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Folklore e Rievocazioni

Apertura delle Cascate del Serio a Valbondione 2027 - Il triplice salto di 315 metri

7 min di lettura · Scritto da: Rodolfo de Carvalho
Quando
dal 13 giugno al 11 ottobre 2026
Dove Cascate del Serio, Valbondione, Valbondione

Fonte: valseriana.eu, letta il 19/09/2026.

L'apertura delle Cascate del Serio si tiene a Valbondione, in provincia di Bergamo, in alta Val Seriana, cinque volte l'anno fra giugno e ottobre. L'invaso della Diga del Barbellino viene aperto per mezz'ora e il salto, alto 315 metri in tre balzi, torna quello di prima del 1931. La testa del salto è a circa 1.750 metri di altitudine, e in ogni apertura defluiscono fra gli 8.000 e i 10.000 metri cubi d'acqua.

Cinque giorni all'anno

La ragione è a monte. Dal 1931, con la costruzione della Diga del Barbellino — il più grande invaso della Bergamasca, poco sopra il rifugio Curò — il normale scorrere del fiume è interrotto per alimentare la diga e produrre energia idroelettrica per Enel, e nei giorni ordinari il Serio è ridotto a un modesto rivolo. Ogni anno il Comune di Valbondione ed Enel si accordano sulle date di apertura turistica, e il calendario lo decide la Pro Loco di Valbondione.

Le cinque date sono quattro domeniche e un sabato con apertura notturna, una volta al mese. Lo spettacolo non ha nessun costo.

La sirena e i tre salti

Il segnale arriva prima dell'acqua. Qualche minuto prima la sirena posta nella parte alta del dirupo risuona nella valle, per segnalare che i guardiani hanno aperto le paratie della diga; è un suono che fa paura. Le sirene sono due: la prima, e poi quella vera.

Poi bisogna aspettare. L'acqua percorre la lunga galleria di scarico ricavata nel fianco della montagna, scorre ancora per qualche centinaio di metri, e solo allora compare alla sommità della cascata. Si sente prima un rumore sordo, poi l'acqua appare fra le rocce con forza impressionante: il Serio raddoppia la portata in pochi secondi. Il primo salto lo compie quasi al rallentatore, a dissetare le rocce arse; ci vuole un po' per rivederla affrontare il secondo e poi il terzo, fino a raggiungere la forma che tutti hanno già visto in fotografia. I tre salti misurano 106, 74 e 75 metri di dislivello, e i getti si frantumano sui massi ricoperti di muschio.

Il getto forte dura sette minuti, con seimila litri al secondo che precipitano nel baratro. Poi l'acqua continua a cadere per altri ventitré minuti, con una portata di cinquemila litri al secondo, davanti a oltre tremila persone che nel frattempo hanno riposto telefoni e macchine fotografiche e tirato fuori le provviste.

Storia di un salto ingabbiato

Fino al 1931 lo spettacolo era quotidiano. Il fiume percorreva quel balzo naturalmente, alimentato dalle acque del Pizzo Recastello e del Monte Gleno d'inverno e dal ghiacciaio del Trobio d'estate, e scendeva dal lato sud del sovrastante piano del Barbellino. Poi, nel novembre del 1931, la diga fu completata, e il corso del Serio venne ingabbiato per sempre.

Il ritorno è arrivato in tre tappe. Dal 1969, per accordo fra Enel, Comune e Pro Loco, si è deciso di riaprire il salto al pubblico: all'inizio un solo giorno all'anno, per due ore, nel mese di luglio. Ci fu un'eccezione fra il 1975 e il 1977, quando per lavori di manutenzione alla diga il lago venne svuotato e la cascata si poté ammirare tutti i giorni. Dal 1991 gli appuntamenti divennero due, la terza domenica di luglio e la prima domenica di settembre; oggi sono cinque.

Le lacrime della prigioniera

Sull'origine delle cascate la tradizione racconta un'altra storia. Nei pressi del Pian del Barbellino, su una rupe fra le alture, sorgeva un castello abitato da una nobildonna, innamorata di un pastore che conduceva il gregge da quelle parti. Il giovane la respinse, perché era già fidanzato con una ragazza di umili origini di Valbondione, che non intendeva lasciare. Divorata dalla gelosia, la dama fece rapire la rivale e rinchiudere nelle buie carceri del castello.

Si racconta che il pianto della prigioniera fu così forte e disperato da trasformarsi in ruscelli, e poi in torrenti impetuosi che travolsero ogni cosa, castello e dama compresi, modificando per sempre il paesaggio. Quel fiume di lacrime precipitò dalla cima del monte, e formò il triplice salto.

