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Festa dei Serpari a Cocullo 2027 - La catenella coi denti

10 min di lettura · Scritto da: Rodolfo de Carvalho
Ultima edizione conosciuta
1 maggio 2026
Dove Centro storico di Cocullo, Cocullo

Questa e' l'ultima edizione di cui abbiamo notizia: le date della prossima non sono ancora state annunciate.

Fonte: comune.cocullo.aq.it, letta il 20/09/2026.

Il 1° maggio, a Cocullo, in provincia dell'Aquila, in Abruzzo, c'è un gesto che si fa con la bocca: i fedeli «stringono con i denti la corda della campanella, collocata vicino alla cappella, tirandola, per mantenere sana la propria dentatura e preservarla da ogni male». È il rito minore di una giornata in cui la statua di un santo esce dalla chiesa coperta di serpenti vivi — e il paese, di 204 abitanti, si riempie di decine di migliaia di persone.

Il 1° maggio, e i 204 residenti

La data è stata spostata più di una volta: la festa «si svolge a Cocullo il 1º maggio a partire dal 2012 (precedentemente aveva luogo il primo giovedì di maggio)», una data «istituita negli anni Sessanta, poi riconfermata dopo il terremoto del 2009».

Il contrasto fra il paese e la festa è la prima cosa che colpisce: «per un giorno solo il paese — solo 204 le anime residenti — si affolla come non mai», con stime che vanno dalle diecimila alle ventimila persone a seconda dell'edizione.

La dea Angizia e i Marsi

Prima di San Domenico, qui c'era un'altra devozione. «Prima dell'arrivo del culto di San Domenico Abate, attorno all'anno 1000, le popolazioni italiche dei Marsi veneravano in questi luoghi la Dea Angizia, divinità legata ai serpenti e alle arti magiche», «esperta di erbe e veleni»; e «a questa dea venivano offerte, all'inizio della primavera, delle serpi come atti propiziatori».

I Marsi avevano una fama antica: «Plinio il Vecchio tramanda che i Marsi — popolo discendente da Marso, figlio di Circe — riuscivano a incantare i serpenti, nonché a curarne i morsi, ma anche ad estrarre il veleno dai denti dei rettili creando così degli antidoti», e nella Naturalis Historia ne parla «come di una dote quasi soprannaturale». Nell'Eneide compare Umbrone, «giovane serparo marso».

Non tutti gli studiosi però la fanno risalire ad Angizia: «per altri studiosi invece la si deve attribuire alla mitologia di Eracle», e c'è chi colloca l'avvio del culto attuale molto più tardi — «le origini del culto attuale sarebbero da far risalire, probabilmente, alla seconda metà del secolo XVI». Quanto a Umbrone, nell'Eneide è «alleato di Turno nella guerra contro Enea» e «sarà ucciso dal capo troiano in persona».

Il punto che spiega tutto il resto è detto con chiarezza: «il serpente, in questo contesto, non era simbolo di male — come nella tradizione biblica — ma di guarigione, fertilità e protezione», e le popolazioni italiche lo consideravano «simbolo di fertilità e rigenerazione».

Della dea resta anche un ritratto in versi: il poeta latino Silio Italico, nelle Punicae, la descrive così: «Angitia, figlia di Eeta, per prima scoprì le male erbe, così dicono, e maneggiava da padrona i veleni e traeva giù la luna dal cielo; con le grida i fiumi tratteneva e, chiamandole, spogliava i monti delle selve». Una leggenda locale vuole che perfino Ovidio, il poeta latino nato a Sulmona, si sia rifugiato nel bosco di Angizia per amore di una fanciulla dal cuore di ghiaccio, e lì abbia appreso le arti magiche.

San Domenico, il dente e il ferro di mula

Il santo che ha raccolto quell'eredità nacque nel 951 a Colfornaro, presso Foligno, e morì il 22 gennaio del 1031 a Sora, come risulta dai cronisti cassinesi; «un monaco benedettino di Foligno» che attraversò il Lazio e l'Abruzzo fondando monasteri ed eremitaggi; «a Cocullo si fermò per sette anni, lasciando un suo dente e un ferro di cavallo della sua mula, divenute delle reliquie». Visse anche «all'interno di una grotta, nella Gola del Sagittario».

