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Perché a San Giuseppe si dà da mangiare ai poveri: la carità al centro della festa
A San Giuseppe si dà da mangiare ai poveri perché la festa ricorda la Sacra Famiglia a cui fu negata ospitalità. Nelle case che allestiscono la tavola i poveri che bussano sono ospiti graditi, accolti come se fossero Giuseppe e Maria con il Bambino.
San Giuseppe è anche il protettore dei poveri, e in molte case la tavola si offre ad almeno tre di loro, in omaggio alla Sacra Famiglia.
Il motivo: l'ospitalità negata a Giuseppe e Maria
La tradizione calabrese parte da un fatto del racconto evangelico: a Giuseppe e Maria l'ospitalità fu negata. È da questo concetto che nasce, nei tempi antichi, l'usanza di offrire ai poveri un pasto caldo per la festa del santo.
Nei centri della Calabria i poveri che bussavano a quella casa erano ospiti graditi, ricevuti come se accogliessero Giuseppe e Maria con il Bambinello.
La stessa idea sta dietro le tavole siciliane, dove la mensa ricorda la Sacra Famiglia e la carità cristiana verso i più poveri. A Burgio, in provincia di Agrigento, la mensa si offre in omaggio alla Sacra Famiglia aiutata nel suo pellegrinaggio dai buoni.
Tre poveri, e nessuno da respingere
Il numero minimo torna ovunque: almeno tre poveri, uno per Giuseppe, una per Maria, uno per Gesù.
- a Gela il 18 marzo tre persone bisognose vengono fatte accomodare come dei re alla tavola imbandita;
- in Puglia e Molise si invitano mendicanti, familiari, amici e tre bambini poveri;
- in alcune zone della Calabria si invitano tre poveri, o in mancanza tre amici, in memoria della famiglia di Betlemme.
La seconda regola è ancora più netta: da questa tavola nessuno può essere respinto. In Sicilia mendicanti e bisognosi siedono a grandi tavolate dove persone di estrazione sociale diversa mangiano gomito a gomito.
A Santa Caterina Villarmosa i componenti delle famiglie povere sono serviti dai padroni di casa.
Da dove viene l'usanza
Le spiegazioni tramandate sono più di una.
La tesi prevalente la colloca nel Medioevo, quando i nobili locali offrivano da mangiare alla gente delle loro terre e assistevano i più poveri.
Una seconda ipotesi risale ai monaci basiliani, che per spirito di carità offrivano alla povera gente del luogo riparo e pasti caldi.
Una terza guarda ancora più indietro, e negli aspetti più laici della festa riconosce i Liberalia romani, celebrati il 17 marzo e nei giorni seguenti.
C'è poi la leggenda medievale della siccità in Sicilia: la fine della carestia fu attribuita a san Giuseppe e, dopo il raccolto, i siciliani ringraziarono il santo dividendo il cibo con i poveri. Da lì le famiglie benestanti presero l'abitudine di preparare ogni anno grandi banchetti per i meno fortunati, e a essere invitati erano soprattutto i senzatetto e i malati.
A Leonforte la festa ha una data d'origine precisa: si afferma nei primi anni del Seicento, quando i padri cappuccini fondarono la chiesa dedicata al patriarca san Giuseppe e introdussero il culto dell'Artaru. Lo spirito della festa è la carità cristiana, e l'obiettivo dichiarato è offrire un pasto abbondante ai più bisognosi.
Come si raccoglie quello che si dà
Chi fa il voto non paga tutto di tasca propria: la questua fa parte del rito.
A Gela chi intende fare voto deve, mesi prima, bussare a ogni porta della cittadina e chiedere qualcosa da donare ai poveri in nome di san Giuseppe, denaro o viveri che siano.
La Cena di san Giuseppe si apre al pubblico a mezzogiorno del 17 marzo, e dopo la cena del 18 tutto ciò che è stato donato e acquistato viene diviso fra i bisognosi.
Anche il cibo esposto sulle tavole finisce ai poveri dopo il pasto, e accanto ad alcune tavolate siciliane è previsto uno spazio raccolta spesa dove chi vuole lascia cibo in scatola per le famiglie più povere.
Alcamo: il pranzo dei poveri dal 1880
Ad Alcamo il pranzo per i poveri è documentato fin dal 1880, preparato e servito dalla Congregazione della chiesa della Sacra Famiglia.
Si teneva prima davanti all'edicola della Sacra Famiglia in via Porta Stella, poi in Piazza Ciullo. I partecipanti erano di solito almeno trecento, portavano piatto e posate da casa e si riportavano a casa quello che non riuscivano a mangiare.
La carità non era confinata al 19 marzo: i devoti alcamesi invitavano a casa un povero ogni mercoledì.
La pasta con i ceci in Calabria
In molti centri calabresi si cucina pasta con i ceci da offrire alla comunità, e la tradizione non ha mai smesso di essere praticata.
A Pizzo, in provincia di Vibo Valentia, il piatto si prepara il 18 marzo, vigilia di san Giuseppe.
Domande frequenti
Perché a San Giuseppe si invitano tre poveri?
Perché i tre commensali stanno per Giuseppe, Maria e Gesù. È il modo di rendere omaggio alla Sacra Famiglia, a cui fu negata ospitalità.
Chi paga il pranzo dei poveri?
La famiglia che ha fatto il voto, spesso con la questua. A Gela chi fa voto bussa mesi prima a ogni porta della città per raccogliere denaro o viveri.
Che fine fa il cibo che resta sulla tavola?
Viene distribuito ai poveri dopo il pasto. Ad Alcamo i partecipanti portavano a casa quello che non riuscivano a mangiare.
La tavola dei poveri si fa solo in Sicilia?
No. Si fa anche in Puglia, nel Salento, in Molise e in Calabria, e la devozione è arrivata fuori d'Italia: a Chicago le St. Joseph's tables nacquero per sfamare i poveri, e a Cebu l'espressione magpa-San Jose indica un'opera di carità come dare da mangiare a chi ha fame.