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Le tavole di San Giuseppe nel Salento: le regole, le portate, i commensali

4 min di lettura · Scritto da: Rodolfo de Carvalho

Le tavole di San Giuseppe nel Salento sono altari gastronomici allestiti il 18 e il 19 marzo per un voto fatto al santo. Il cibo non è per chi lo prepara: viene offerto ai bisognosi, e i padroni di casa non siedono nemmeno a tavola.

Le regole sono minuziose, e un detto salentino le riassume in tre parole: «San Giuseppe è puntuso», cioè puntiglioso.

Le regole: numeri dispari e tredici

Il numero dei commensali deve essere sempre dispari, mai pari: si va da un minimo di tre a un massimo di tredici.

I primi tre ospiti sono identificati con la Sacra Famiglia — Giuseppe, Maria e Gesù — e ciascuno dei commensali impersona un santo.

Anche il cibo ha un tetto: le portate non devono superare le tredici.

Nel territorio minervinese le due regole si moltiplicano fra loro, e il conto sale a 169 piatti, cioè tredici pietanze per ciascuno dei tredici santi.

Chi siede a tavola, e chi non può sedersi

Gli invitati erano in origine soltanto i poveri e i bisognosi del paese, o persone che si volevano avere vicine. Col tempo si sono aggiunti parenti e amici, spesso famiglie numerose o in difficoltà.

I padroni di casa non sono fra i commensali, e la regola dice che non devono tenere per sé nulla di ciò che hanno preparato.

I partecipanti impersonano i santi vestiti con abiti d'epoca, e per la parte di Maria la tradizione vuole una ragazza nubile.

La mattina del 19 marzo gli invitati partecipano alla funzione liturgica in chiesa e fanno la comunione. Solo dopo si siedono.

Come si allestisce la tavola

La preparazione comincia all'inizio del mese. Le tavole si allestiscono in genere il 18 e il 19 marzo, e in alcune zone dell'Albania salentina venivano imbandite la sera del 18.

Il posto è la stanza più bella della casa, oppure la piazza. Sopra vanno candide tovaglie di lino ricamato, ceri e fiori: narcisi, fresie, gigli.

Al centro troneggia la statua o il quadro di san Giuseppe, illuminato da lampade.

Il pane e le portate

L'alimento principe è il pane. Nel Salento si fanno grossi pani circolari, che pesano fra i tre e i cinque chili, con un finocchio e un'arancia al centro.

Le tavolate si dividono in cotte e crude, e la forma tutta cotta — quella che può arrivare ai 169 piatti — è considerata la devozione più alta.

Durante la festa si evitano formaggio, uova e carne. Quello che resta è di magro:

Le zeppole possono chiudere il pranzo, come ultima pietanza.

Il pranzo del 19 marzo

Il banchetto inizia a mezzogiorno.

Ad aprire il rito dell'assaggio è chi impersona san Giuseppe. Il segnale è un colpo di bastone sul pavimento, dato dal capo tavola.

A scandire i tempi delle portate è il capofamiglia.

Dove si fanno le tavole di San Giuseppe

Il rito è diffuso in alcuni comuni dell'entroterra idruntino e in vari paesi delle province di Lecce e Taranto.

Le tavole sono simili in tutto il Salento, con piccole differenze da un comune all'altro.

Domande frequenti

Quante persone possono sedere a una tavola di San Giuseppe?

Da un minimo di tre a un massimo di tredici, sempre in numero dispari. I primi tre sono identificati con la Sacra Famiglia.

Quante portate prevede la tavola di San Giuseppe?

Non più di tredici. Nel territorio minervinese la tavola tutta cotta arriva a 169 piatti, tredici pietanze per ciascuno dei tredici santi.

Chi può sedersi alla tavola di San Giuseppe?

In origine i poveri e i bisognosi del paese. I padroni di casa non possono sedersi e non tengono per sé nulla di ciò che hanno preparato.

In quali paesi del Salento si fanno le tavole?

Fra gli altri a Giurdignano, Minervino di Lecce, Cocumola, Specchia Gallone, Uggiano La Chiesa, Trepuzzi e Guagnano.

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