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Feste Patronali

Sant'Antonio a Nicolosi 2027 e la Svelata del Santo

10 min di lettura · Scritto da: Rodolfo de Carvalho
Ultima edizione conosciuta
dal 14 al 22 febbraio 2026
Dove Chiesa di Santa Maddalena (già di Sant’Antonio di Padova), Nicolosi

Questa e' l'ultima edizione di cui abbiamo notizia: le date della prossima non sono ancora state annunciate.

Fonte: santantonio.org, letta il 19/09/2026. L'anno e' dedotto e va confermato.

A Nicolosi, in provincia di Catania, la devozione per Sant'Antonio si esprime in tre momenti dell'anno: la Festa della Lingua a febbraio, la festa liturgica del 13 giugno e la grande festa esterna della seconda domenica di agosto. È quella d'agosto che porta il patrono fuori di casa, con il paese ad aspettarlo in piazza: la seconda domenica di agosto la comunità nicolosita si stringe attorno al patrono e protettore Sant'Antonio di Padova. Nicolosi la chiamano «Porta dell'Etna», perché è l'ultima tappa prima di salire sul vulcano più attivo d'Europa — e questo, come si vedrà, spiega buona parte della sua devozione.

Tre momenti nell'anno

La devozione, qui, non si concentra in un giorno solo: si esprime in tre momenti distanti fra loro — la Festa della Lingua a febbraio, la festa liturgica del 13 giugno e la grande festa esterna della seconda domenica di agosto.

Il primo ricorda una reliquia molto particolare: la Festa della Lingua celebra la traslazione delle reliquie e in specie la lingua del santo, simbolo della sua celebre eloquenza. Il secondo è il giorno in cui Sant'Antonio salì al cielo, preceduto dalla tredicina di Sant'Antuninu, tredici giorni di preghiera. Il terzo è quello che riempie le strade, con processioni, luminarie, banda e fuochi d'artificio. Il santo, del resto, a Nicolosi ha un nome confidenziale: lo chiamano Sant'Antonino, e la sua immagine è custodita nella Chiesa Madre.

La festa esterna di agosto

La grande festa comincia il sabato, e la sua apertura è un rito di attesa: si apre col solenne triduo, che si chiude il sabato sera con la processione delle reliquie dei santi protettori del paese — Sant'Antonio di Padova, Sant'Antonio Abate e il cardinale Giuseppe Benedetto Dusmet. Al termine avviene la tradizionale «Svelata» del Santo Taumaturgo, e subito dopo, in piazza, si tiene l'«Entrata dei Giovani Cantanti» dei quartieri nicolositi, seguita da una rappresentazione dedicata al legame fra Nicolosi e il santo.

Poi il santo comincia a girare, e il primo giro non è casuale. La domenica ci sono due processioni: quella del mattino segue il giro storico — via Garibaldi, via G. Milana, via Martiri d'Ungheria, via Etnea — mentre la sera, dopo la messa solenne, esce la grande processione conclusiva che attraversa tutti i quartieri, preceduta dall'omaggio floreale del sindaco. Il giro del mattino è breve per una ragione precisa: si snoda lungo le vie dove sorgeva anticamente il paese, sepolto dalle lave del 1669, l'eruzione che lo distrusse quasi per intero.

Quando il santo rientra, la festa si chiude come si era aperta: appena arrivato nella piazza principale lo accoglie un nutrito spettacolo pirotecnico, il simulacro viene riposto sull'altare e, dopo la tradizionale «cantata», fra gli evviva dei devoti, l'immagine viene di nuovo velata.

Quella cantata, un tempo, era una gara vera. Fino al 1950, il sabato sera, dopo il rientro delle reliquie dei santi patroni, il paese si divideva in due partiti — San Francesco e Piazza — ciascuno guidato dal proprio «capocantata», l'organizzatore principale, e i gruppi partivano da piazza San Francesco con fiaccole e girandole e risalivano via Garibaldi. Altre usanze si sono perse per strada: fino agli anni Venti del Novecento i festeggiamenti duravano di più, e fino agli anni Settanta e Ottanta alla benedizione seguiva una corsa di cavalli lungo le vie principali del paese.

Il 13 giugno e la tredicina

La festa liturgica è preceduta da tredici giorni di preghiera, e occupa in realtà tre giorni: il 12 giugno c'è la vigilia, con il rito del transito e la benedizione del pane; il 13 la solennità; il 14 la giornata di ringraziamento con la benedizione conclusiva.

