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San Rocco a Loreggia 2027 - La benedizione delle auto e la mostra mercato delle tradizioni

6 min di lettura · Scritto da: Rodolfo de Carvalho

<!-- lead --> Il sedici agosto le auto sono ferme in fila davanti alla chiesa, i cofani ancora caldi dell'estate padovana. I motori tacciono. Un prete passa lungo la teoria di lamiere, l'aspersorio nella mano destra, e l'acqua benedetta cade sui parabrezza mescolandosi alla polvere. È la benedizione degli automezzi, l'ultimo gesto della mattina di festa a Loreggia, e nessuno qui la considera una stranezza. Chi affida il proprio mezzo al santo non chiede fortuna: chiede di tornare a casa.

Siamo in Veneto, nell'alta pianura padovana, in un comune di poche migliaia di abitanti steso tra Padova e il confine trevigiano, dove i campi corrono piatti fino all'orizzonte e i campanili si vedono da lontano. Loreggia ha per patrono San Rocco, e ogni agosto gli dedica quella che la comunità chiama l'antica sagra, dieci giorni scarsi che si addensano attorno al sedici, il giorno del santo. Per capire perché un paese di pianura si stringa attorno a questo nome bisogna risalire a chi era Rocco, e a cosa la gente cercava quando cominciò a invocarlo.

Un pellegrino contro il flagello

La tradizione agiografica lo fa nascere a Montpellier, in una famiglia agiata, e lo vuole capace, a poco più di vent'anni, di lasciare ogni cosa per mettersi in cammino. Non un cammino qualunque: Rocco si dirige verso i luoghi dove la peste sta uccidendo, e si ferma dove gli altri fuggono. La memoria popolare lo colloca ad Acquapendente, nel Viterbese, chino sui malati, e poi lungo le strade dell'Emilia mentre il contagio dilaga. Alla sua morte gli si attribuisce una frase, tramandata come promessa: chi lo invoca contro la peste sarà liberato dal flagello.

Non è devozione astratta. Tra Quattrocento e Cinquecento le epidemie tornavano con la regolarità delle stagioni, e il Veneto le conosceva bene: la peste che colpì Venezia tra il 1575 e il 1577 lasciò dietro di sé decine di migliaia di morti. In quel clima il culto di San Rocco si diffuse capillarmente, perché rispondeva a un bisogno concretissimo. Non prometteva il paradiso: prometteva di non morire soffocati dai bubboni. Il santo con il bastone del pellegrino, la piaga sulla coscia e il cane che gli porta il pane divenne il volto a cui la comunità affidava la propria sopravvivenza fisica. Le sagre che ancora oggi ne portano il nome nascono da lì, da una paura antica e razionale, prima che dalla festa.

Per una comunità di pianura, il santo pellegrino aveva anche un altro senso. La peste arrivava dalle strade, la portavano i viandanti, i mercanti, i soldati di passaggio: chi si muoveva era insieme il pericolo e la salvezza. Rocco è un uomo in cammino che invece di diffondere il contagio lo cura, e questa figura capovolge la paura dello straniero in un modello di soccorso. In un borgo attraversato da vie di transito, affidarsi a lui significava fare i conti con il proprio rapporto ambiguo con la strada. Chi restava fuori dal voto comune, nei secoli in cui il male era una minaccia concreta, si escludeva da una rete di protezione che era anche vicinato, prestito, mutuo aiuto nei giorni della malattia.

Perché proprio qui, in agosto

La collocazione della sagra nel cuore di agosto non è casuale. Il sedici cade in un tempo sospeso dei campi, quando la mietitura è alle spalle e la vendemmia non è ancora arrivata, e la campagna concede una tregua. Era il momento in cui una comunità agricola poteva permettersi di fermarsi, contarsi, mangiare insieme. La festa del patrono si incastra in questo respiro, e assorbe la vigilia dell'Assunta del quindici, altro cardine del calendario contadino veneto.

A Loreggia i due giorni si tengono per mano. Il quindici, giorno dell'Assunta, la messa raccoglie le coppie che festeggiano gli anniversari di matrimonio: un modo di misurare il tempo del paese non in anni astratti ma in unioni che durano. Il sedici la comunità si ritrova per le messe della mattina, e all'ultima tornano i preti nati a Loreggia e quelli che vi hanno prestato servizio negli anni. È un rientro, una specie di adunata dei figli sparsi. Poi, fuori, le auto in fila e l'aspersorio: il sacro che scende dall'altare e arriva fino al cofano.

Il filo delle mani

Nelle sere della sagra il centro cambia pelle. Lungo via Francesco Morosini e via Palladio, la sera, si apre la mostra mercato delle tradizioni popolari: banchi di artigianato, oggetti d'ingegno, lavori che nascono dalle mani e non dalla catena di montaggio. La differenza rispetto a un mercato qualunque sta in un dettaglio che è facile mancare: in alcuni banchi il mestiere non si limita a esporre il prodotto finito, ma mostra la tecnica, la lavorazione fatta sul posto, il gesto che porta dalla materia grezza all'oggetto. C'è chi si ferma solo per guardare le mani muoversi.

Accanto, uno spazio dedicato al benessere naturale, con rimedi e prodotti per la cura del corpo. È la parte più recente dell'insieme, ma poggia su una radice vecchia: in un paese cresciuto attorno a un santo guaritore, la salute è sempre stata un tema di casa. Non stupisce che, cinque secoli dopo Rocco, la gente venga ancora qui a cercare qualcosa che protegga il corpo.

La comunità che si conta

Sarebbe un errore leggere la sagra come un fatto solo religioso. La macchina che la tiene in piedi è larga: l'oratorio parrocchiale, la Pro Loco, la società calcistica del paese, i gruppi di volontari, l'amministrazione comunale. Sono loro a montare lo stand gastronomico che apre tutte le sere, ad accendere le luci del luna park, a organizzare le serate di ballo — il liscio che ancora tiene banco nella pianura veneta, con le orchestre che si alternano sul palco. Dietro ogni piatto servito ci sono turni di persone che rinunciano alle proprie serate d'agosto per farne un bene comune.

Qui sta la frizione che tiene viva la festa. Un paese piccolo non ha una macchina professionale degli eventi: ha volontari che al mattino benedicono i mezzi e alla sera friggono al banco, che passano dalla messa alla pesca di beneficenza senza cambiare pelle. La sagra è il momento in cui la comunità verifica di esistere ancora come corpo unico, non come somma di case affacciate sulla stessa strada. Il santo dei contagi, che aveva insegnato a non lasciare solo chi soffriva, resta il pretesto e insieme il collante. È anche la differenza fra questa e una sagra qualunque: una sagra nasce attorno a un prodotto e prende la data dal raccolto, mentre le feste che portano il nome di un santo hanno il giorno già fissato dal calendario — qui il sedici agosto — e tutto il resto si dispone attorno a quello.

Quando l'ultima orchestra smonta gli amplificatori e i banchi di via Palladio ripiegano i teli, il paese torna piatto e silenzioso sotto la calura. Restano l'odore di fritto nell'aria ferma, qualche lampadina ancora accesa, e la certezza — verificata per un'altra estate — che l'anno prossimo, il sedici, le auto saranno di nuovo in fila davanti alla chiesa.

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