Festa di San Sebastiano a Melilli 2027 - I nuri scalzi e l'apertura della chiesa prima dell'alba
Il giorno esatto cambia ogni anno e non e' ancora stato reso noto.
Fonte: enjoysicilia.it, letta il 20/09/2026.
La Festa di San Sebastiano, «A Festa i Maju», si tiene a Melilli, in provincia di Siracusa, dal 3 all'11 maggio: il momento culminante è l'apertura della Basilica prima dell'alba del 4 maggio, fra scampanio e sparo di mortaretti. I nuri, i devoti vestiti di bianco con fascia rossa a tracolla, arrivano di corsa per sciogliere i voti fatti durante l'anno. La devozione risale al naufragio del 1414, ed è inserita nel registro delle Eredità Immateriali della Sicilia.
Il simulacro che non si lasciava sollevare
Tutto nasce da un naufragio. Il 1° maggio del 1414 una nave si incagliò presso l'isola Magnisi, nel feudo di Priolo, e l'equipaggio rimase illeso. Il fatto fu attribuito alla presenza a bordo di una statua di San Sebastiano, contenuta in una cassa.
Poi accadde la cosa che ha fondato la devozione. Mentre si decideva in quale paese del siracusano collocare la statua, il simulacro divenne pesante e inamovibile per chiunque provasse a sollevarlo. Il vescovo di Siracusa aveva disposto che fosse portata nella città aretusea; ci provarono gli abitanti di Augusta; molti pellegrini arrivarono a Magnisi per vedere la statua miracolosa e a turno tentarono di alzarla, senza riuscirci. Solo gli abitanti di Melilli ci riuscirono, e la trasportarono in processione fino al paese, fra canti di gioia e inni religiosi.
Il seguito spiega perché la Basilica sta dove sta. I melillesi collocarono il simulacro nella grotta chiamata Carcaredda, perché appena tentarono di portarlo alla chiesa Madre la statua si fece di nuovo pesante. Si decise allora di costruire una chiesa proprio nel luogo dove il santo non si voleva più muovere. La prima chiesa fu distrutta dal terremoto del 1693, e il simulacro rimase intatto.
Chi sono i nuri
Il nome viene dall'iconografia: il Santo è rappresentato nudo e trafitto dalle frecce del martirio, e i devoti si vestono di conseguenza. Anticamente si presentavano scalzi, con i soli mutandoni bianchi e una fascia rossa a tracolla, simbolo del martirio. Oggi indossano maglietta e pantaloni bianchi, la fascia rossa a tracolla e sui fianchi, un fazzoletto o una bandana rossa in testa, e portano un mazzo di fiori in mano; alcuni restano scalzi.
Arrivano correndo, in fila indiana, a gruppi. I primi si vedono all'alba; il grosso arriva poco dopo, e viene dalla contrada periferica di Santa Croce, che prende il nome da una croce votiva: da lì partono allo spuntare del sole, baciando uno a uno l'edicoletta di pietra che la ospita. Sono uomini, donne e bambini, e vanno a sciogliere i voti fatti durante l'anno percorrendo l'antica «via scausa», la via scalza.
Il gesto che compiono all'arrivo è preciso. Giunti ai piedi del fercolo, passano al comitato il mazzo di fiori votivo, che viene subito restituito dopo essere stato velocemente posato sulla statua; poi il corteo corre verso l'altare maggiore e vi deposita il mazzo, in un coro di ringraziamenti.
Una cosa che vale la pena sapere: la processione dei nuri era originariamente per soli uomini, e solo molto più tardi, e in forme diverse, venne estesa anche alle donne.
La notte in piazza, e i bambini sollevati verso la statua
La notte fra il 3 e il 4 maggio la piazza e il corso principale restano illuminati a giorno per accogliere i pellegrini che arrivano a piedi dai paesi vicini e che aspettano l'apertura della chiesa. Si passeggia fra le bancarelle, si aspetta.
All'apertura si svela la statua, e quello che succede lo raccontano le cronache locali senza addolcirlo: i fedeli si riversano davanti alla chiesa invocando Sam-Mastiano, e «si assiste a scene molto movimentate e commoventi; inutilmente i sacerdoti e il comitato organizzatore invitano a mantenere la calma… c'è gente che per la ressa e il caldo accusa malori».
C'è poi il gesto più intimo di tutta la festa. Alla statua vengono deposti i vestitini rossi tolti ai bambini — il rosso è il colore del Santo — che lì vengono spogliati; e i piccoli vengono sollevati in alto il più possibile e accostati alla statua, per consacrarli al Santo.
