maligni e propiziare la fertilità degli armenti. C'è anche chi lo riporta a un rito propiziatorio per un raccolto fertile che si svolgeva durante il solstizio d'inverno.

Sotto tutto questo corre un timore preciso. L'uomo che aggioga e adora il bue rischia de si bovare, cioè di diventare simile all'animale, perdendo i propri connotati umani: mettendo in scena grottescamente l'avvenuta trasformazione, il carnevale esorcizza il rischio che diventi realtà quotidiana per il pastore che lavora notte e giorno con le bestie.

Tre giorni fino al martedì grasso

Dopo la prima essìa i riti proseguono con San Sebastiano e la Candelora, e si ripetono ogni sabato e domenica fino ai tre giorni di Carnevale, che vanno dalla domenica di quinquagesima al martedì che precede il mercoledì delle Ceneri. In quei giorni quasi tutti i giovani del paese si mascherano come possono, prendendo dal guardaroba tutto ciò che può mettere una nota di novità, di allegria e di colore nella vita di ogni giorno.

C'è una regola di ospitalità che si rovescia a metà strada: i primi due giorni sono i Merdules a farsi invitare da chi non è mascherato, il martedì sono loro a invitare le persone non mascherate. Intanto girano per il paese alla ricerca di qualcuno che paghi loro da bere. Il martedì grasso, verso sera, si cantano sas Amoradas, rime in ottave improvvisate dedicate alle giovani ragazze: è l'ultimo atto del carnevale.

A tavola arrivano sas savadas, pasta ripiena di formaggio, fritta e servita col miele o con lo zucchero, sa pasta violada, dolce di pasta fatta con lo strutto e poi fritta, e sas origliettas, striscioline sottili fritte e condite col miele; e poi pane carasau, formaggi e vini locali.

A tenere in piedi tutto questo c'è anche una scelta precisa: nel 1973 alcuni cittadini di Ottana — emigrati tornati sull'Isola — costituirono un gruppo per valorizzare le tradizioni popolari carnevalesche. Chi le porta avanti racconta che da bambino i primi travestimenti che chiedeva non erano Arlecchino o Pulcinella, ma le campane e la maschera; e che indossare la maschera cambia il carattere, perché mascherati ci si può permettere cose altrimenti impensabili — avvicinare una persona sconosciuta e abbracciarla.

Come arrivare alla festa

La festa a Ottana si raggiunge con un viaggio non brevissimo, e vale la pena affrontarlo. Chi viaggia su rotaia scende alla stazione ferroviaria di Iscra, a 12 chilometri da qui, e per l'ultimo tratto serve un mezzo. Il mezzo più comodo è l'automobile: uscendo allo svincolo di Orotelli – Orani aspetta un percorso di 5,5 chilometri che in 6 minuti porta a destinazione.

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