La leggenda gli attribuisce diversi gesti. Il primo: «durante la sua permanenza a Cocullo, liberò il territorio dai serpenti velenosi toccandoli con le sue mani». Il secondo riguarda i denti: «estrasse miracolosamente un dente malato a un abitante locale, e ancora oggi i fedeli portano ex voto a forma di denti come offerta votiva». Un'altra versione dice che fu il santo stesso, «cavandosi il dente e donandolo alla popolazione prima di andare via da Cocullo». C'è anche un racconto più fantastico, tramandato da un suo discepolo: alcuni pesci ricevuti in dono e nascosti dai frati in una cavità di roccia si sarebbero trasformati in serpi, e solo il tocco del bastone del santo li avrebbe fatti tornare pesci. Altre leggende lo vogliono liberatore di donne a cui, dormendo in aperta campagna, le serpi avevano succhiato il latte materno o erano penetrate nello stomaco.

Da qui le sue competenze, che si elencano sempre insieme: è «protettore dal mal di denti, dai morsi di rettili e dalla rabbia». Delle due reliquie, il dente molare «si trova all'interno di un reliquiario appeso a una catenella e, secondo la tradizione, viene baciato o posto sulla parte del corpo che necessita di guarigione»; il ferro della mula si usa invece per toccare gli animali, in particolare le greggi, per preservarli dai pericoli.

La catenella tirata coi denti

Il rito della campanella è quello che dà il titolo alla giornata per chi ci arriva la mattina. «I fedeli tirano con i denti una catenella per mantenere i denti stessi in buona salute» — la catenella della campanella —, e da dopo il sisma il luogo è cambiato: «dal 2009, dopo il terremoto e il danneggiamento del santuario, si tira la campanella della parrocchia della Madonna delle Grazie.»

Poi c'è la terra. I fedeli «si mettono in fila per raccogliere la terra benedetta che si trova nella grotta dietro la nicchia del santo», e quella terra ha tre usi precisi: «tenuta in casa come protezione dagli influssi malefici, sparsa nei campi per allontanare gli animali nocivi oppure sciolta nell'acqua e bevuta per combattere la febbre».

I serpari, eredi dei Ciaralli

Chi cattura i serpenti ha un nome e una discendenza: «i serpari sono figure tradizionali che derivano dai Ciaralli, gli antichi guaritori sacri della zona di Cocullo», e sono anche «custodi di saperi popolari legati alla cura dei morsi di serpenti, un tempo fondamentali per le comunità rurali». Oggi «sono per lo più persone, sia uomini che donne, che vivono e lavorano fuori dal paese, ma che ritornano puntualmente per partecipare al rito in veste di serpari».

Su di loro gli antropologi hanno scritto molto: Profeta, «seguendo le fonti di Febonio, Pitrè, De Nino, Finamore», ha studiato «il culto ofidico cocullese, in cui gli abitanti ancora oggi sono fermamente convinti del grande potere della figura dei "ciaralli", ossia gli incantatori dei serpenti di tradizione medievale» — una tradizione che alcune leggende fanno risalire «addirittura a San Paolo, che libera l'isola di Malta dalle serpi». Il serparo, secondo la tradizione, conosceva anche il segreto per rendere le serpi innocue con il suono del corno, il kerallos.

Sulla data di nascita del rito così come lo si vive oggi le datazioni vanno dal dodicesimo al sedicesimo secolo; resta il fatto che nel 1824 il clero cocullese chiese alla gerarchia di duplicare a maggio un rito che tradizionalmente si celebrava il 22 gennaio, giorno della morte del santo; solo agli inizi del secolo scorso il primo giovedì di maggio divenne la sua sede fissa, dentro il più ampio calendario della Maggiolata Abruzzese.

Il lavoro comincia settimane prima: «tutto ha inizio con i serpari che alla fine di marzo si recano in montagna in cerca dei serpenti. Una volta catturati, vengono custoditi con attenzione in scatole di legno — in tempi remoti dentro dei contenitori di terracotta — per 15-20 giorni, nutrendoli con topi vivi e uova sode.»

Le specie sono quattro e tutte non velenose: il cervone, il saettone, la biscia dal collare e il biacco. Il più comune è il cervone (Elaphe quatuorlineata): «mansueto e innocuo, è tra i più lunghi d'Europa: può arrivare addirittura a due metri.»

La vestizione sul sagrato

C'è una regola che decide dove comincia la scena: «ai serpenti non è permesso di entrare in chiesa, per cui la statua viene "vestita" fuori sul sagrato.» A mezzogiorno, dopo la messa, la statua esce e i serpari le avvolgono addosso i rettili: sulla statua ne finisce una ventina, scelti fra i circa trecento esemplari raccolti per la festa.

