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San Gerlando ad Agrigento 2027 - Il vescovo che costruì la cattedrale in sei anni

12 min di lettura · Scritto da: Rodolfo de Carvalho
Ultima edizione conosciuta
dal 18 al 25 febbraio 2026
Dove Cattedrale di San Gerlando, sulla collina antica di Agrigento, e nelle vie del centro storico, Agrigento

Questa e' l'ultima edizione di cui abbiamo notizia: le date della prossima non sono ancora state annunciate.

Fonte: festivalinitalia.it, letta il 30/08/2026.

Il 25 febbraio Agrigento, in Sicilia, festeggia il suo patrono San Gerlando, nel giorno in cui si ricorda la morte del santo. La processione porta per il centro storico l'urna d'argento con le reliquie, sorretta a spalla dai portatori, e la giornata comprende il Solenne Pontificale in Cattedrale, l'offerta dell'olio per la lampada votiva e le confraternite dell'Arcidiocesi in corteo. Gerlando fu il primo vescovo di Agrigento dopo la riconquista normanna: arrivò nel 1088, a circa 58 anni, e in sei anni costruì la cattedrale.

Il canonico di Besançon e il conte normanno

Gerlando nacque a Besançon, l'antica Vesontium, verosimilmente tra gli anni 1030-1040, da una nobile famiglia imparentata con il Conte Ruggero Altavilla. La città sta sul fiume Doubs, presso il canale che congiunge il Rodano al Reno, a 245 metri sul livello del mare, e oggi conta circa 120.000 abitanti. Là si formò alla scuola del Capitolo di San Paolo, dove acquisì una cultura solida e sicura, tanto da pubblicare opere nelle arti del trivio e del quadrivio, un trattato sui Salmi e un commento ai Vangeli sinottici. La più famosa fu però il Compotus, in cui trattava la lunazione, il calendario romano, le eclissi, gli equinozi e i solstizi, il giorno della passione di Cristo e la celebrazione della Pasqua: in tanti manoscritti del tempo Gerlando è citato come un'autorità indiscussa in materia.

Quando Ruggero conquista la Sicilia e libera Agrigento dal giogo arabo, chiede proprio lui come primo vescovo della città: lo riteneva l'unico in grado di governare la chiesa agrigentina. La conquista normanna della città avvenne il 25 luglio 1086, e Gerlando arrivò nel 1088. Non venne da solo: portò con sé da Besançon quattro sacerdoti collaboratori, Deodato, Gerardo, Norberto e Gerardo, che condividevano con lui le idee e i progetti pastorali secondo lo spirito della riforma gregoriana. Un documento del tempo lo descrive «alto di statura, bellissimo nella persona, oratore facondo, prudente e abile nel consiglio e nell'azione». La consacrazione episcopale avvenne a Roma nel 1098, per le mani di papa Urbano II, che nella bolla di conferma della diocesi lo chiama «Carissimo fratello Gerlando».

Sei anni per la chiesa madre

Il territorio che trovò era diventato, dopo due secoli di dominazione araba, completamente musulmano, e il suo merito riconosciuto è di essere riuscito a rievangelizzarlo. La sua attenzione andò prima ai pochi cristiani rimasti, per irrobustirne la fede, e solo poi gradualmente alla conversione degli Ebrei e dei Musulmani. Si narra che le sue parole, mentre cercava di convincerli, fossero definite «dolci come il miele»; e il risultato più clamoroso porta un nome preciso: Hamud, l'ultimo signore arabo della Città, si fece battezzare da lui assieme alla moglie e ai figli.