Quello che si grida
Le invocazioni sono in dialetto e si ripetono uguali da generazioni. Quella dei forestieri: «Semu vinuti ri tantu luntanu e prumittemu a Sam-Mastianu!». Quella che i nuri urlano in coro entrando in chiesa: «E-cchiaàmulu ca n'aiuta! E-cchiamamulu tutti, frusteri e-ppaisani, Viva Ddiu e Sam-Mastianu!». E poi «E chi semu muti ca nunnu chiamamu?».
Ma la formula che chiude tutto è una sola: «Primu Diu e Sammastianu».
Il fercolo d'argento, e l'ottava
In mattinata, il 4 maggio, il simulacro, posto sopra il fercolo argenteo, fa la sua uscita dalla Basilica: sul sagrato viene accolto dal lancio di bigliettini colorati e petali di fiori e dai fuochi pirotecnici. La processione percorre buona parte del centro storico fino alla Chiesa Madre; c'è una sosta davanti al Palazzo Municipale, dove il Comune consegna un omaggio floreale al Santo a nome di tutta la cittadinanza. Solo in serata il Santo rientra in Basilica, accolto da tamburi, musici e sbandieratori e da uno spettacolo pirotecnico.
Il fercolo merita uno sguardo: ha un cupolino sorretto da quattro colonne e la colonna del martirio, e i suoi manufatti argentei furono realizzati nel 1768 dai fratelli Lo Giudice, argentieri e orafi messinesi.
Nei giorni successivi si svolge l'ottavario, con pellegrinaggi organizzati dalle parrocchie e veglie di preghiera. Tutto si chiude l'11 maggio con la processione dell'Ottava e la «Cunsarbata», quando il simulacro viene conservato nella Basilica al grido di «Primu Diu e Sammastianu».
Due feste in un anno
A Melilli San Sebastiano si celebra due volte: il 20 gennaio, giorno del dies natalis del martire — che a Melilli chiamano il Bimartire — e il 4 maggio, per la traslazione del simulacro.
La novena di gennaio comincia l'11; la sera del 19 sfila la processione con le reliquie del Santo, che sono un piccolo ossicino del suo braccio — gli altri resti sono conservati a Roma — dentro un reliquiario d'argento a forma di braccio che regge una freccia, e che parte dal Convento dei Frati Cappuccini. Il 20 c'è la «svelata» della statua, che resta esposta per tutto l'ottavario; il 27, dopo la processione fino alla chiesa Madre di San Niccolò, la statua torna nella nicchia dietro l'altare maggiore e vi resta fino al 2 maggio, quando viene svelata di nuovo. Lo stesso reliquiario d'argento esce anche la sera del 3 maggio, per la processione che apre la festa grande.
La Basilica è del XVII secolo; il portale centrale reca una scena del martirio con le frecce, e gli ingressi minori i simboli del martirio: frecce, palma e corona. Sul soffitto della navata centrale c'è una grande tela, «La gloria di San Sebastiano», del pittore Olivio Sozzi.
Seicento anni di pellegrini
Che l'afflusso a Melilli fosse imponente non è un'impressione: è documentato. Una bolla di papa Sisto V, il 6 agosto 1586, concedeva indulgenze ai pellegrini; e nel 1588 il signore e barone di Melilli, Pietro Antonio Romeo, autorizzò 17 giorni di fiera, dal 29 aprile al 9 maggio di ogni anno, con l'esenzione da ogni gabella e tassa sui generi che entravano e uscivano dal paese in quei giorni.
Un tempo si arrivava con i carretti da tutta la Sicilia orientale, per raggiungere i familiari che per voto erano partiti il giorno prima a piedi. E al ritorno i carretti si abbellivano: i tamburelli comprati per i bambini, i campanelli tintinnanti, e i nastri rossi chiamati «zaiareddi» o «misureddi» — detti così perché erano della misura della statua del Santo.
Oggi i devoti arrivano da Avola, Siracusa, Floridia, Solarino, Canicattini, Palazzolo, Lentini, Francofonte, Carlentini, Scordia, Augusta, Priolo e da altri comuni del ragusano e del catanese. E la festa ha viaggiato anche più lontano: ne esiste una «gemella», esportata a Middletown, dove i melillesi emigrati hanno portato con sé il loro santo.
Come arrivare alla festa
Raggiungere la Festa di San Sebastiano a Melilli richiede un po' di viaggio, ma l'esperienza ripaga il tragitto. Per chi sceglie il treno, la stazione ferroviaria più vicina è quella di Priolo-Melilli, a 7,9 chilometri: conviene organizzarsi per coprire l'ultimo tratto. In automobile si esce allo svincolo di Melilli, e il tragitto è di 3,5 chilometri per 5 minuti di guida.
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