Le regole della vestizione sono precise: «solo il viso della statua deve rimanere scoperto», e «solo dopo che la statua vestita è stata sollevata la processione può prendere avvio». Da come i serpenti si dispongono, «gli abitanti traggono buoni o cattivi auspici per il prossimo futuro».

Durante il percorso il controllo non si allenta: «i serpari rimangono stretti attorno alla statua per controllare che i serpenti non si spostino e, in caso contrario, rimetterli subito a posto». Il momento dell'anno aiuta: «i serpenti in questo momento dell'anno sono da poco usciti dal letargo, e perciò si mostrano più lenti e meno reattivi.»

La processione «attraversa l'intero paese, e impiega generalmente più di un'ora, a volte due». A portare la statua può essere chiunque: «essa può essere portata da chiunque, tra i fedeli, ne abbia fatto richiesta alla Proloco e si sia precedentemente registrato», con i gruppi che si succedono lungo il percorso e vengono composti «in base alle loro caratteristiche fisiche».

Cinque pani sacri e i pellegrini di Atina

Accanto alla statua camminano due figure fisse: «ai fianchi della statua del Santo, due ragazze vestite con abiti tradizionali portano sulla testa un cesto contenente cinque pani sacri chiamati ciambellani», che «vengono donati per antico diritto ai portatori della Sacra Immagine e del gonfalone».

E poi ci sono quelli che arrivano da fuori a piedi: «i Pellegrini di Atina, religiosi che arrivano a piedi dal Lazio, portando una croce che ha più di due secoli», e che rispettano un'usanza tramandata — «lasciare la chiesa senza mai voltare le spalle al santo, in segno di rispetto e devozione»: camminano all'indietro ripetendo più volte il saluto «Addio San Domenico, noi siamo di partenza, e dacci la licenza, la santa benedizion…». Con loro, i suonatori di zampogna e la banda cittadina, mentre lungo il percorso si lanciano petali di fiori.

E poi tornano nel bosco

La fine della giornata è la parte che si tiene a precisare. «Gli animali, specie protette e costantemente monitorate, vengono restituiti integri al loro habitat al termine della festa» — e non a caso: «al termine della giornata vengono riportati dai serpari nel punto esatto del bosco dove sono stati catturati.»

Ogni serparo riprende i suoi: «riconoscono il proprio serpente dal segno fatto con del nastro adesivo colorato o dallo smalto sulla pelle dell'animale. Il giorno dopo ogni serparo rilascerà il serpente.»

C'è anche una versione più agricola del rilascio: «dopo la processione, la tradizione vuole che vengano liberati nei campi circostanti, dove si credeva proteggessero i raccolti dai roditori.» Non è sempre stato così: fino a non molti anni fa le serpi venivano uccise nel piazzale della chiesa al termine del rito; oggi un diverso spirito religioso, unito a una maggiore sensibilità ecologista, ha portato a liberarle sempre negli stessi luoghi dove sono state catturate.

Da qualche anno la festa è anche un'occasione scientifica: «gli erpetologi misurano i serpenti catturati, effettuano analisi per controllare l'eventuale presenza di infezioni e, in alcuni casi, li dotano di microchip sottocutanei che permetteranno di monitorarli a distanza.»

Quanto al riconoscimento, quattro fonti su cinque sono concordi: la festa è da anni candidata a Patrimonio Immateriale dell'Umanità Unesco, «proprio per la sua unicità nel panorama delle tradizioni popolari europee». Un riconoscimento intanto c'è già: «la festa dei serpari è stata inserita nel Registro delle Eredità Immateriali e riconosciuta come espressione di eccezionale interesse antropologico da vari organismi nazionali e internazionali.» E il richiamo non è di oggi: «già dalla prima metà del Novecento è diventato un evento folkloristico di grande richiamo». Chi la studia la legge come qualcosa di più di una processione: seguendo Ernesto De Martino, gli antropologi ipotizzano che «lo stato catartico di trance che porta la gente a considerare dei normali cervoni innocui sia da equiparare alla danza catartica pugliese per il morso della tarantola».

Come arrivare alla festa

Partecipare alla Festa dei Serpari a Cocullo è davvero semplice. Chi viaggia su rotaia trova la stazione ferroviaria di Cocullo a un passo dal centro, 900 metri dai luoghi della manifestazione. In automobile si esce allo svincolo di Rivoli Nord, e da lì restano 9,7 chilometri e 9 minuti.

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