Sul piano pratico, Gerlando costituì il Capitolo dei Canonici che lo affiancava nell'azione pastorale, costruì o ricostruì tante Chiese, costituì parrocchie e assegnò le decime per il culto e per il sostentamento del Clero. Come cattedrale usò dapprincipio la Chiesa di Santa Maria dei Greci; poi, in sei anni, ne costruì una nuova, chiesa madre di tutte le chiese agrigentine, consacrata alla Beata Maria sempre Vergine Assunta in Cielo, a San Giacomo e a tutti gli Apostoli. Gli studiosi fanno notare che, a parte qualche aiuto del conte Ruggero, realizzò l'opera con la sua iniziativa, le sue fatiche e la ricerca dei mezzi necessari: la costruzione fu avviata subito dopo la conquista e portata a termine nel 1094. Di quell'edificio l'aspetto di oggi non dice quasi nulla — la Basilica Cattedrale ha subìto più volte trasformazioni e si presenta ormai in stile secentesco, con una combinazione di elementi normanni, gotici, barocchi e neogotici — e la dedicazione a San Gerlando arriverà molto dopo, il 4 aprile 1315, in seguito alla ricostruzione operata dal vescovo Bertoldo di Labro.

Dodici anni di servizio, poi il primo sabato di quaresima

Gli anni del servizio pastorale sono il 1088-1100, tanto che Mons. De Gregorio, storico della diocesi agrigentina, li chiama «secolo di S. Gerlando». Un antico documento riassume quei dodici anni in una riga: «Nella povertà generoso, nell'ospitalità pio, nel donare munifico, nella carità splendido». La Legenda, che è una breve biografia, elenca le sue attività caritative a favore dei poveri, degli stranieri, dei malati e dei più deboli. Alla fine del secolo il vescovo era ancora in viaggio: nel 1099, subito dopo la Pasqua, partecipò a un Concilio a Roma, votando per confermare i decreti papali che rivendicavano la libertà della Chiesa da ogni potere umano. Il 15 luglio 1099 Gerusalemme fu conquistata, ma la notizia non arrivò in tempo a Urbano II, che moriva il 29 dello stesso mese assistito anche da San Gerlando; il 14 agosto fu eletto Pasquale II, al quale Gerlando prestò l'omaggio dell'obbedienza prima di rimettersi in strada per Agrigento.

Morì il 25 febbraio dell'anno 1100, allora primo sabato di quaresima. Il corpo fu esposto nel Coro della Cattedrale in attesa dell'arrivo dei Vescovi siciliani per i solenni funerali, e di quei giorni resta la testimonianza di chi c'era: «Non sembrava il corpo di un uomo, ma di un angelo». Dopo i funerali fu deposto in un sarcofago, collocato dapprima nell'atrio della Cattedrale — fuori dalla chiesa, dunque — e solo più tardi traslato infra ecclesiam, nel 1159, durante l'episcopato di Mons. Gentile, al lato destro. Gentile era vescovo dal 1154, e dal 1156 la Diocesi di Agrigento era diventata suffraganea di Palermo — la canonizzazione del rifondatore, come dice l'archivio storico diocesano, «fece sicuramente d'uopo». Con la traslazione del corpo in cattedrale e la trasformazione della chiesa in santuario, Gentile — che resterà in sede fino al 1171 — promosse il culto di San Gerlando associandolo ai santi patroni, la Beata Maria Vergine e San Giacomo Apostolo. Quella traslazione, secondo le norme ecclesiastiche del tempo, corrispondeva a una vera e propria canonizzazione, ed è la ragione per cui la Legenda conserva due celebrazioni liturgiche distinte: «in festo sancti gerlandi», il 25 febbraio, e «in festo translationis».

A tenere vivo il culto, prima ancora della traslazione, furono due episodi che la Legenda racconta come miracoli. Poco dopo la morte del santo un cane salì sul sepolcro e subito gli uscirono gli occhi fuori dalle orbite, come se fossero stati strappati da un uomo, cosa che suscitò la meraviglia di chierici e fedeli. Il secondo, che sembra quasi l'innesco per il risveglio di un ricordo che si era un po' sbiadito, ha per protagonista un cervo del vescovo, che avvicinandosi al sepolcro impigliò tra le corna la lampada che risplendeva davanti alla tomba, facendola cadere in terra: accorso il custode della Chiesa, la trovò integra, e la rimise al suo posto.

