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Arboris Belli ad Alberobello 2027 - I sette uomini che andarono dal re a chiedere la libertà
Il giorno esatto cambia ogni anno e non e' ancora stato reso noto.
Fonte: rievocazionistoriche.cultura.gov.it, letta il 20/09/2026.
Arboris Belli è la rievocazione con cui Alberobello, in provincia di Bari, celebra le sue origini: «nella settimana del 27 maggio solitamente ARTECA celebra l'anniversario dell'affrancamento dal regime feudale attraverso Arboris Belli, un contenitore di rappresentazioni sceniche, studi, mostre e giochi d'epoca». «Si tramanda che nella primavera del 1797 un gruppo di sette uomini — passati agli onori della cronaca come i "Sette liberatori della Selva" — si recò a Taranto per chiedere ausilio al re Ferdinando IV di Borbone, che si trovava lì in ispezione». Da quelle pratiche nacque il documento che il 27 maggio 1797 dichiarò Alberobello Città Regia.
Contra la forma antica, con le carte invece che con le armi
Prima di allora erano «solo un borgo di coloni, contadini che abitavano in casedde umilissime nascoste nella Selva», «privi di diritti e sottomessi al conte di Conversano, Giuliantonio Acquaviva». La storia della cittadina «risale alla seconda metà del XV secolo», quando quel piccolo feudo «cominciò a popolarsi di contadini che resero la Selva fertile».
Si celebra «l'urgenza dei selvesi di opporsi "contra la forma antica" che li costringeva alla miseria, non inseguendo la via della rivolta ma ricorrendo alla diplomazia e alla giustizia». Una comunità che «decide di appellarsi al re e alla Regia Camera» e che ottiene, «tra incartamenti e visite regie, la liberazione dall'asservimento feudale e il riconoscimento del titolo di città regia».
Il re, dal canto suo, «diede ordine di avviare una serie di pratiche burocratiche che sarebbero culminate nel "Real dispaccio" col quale la "villa di Alberobello" veniva affrancata dall'antico regime feudale».
Quella scena sta anche nello stemma della rievocazione, che si legge come un quadro: al centro «campeggia un albero stilizzato, che chiarifica il senso del luogo e l'origine del nome Arboris Belli» — Silva Arboris Belli era uno dei primi toponimi del posto. «A sinistra il notaio declama il regio decreto che sancisce l'elevazione di Alberobello a città regia; a destra due donne: una, festante, intona la musica, l'altra trattiene il fazzoletto con il quale si è asciugata le lacrime procurate dalla gioia per la definitiva liberazione del villaggio dai secolari vincoli feudali». Le carte, non le armi: fra le rievocazioni storiche e il folklore ci sono tutte e due le cose.
Il corteo che finisce dove oggi c'è il municipio
La sfilata parte dalla basilica dei santi Medici, attraversa il rione Aia Piccola e risale la collina del rione Monti per terminare in piazza del Popolo, dove oggi sorge il municipio. I gruppi indossano «gli abiti caratteristici dei diversi ceti sociali dell'Alberobello di fine Settecento».
All'arrivo si torna al documento: qui viene proclamato il dispaccio originale con il quale Ferdinando IV conferma lo statuto di città, con la lettura pubblica del Regio Dispaccio; poi cominciano i festeggiamenti con danze e canti popolari, a richiamare la festa di quel giorno storico.
È «una festa di comunità tra momenti teatralizzati, musiche e danze popolari», che «vede sfilare alberobellesi di tutte le età». In alcune edizioni si è aggiunto un gemellaggio fra siti Unesco, «Alberobello incontra Venezia», e un corteo con la Real Colonia di San Leucio.
Il Museo Vivente del Trullo, con attrezzi veri
Nel rione più caratteristico si cammina dentro «una ricostruzione della vita quotidiana tra i trulli», con «i mestieri di una volta dimostrati e raccontati in un percorso guidato». «Gli utensili e gli attrezzi, tutti esemplari autentici, sono sapientemente adoperati da cittadini di oggi che indossano i panni degli alberobellesi di ieri».
Il posto si chiama Museo Vivente del Trullo, e la promessa è di far «vedere, sentire e toccare con mano la vita di duecento anni fa, quando un insieme di cittadini ammassati in trulli umidi e precari decise di farsi comunità rivendicando i propri diritti». Chi vuole può passare dall'altra parte, diventando essi stessi protagonisti di quel periodo storico.
Un'edizione ha guardato proprio a quello, immaginando Alberobello «nei giorni immediatamente precedenti alla liberazione dal dominio feudale della casata dei Conti Acquaviva d'Aragona», con «quadri scenici itineranti» che indagavano «la genialità contadina»: «uomini ma soprattutto "femmine" che, privati del diritto di proprietà, trovano la forza di lottare non nella violenza ma nella pazienza del vivere quotidiano» — «cristiani attivi, nell'attesa di un suono che possa realizzare il loro sogno: essere riconosciuti come comunità».
Gli Antichi Giochi, e perché sono quelli
In piazza del Popolo e in corso Vittorio Emanuele si tiene «un torneo di giochi a squadre e gare di abilità»: la corsa con i sacchi, il tiro alla fune, «la Mula, Centra il centrone, Palla di pezza, Stai là, Porta la sporta e tanti altri», organizzati con il Gruppo Scout e le scuole. Ci giocano i bambini in costume, e «tanti piccoli turisti di passaggio e di ogni nazionalità».