Il giorno del santo comincia col rumore: il suono festoso delle campane e i colpi a cannone a mezzogiorno. Poi vengono la benedizione del pane e degli abiti votivi, l'esposizione del simulacro in Chiesa Madre e, la sera, la processione lungo l'antico giro storico, con tappa all'altarino votivo di via Martiri d'Ungheria. Il centro della devozione è la parrocchia «Spirito Santo», con appuntamenti anche in quella di Sant'Antonio Abate, e il pontificale — la celebrazione solenne presieduta da un vescovo o da un arcivescovo — vede la partecipazione delle autorità civili e militari e delle confraternite locali.

Il compatrono che ferma la lava

Accanto al patrono, a Nicolosi, c'è un secondo Antonio, e ha un incarico molto concreto: Sant'Antonio Abate è venerato come compatrono e soprattutto come protettore del paese dalle colate laviche. I due non si fanno concorrenza — sono entrambi grandi taumaturghi e dottori della Chiesa: solo che la devozione all'Abate è molto più antica ed è rimasta quasi invariata nel tempo.

Il perché di quella scelta sta nel mestiere di chi abitava qui. I nicolositi, per la maggior parte contadini, pastori, boscaioli e guide dell'Etna, costretti a vivere sulle solitarie e impervie pendici del vulcano, videro in quel giovane coraggioso e risoluto — che senza rimpianti dice addio alle ricchezze e alla vita comoda e sceglie quella stentata fra le asprezze dei monti brulli della Tebaide — un amico perfettamente solidale con loro, capace di capire le loro rinunce e le loro privazioni. Al culto del santo eremita, come a quello di altri santi della Chiesa orientale — Santa Barbara, Sant'Agata — hanno certamente contribuito anche i monaci basiliani, le cui comunità fiorirono nei monasteri della zona.

Il legame nasce da due eruzioni. Quella del 1669 e, in modo ancora più sentito, quella del 1886: l'attività eruttiva cominciò nella notte fra il 18 e il 19 maggio 1886, e la lava si fermò alle porte dell'abitato — davanti al fronte lavico l'arcivescovo portò il velo di Sant'Agata — e i nicolositi attribuirono la salvezza all'intercessione di Sant'Antonio Abate.

Da quel 1886 viene il momento più fisico di tutta la devozione nicolosita: l'A'cchianata 'a sciara, la salita del simulacro lungo la ripida scarpata lavica. Si sale correndo — anticamente a spalla e sul fondo naturale, oggi col fercolo a ruote tirato da due lunghi cordoni gremiti di devoti — fino al luogo dell'evento, dove si tiene una cerimonia di ringraziamento davanti all'altarino votivo. Quell'altarino l'hanno costruito le stesse persone che avevano avuto paura, e l'hanno pagato col proprio lavoro: già tre anni dopo l'altarino promesso da «quei poveri campagnoli» era stato costruito da loro stessi, offrendo un giorno di lavoro gratuito. Povero di materiali e senza ornamenti, ha avuto rifacimenti sia negli anni Cinquanta sia negli anni Settanta, e per il centenario la confraternita di Sant'Antonio Abate ne ha rifatto il tetto, sostituendo l'affresco ormai rovinato con una maiolica che raffigura il santo; sorge proprio sulla lava, alla fine della colata, e permette di vederne il fronte e l'altezza.

Il giorno dell'Abate, però, è d'inverno: il 17 gennaio è quello che i nicolositi chiamano u iornu di Sant'Antoni, perché si commemora la morte del santo. È preceduto dal novenario, che comincia l'8 gennaio, e culmina con la svelata del simulacro; e il coinvolgimento popolare è notevole, soprattutto nell'ascolto della parola proclamata dal «predicatore». Quel simulacro è un pezzo importante: una monumentale statua in legno policromo e dorato, databile alla seconda metà del Cinquecento, che leva la destra nel gesto della benedizione e con la sinistra regge il pastorale d'argento, e nella sua ieratica imponenza incute a chi la guarda una rispettosa riverenza. Dal 1950 il santo è custodito in una cappella interna e viene riaperto due volte l'anno, la prima delle quali è appunto il 17 gennaio.

Alla festa estiva del compatrono appartengono anche due benedizioni molto pratiche: durante la processione della domenica il fercolo si ferma in piazza San Francesco, dove i fedeli portano cani, cavalli e asini per la benedizione, in un rito che richiama Sant'Antonio protettore degli animali; e c'è la benedizione degli automezzi lungo il Viale della Regione, evoluzione moderna della stessa devozione.