L'urna d'argento chiusa da tre chiavi

L'urna che contiene le reliquie la volle il vescovo Francesco Traina, in sede dal 2 marzo 1627 al 4 ottobre 1651, per arricchire la nuova cappella che aveva fatto erigere lui stesso nella parte meridionale della Cattedrale. L'esuberante vara venne commissionata il 10 gennaio 1635 da don Francesco Albamonte all'argentiere palermitano Michele Ricca, su progetto dell'abate Vincenzo Sitaiolo, e realizzata su disegno del grande pittore monrealese Pietro Novelli; già il 16 gennaio 1635 «Mastro Michele» affidava a Giancola Viviano la realizzazione delle parti a fusione, cioè i dodici puttini e i due serafini con le ali spiegate. La cassa è schiettamente rettangolare, divisa in tre parti — il supporto di base, il corpo centrale e la copertura apicale — e in passato accoglieva sei formelle raffiguranti scene della vita del santo, due ai lati maggiori e una ciascuna ai minori; ai margini esterni due volute reggono due puttini con le insegne vescovili. Su di essa si leggono in più parti i marchi degli argentieri di Palermo: l'aquila a volo basso che sovrasta la scritta RUP, Regia Urbs Panormi, il punzone del console del 1637 Giovanni Berlinghieri, e la sigla MR con cui Ricca firmava le sue opere.

La cappella che la ospitava era chiusa da una porta con tre serrature, e le tre chiavi erano destinate rispettivamente al Vescovo, al Capitolo e ai Giurati della città. Lo stesso Traina, quando depose le ossa nell'arca nuova, procedette allo stesso modo — le prese e le ripose iniziando dal capo fino alle giunture dei piedi, e chiuse con tre chiavi, una tenuta per sé, la seconda data al Capitolo, la terza consegnata ai Signori Giurati. La cassa vecchia, nello spazio di duecentotrentaquattro anni, era stata consumata dal logorio del tempo sia all'interno sia all'esterno. A quella traslazione seguì una processione imponente, con più di 8000 confratelli che procedevano dietro le loro insegne, con carri allegorici delle virtù e dei meriti dei loro santi patroni, insieme alla nobiltà, al clero, al capitolo e allo stesso vescovo. Le aperture della cassa hanno anche i loro nomi tecnici, che ricorrono nei documenti: l'elevatio, quando si toglie il corpo dalla tomba; la recognitio, per ogni altra apertura; la translatio, quando le reliquie vengono spostate permanentemente in un luogo nuovo. Dentro l'arca, insieme alle ossa avvolte in una stoffa, sono inseriti anche i documenti originali di quelle aperture, fra cui due pergamene, una del 1264 e una del 1376. La ricognizione più recente, quella del 1970, descrive quello che si trova ancora oggi: «la sacra Testa divisa in due parti, quattro grandi ossa delle tibie con due sue fibule, le guance con sei denti, un grande osso del braccio e molti altri frammenti ed anche residui delle sue vesti». Per l'occasione le sacre Reliquie furono esposte per tre giorni in una cassa di vetro, affinché tutto il clero e tutto il popolo potesse venerarle, e a riporle nell'Arca d'argento si arrivò il 3 maggio 1970, dopo il Pontificale celebrato dal Cardinale Francesco Carpino, Arcivescovo di Palermo.

Che cosa accade il 25 febbraio

La festa comincia con una solenne messa nella Cattedrale, dove le reliquie del santo vengono esposte alla venerazione dei fedeli, e culmina nel Solenne Pontificale del 25 febbraio, con la partecipazione delle Confraternite dell'Arcidiocesi e delle autorità civili e militari. Il gesto che si ripete ogni anno, e che lega la festa a tutto il territorio invece che alla sola città, è l'offerta dell'olio per la lampada votiva che arde davanti all'urna: a portarlo non è sempre la stessa comunità, ma di volta in volta il Comune di Agrigento, oppure Canicattì, Bivona, Palma di Montechiaro. Come da tradizione è prevista anche la preghiera del corpo della polizia municipale — un legame che ha una data precisa, perché fu proprio nel giorno del centesimo anno della costituzione del corpo dei Vigili Urbani della Città che questi scelsero e proclamarono san Gerlando loro particolare patrono. Prima della messa la Banda Musicale dell'Associazione bandistica intercomunale Bellini attraversa le vie del centro storico, con sosta davanti al Palazzo di città, fino alla Cattedrale, eseguendo il tradizionale inno al Patrono; ad animare la celebrazione sono il coro diocesano e gli studenti del seminario. Non sempre il giorno è quello: capita che la festa venga posticipata di un giorno rispetto al tradizionale 25 febbraio.