La scelta di quei giochi ha una ragione scritta: «le giornate dei bambini di un tempo non lasciavano spazio al gioco, perché spesso impegnati nel lavoro dei campi e nei mestieri domestici»; ma nei pochi momenti liberi «riuscivano a costruire da soli giochi come bambole e palle di pezza» e a inventarne «con il semplice e naturale materiale a loro disposizione: pietre, legno, funi». Si giocava «prevalentemente per strada».
Sul cibo c'è «A tavola con la storia», il banchetto storico in costume d'epoca nel rione Aia Piccola, servito a cielo aperto da figuranti in costume. Intorno, «saltimbanchi, sputafuoco, giocolieri, trampolieri, danzatori e musicisti» guidano i visitatori verso il luogo della rievocazione, fra vie allestite «con decori, gonfaloni» e video «proiettati direttamente sui muri di edifici storici».
In difesa della Selva: la verità sta nelle parole della cameriera
Lo spettacolo teatrale che porta il nome della vicenda è «In difesa della Selva», dedicato «all'ispezione nella Selva che l'avvocato fiscale Vivenzio, inviato dal re Ferdinando IV di Borbone, effettuò nel mese di aprile 1797».
La pièce mette il caso di Alberobello dentro il suo tempo: «le guerre per la Successione Spagnola e la Rivoluzione Francese», quando «l'Italia meridionale era un campo di battaglia aperto». E spiega la politica del re: Ferdinando IV, «per la salvaguardia delle prerogative reali e la repressione del banditismo, attuò la logica del compromesso: uno scambio politico con i Baroni che, promettendo fedeltà, ricevevano grandi privilegi».
«Per quanto l'avvocato del Re legga documenti, ascolti testimoni, studi gli incartamenti, alloggiando nelle stanze del Conte scopre che la verità risiede nelle parole della cameriera e dell'orfana: concrete rappresentanti del popolo».
L'architetto che rifece il paese, e il bosco abbattuto
Altre edizioni hanno raccontato quello che venne dopo, a partire dai titoli: una pièce si chiama «Alberobello 1797 – 1806, dall'Editto regio in difesa della Selva, al provvedimento per l'eversione della feudalità», e descrive «le vicende accadute al popolo dopo la dichiarazione dell'indipendenza», «l'impegno dei sindaci, le contestazioni, la quotidianità che si andava trasformando», insieme al «declino irreparabile della contea di Conversano», quando «i tempi erano "nemici ai grandi cognomi"». Un'altra si intitola «Alberobello 1868-1871, il grande architetto Antonio Curri torna nel suo paese natale». «Nell'Italia post unitaria del 1868 l'architetto Antonio Curri, nato ad Alberobello e vissuto tra la Selva e Napoli, è richiamato in Puglia per ideare una nuova forma del paese»: nonostante l'affrancamento e il titolo di città regia, «l'aspetto di Alberobello era restato quasi del tutto immutato».
Nel 1882 Curri è di nuovo lì, e i cantieri «per il Piano Regolatore di Ampliamento, per la nuova facciata della chiesa di San Cosma e Damiano e per il Cimitero Monumentale sono avviati: si sta dando al paese la forma che oggi tutti riconosciamo». Ma le sue «fantasie eclettiche» «si scontrano con le fazioni anarchiche e nere, che riflettono le tensioni nazionali».
In mezzo c'è il bosco, «vissuto allo stesso tempo come ricchezza e ostacolo»: «frazionato, abbattuto, diventa ricchezza di pochi; eppure, dalla sua distruzione arriverà quel guadagno necessario affinché la "difesa" divenga una vera città».
Le altre rappresentazioni hanno battuto strade diverse: «In nomine Matris», «sette quadri uniti da un unico cordone ombelicale», racconta il Settecento «attraverso il tema della maternità», con la narrazione affidata «a una voce femminile, spesso corale», dentro «quello che fu un bosco sacro e che oggi è il centro storico»; «Corpi di pietra» prova a «indagare il concetto di estraneità attraverso l'osservazione della pietra», guardando «la borghesia e la nobiltà che hanno vissuto e guidato la capitale dei trulli dal 1600 a oggi»; e «Colonna sonora» è un'opera «sotto forma di colonna, 80 centimetri per 4 metri di altezza, rivestita di manto di pecora, vello da cui usciranno i suoni del gregge», omaggio alla transumanza e a chi «nelle pecore trovò la ricchezza giunta attraverso i trulli» fino al riconoscimento Unesco.
A tenere insieme tutto è l'associazione ARTECA con il Comune, «avvalendosi della collaborazione di professionisti, ma soprattutto di volontari cittadini», e di scuole, centri di ricerca, esperti di storia, archeologia, costumisti e artigiani. Perché, come scrive l'associazione, il 27 maggio «è la festa degli alberobellesi e di chi opera ogni giorno a tutela dei diritti fondamentali».
Come arrivare alla festa
Arrivare ad Alberobello per la festa non è complicato. Per chi preferisce la comodità del treno, la stazione ferroviaria di Alberobello si trova a un chilometro dal centro: si arriva nel cuore dell'evento con una breve passeggiata. Per chi si mette al volante, lo svincolo di Savelletri dista 18 chilometri, cioè 22 minuti di strada.
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