La spiegazione probabile è meno romanzesca: presso il Pian del Barbellino esisteva un lago contenuto fra rocce vulcaniche che, per l'erosione costante dell'acqua, si svuotò attraverso un'apertura fra le sponde; da lì sarebbero nate le cascate, e l'azione dei ghiacciai durante il Quaternario avrebbe smussato ulteriormente il salto.

Maironi da Ponte e il Niagara

Le cascate sono descritte da molto prima che diventassero un evento. Le prime testimonianze stanno nelle cronache dei viaggiatori del sedicesimo secolo, e Giovanni Maironi da Ponte — che ne scrisse nel 1808 — le rappresentò come il «luogo dove rifarsi delle tante amarezze della vita». Nell'Ottocento poeti e scrittori le decantavano come una meraviglia della natura, e la casa editrice Vallardi le dedicò una descrizione attenta in La terra, trattato popolare di geografia universale: a pagina 407, accanto alle Cascate del Niagara. All'Accademia Carrara è esposto un dipinto di Andrea Marenzi in cui l'atmosfera vaporosa della cascata si mescola allo scenario rude delle alture, punteggiate da grandi abeti e da pastori che, davanti all'immensità, appaiono minuscoli.

Con i loro 315 metri sono le più alte d'Italia e le seconde in Europa. E hanno anche una parente lontana: dal dicembre 2020 sono gemellate con le cascate di Jiulong, nella contea di Luoping, grazie all'interessamento del commercialista Lorenzo Riccardi, che seguendo le orme del nonno ha deciso di unire il territorio d'origine e la Cina, dove oggi risiede. All'Osservatorio di Maslana, per l'occasione, si sono viste danze e musiche cinesi.

Un'ora e mezza di salita

Dal centro abitato di Valbondione le cascate non si vedono, e non esiste una strada: ci si arriva solo a piedi. Il punto di partenza più usato è la piazza centrale del paese, da cui salgono tre percorsi escursionistici segnalati dal CAI, ciascuno di circa un'ora e mezza per 400 metri di dislivello. Il 305 è quello adatto a bambini, famiglie, anziani e persone con piccole difficoltà; c'è anche il 332. Tutti portano nella zona dei Grandi Macigni, in località Maslana, dove sta l'Osservatorio Floro-Faunistico e da cui si gode la miglior vista; chi vuole sale ancora, fino ai Prati Maslana, fra larici e pietraie. Su prenotazione si può essere accompagnati in gruppo dalle Guide alpine, e l'abbigliamento consigliato è sportivo e da montagna.

I tre salti si vedono anche dalle terrazze panoramiche dei rifugi lungo le piste della stazione invernale di Lizzola — il Mirtillo, il Due Baite e il Campèl, aperto tutto l'anno — raggiungibili a piedi o in seggiovia. Il giorno dell'apertura i volontari della Pro Loco, riconoscibili dai gilet verdi col logo, assistono i visitatori fin dall'alba, e insieme al Corpo Forestale indicano i limiti da non superare. Per molti è quasi un rito: si sale all'alba solo per vedere quel salto verticale che dura una manciata di minuti.

L'appuntamento più insolito è quello del sabato sera. Si attende il buio, e poi tre potenti fari posizionati dai volontari della Croce Blu di Gromo, nella zona dell'Osservatorio, illuminano l'intera cascata: lo spettacolo è irreale e lascia tutti senza parole. Attorno alle aperture si sono aggiunte le iniziative del paese — degustazioni, musica, rievocazioni di antichi mestieri, mostre di maschere tradizionali dell'arco alpino e di sculture in legno ispirate alle usanze del borgo di Maslana, un quintetto di fiati che suona Rossini, Bellini, Donizetti, Verdi e Puccini, e la cartolina illustrata che Fabio Vettori, l'artista delle «Formìche», realizza all'Osservatorio. Alla cascata di settembre, come vuole la tradizione, è sempre abbinata la Festa di Maslana, nel borgo appena a monte dell'abitato.

Come arrivare alla festa

Arrivare a Valbondione per la festa chiede un po' di strada, e la strada fa parte della festa. Chi viaggia su rotaia scende alla stazione ferroviaria di Pisogne, a 49 chilometri da Valbondione, e per l'ultimo tratto serve un mezzo. Il mezzo più comodo è l'automobile: uscendo allo svincolo di Val Gandino aspetta un percorso di 36 chilometri che in 43 minuti porta a destinazione.

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