Poi c'è la processione, e qui la festa ha conosciuto un cambiamento vero. Per più di un secolo le reliquie non erano uscite dalla Cattedrale; poi l'urna d'argento, restaurata e recuperata dopo il furto di alcuni preziosissimi pezzi, è tornata in mezzo alla gente, potendo passare fra la folla come succede per il più famoso San Calogero. I portatori se la sobbarcano a spalla, su e giù per le vie del centro storico, e la processione fa sosta davanti al Palazzo Municipale. Nell'anno del ritorno la città ha aggiunto anche una rievocazione storica, con circa trenta figuranti vestiti con abiti e accessori dell'epoca che sfilano per le vie del centro per ricostruire l'arrivo di Gerlando, primo vescovo del II millennio, dopo la vittoria normanna: il primo corteo storico di Agrigento. Un'altra formula sperimentata è quella dei festeggiamenti itineranti, con la peregrinatio del busto reliquiario portato nelle parrocchie, così che i fedeli possano esprimere la propria devozione senza muoversi dal proprio quartiere. E i furti degli anni Settanta e Ottanta, che l'avevano danneggiata irreparabilmente, hanno avuto la loro risposta più recente nel restauro dell'urna e nella sua restituzione al culto, ripresentata ai fedeli in Cattedrale il 21 febbraio, pochi giorni prima del pontificale.

Le reliquie, il bastone e la Legenda

È stato organizzato un percorso permanente che dalla Cattedrale porta al Museo Diocesano e che, attraverso le reliquie e i reliquiari, le opere artistiche e devozionali, permette di avvicinarsi alla figura del vescovo che riorganizzò la diocesi con l'arrivo del conte Ruggero e dei normanni. Si parte dall'urna, custodita in Cattedrale nella cappella chiaramontana, sotto la costruzione con cupola ottagonale eretta tra il 1627 e il 1651; nella stessa cappella c'è l'altare marmoreo con la statua di San Gerlando, opera di Rocco Jacopelli del XVII secolo, e sull'altare in marmi mischi si trova l'Urna argentea di Michele Ricca del 1639. Nella torre campanaria sono esposte tre storiche matrici incisorie con diverse raffigurazioni del santo, usate per divulgarne la memoria e la devozione.

Al Museo è confluita invece la reliquia da contatto del Bastone, che era custodito dentro l'urna e che, dalla ricognizione del 1598, è stato esposto alla pubblica venerazione: il Baculo, emblema del ministero episcopale del pastore della diocesi, fu impreziosito nel 1607 da una lamina in argento finemente sbalzata e cesellata. Nella sala dedicata al santo si trovano anche la più antica statua lignea, risalente al Medioevo, due delle tre chiavi che aprivano la porta dell'antica cappella, e il flacone che accoglie piccoli resti corporei, ricordato negli inventari storici come «il reliquiario del dito di san Gerlando». Ci sono infine i due documenti da cui viene quasi tutto quello che si sa: il Libellus de successione pontificum Agrigenti, codice pergamenaceo del secolo XIII e prima raccolta di notizie storiche sulla Chiesa Agrigentina, e la Legenda, prezioso documento agiografico medievale che al suo interno raccoglie l'antico ufficio ritmico.

Come arrivare alla festa

Arrivare ad Agrigento per la festa di San Gerlando non è complicato. Per chi preferisce la comodità del treno, la stazione ferroviaria di Agrigento Centrale si trova a 800 metri dal centro: si arriva nel cuore dell'evento con una breve passeggiata. Per chi si mette al volante, lo svincolo di Agrigento Centro dista 5 chilometri, cioè 7 minuti di strada.

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