Gli Altarelli del 1766

C'è un secondo monumento di lava, più antico, e la sua storia comincia con un terremoto: dopo le continue scosse dal 26 aprile 1766 ai primi giorni di maggio, i tremori si trasformarono in un'eruzione che durò sei mesi e minacciò seriamente il paese.

La lava si fermò in un punto preciso, e il paese decise di segnarlo. Si era arrestata quasi miracolosamente nel bosco dove, in processione, erano state portate e posate le reliquie dei santi protettori, e il primo pensiero dopo lo scampato pericolo fu quello che scrive un anonimo cronista dell'epoca: «Li Nicolosi... alzarono nel punto ove posato avevano le reliquie salve, un ara di fabrica per effigiarvi li Santi intercessori». Sorsero così, col denaro del Comune, i Tre Altarelli, chiamati così per la triplice arcata dell'edicola, con dipinte le immagini di Sant'Antonio Abate, Sant'Antonio di Padova e, in mezzo, la Vergine.

Un secolo dopo quel muretto fu messo alla prova, e la cronaca che lo racconta è memorabile: «in alto ed incantevole poggio sorge l'Altarino, fatto costruire tempo fa dal Comune e, nonostante l'altezza di m. 10 e la larghezza di un miglio, la lava, furiosa, violenta, diritta se ne va difilato a questo Altarino; lo tocca, lo minaccia, l'urta di dietro, l'invade sino alle tegole sconquassandolo, forma un mezzo cerchio e minacciando di coprirlo sotto le sue macerie... Lì, le potenti spalle dei due Antonii e della Vergine, dipinta in mezzo, resistono a quest'urto.» E la conclusione che ne trasse il paese fu un sillogismo: «come la lava non ha osato toccare le immagini dei Santi agli Altarelli, molto meno toccherà le Chiese di Nicolosi, nelle quali queste sacre immagini sono custodite e venerate».

Per anni ci si è tornati a piedi: fino a qualche tempo fa, nel mese di maggio, la popolazione saliva in pellegrinaggio ai Tre Altarelli a ricordo del 1766 e del 1886, benché la strada fosse dissestata e la salita alquanto ardua.

La casa dei miracoli

Accanto alla parrocchia c'è una stanza che raccoglie secoli di grazie ricevute, e non contiene solo quadri. Nella «casa dei miracoli», oltre alle tavolette votive, sono raccolti pezzi di cera che raffigurano parti del corpo guarite, spesso riprodotte a dimensione reale; oggetti legati a un miracolo avvenuto, come guinzagli e catene per animali, di solito buoi e cavalli; ciocche di capelli raccolte in nastrini rossi; e soprattutto i tradizionali «abitini votivi», offerti dai genitori nel momento in cui innalzano sul fercolo del santo i propri figli, spesso neonati o di pochi mesi. Ci sono anche gli abitini dei bambini e gli ex voto ai Fratelli Martiri Alfio, Filadelfo e Cirino. La sala si apre al pubblico durante la mattinata della festa.

Le tavolette dipinte sono documenti a tutti gli effetti: quadretti a olio, qualche volta a tempera, su tela, cartone, legno e specialmente su lamiera, che mostrano quasi tutti — oltre alla data, al nome del miracolato e alla descrizione del miracolo — la ricostruzione scenica dell'episodio. E c'è infine un ex voto che si vede addosso al santo nei giorni di festa: i monili d'oro di epoche diverse, offerti per una promessa o una grazia ricevuta, che nei giorni della festa ricoprono il simulacro.

Di quanto sia antica questa storia resta anche una traccia d'archivio: in una nota del «libro dei morti» degli anni 1655-1713, custodito nell'archivio della Chiesa Madre, si parla dei sacramenti amministrati dalla chiesa della Madonna delle Grazie, dove si erano trasferiti dal 18 agosto 1671, dopo il fuoco di Mongibello — cioè dopo l'eruzione che aveva sepolto il paese.

Come arrivare alla festa

Raggiungere la festa a Nicolosi richiede un po' di viaggio, ma l'esperienza ripaga il tragitto. Chi viaggia su rotaia scende alla stazione ferroviaria di Santa Maria di Licodia Sud, a 14 chilometri da Nicolosi, e per l'ultimo tratto serve un mezzo. Il mezzo più comodo è l'automobile: chi esce allo svincolo di Gravina ha davanti un percorso di 9,7 chilometri che in 14 minuti porta a destinazione.

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