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Folklore e Rievocazioni

Ballo dei Diavoli a Prizzi 2027 - Opere luminose e riti pasquali

9 min di lettura · Scritto da: Rodolfo de Carvalho
Quando
28 marzo 2027
Dove Prizzi, Prizzi

Fonte: vivasicilia.com, letta il 20/09/2026.

Prizzi sta a oltre mille metri di altitudine, sui monti Sicani, nell'entroterra della Città metropolitana di Palermo. La domenica di Pasqua, dall'alba a notte fonda, per le sue strade girano due diavoli e la morte. Non è un modo di dire: sono tre figure mascherate che entrano nelle case, fermano i passanti, li catturano e li lasciano andare solo in cambio di qualcosa. Si chiama U Ballu di Diavuli, e chiude la Settimana Santa prizzese con una giornata in cui il sacro e il profano si mescolano dall'inizio alla fine.

Le maschere di latta e la balestra

La morte indossa una tuta di juta color giallo ocra e una maschera a forma di teschio, dalla quale escono denti aguzzi. In mano non tiene una falce: tiene una balestra, e con quella indica le vittime che dovranno riscattare simbolicamente la propria anima pagando un obolo. È interpretata da una sola persona.

I diavoli sono due. Portano una tuta di juta rosso porpora e una maschera in lega di ferro, di latta, sormontata da un paio di corna di pecora, di capra o di bue; sulle spalle hanno un vello di pecora bianco e nero, e in mano tranci di catene, che agitano nella mischia. Le catene stanno a significare la momentanea liberazione dagli inferi e la libertà di girare per il paese.

La conformazione della maschera rimanda al Gorgoneion, il simbolo con valenza apotropaica usato come raffigurazione numismatica in numerosi contesti mediterranei. Le corna e la pelle, invece, testimoniano il legame stretto con l'ambito agro-pastorale. Le maschere richiamano anche la Festa dei Morti messicana e, più in generale, un certo folclore sudamericano d'ispirazione ispanica.

Le tre maschere sono di proprietà della Chiesa, e il parroco le dà in affitto concordando la cifra di anno in anno. Portarle addosso per una giornata intera è un lavoro fisico: chi le indossa non è sempre la stessa persona, sono in nove a darsi il cambio.

Poi ci sono gli angeli, due figure a guardia del Cristo risorto. Hanno la lancia e il costume, e due spade con le quali, alla fine dell'incontro, uccideranno figurativamente i diavoli.

Un'alba che comincia in chiesa

All'alba della domenica di Pasqua i diavoli vanno a pigghiari a paci nelle chiese principali del paese, quella di Sant'Anna e quella del Crocifisso. È un modo per chiedere scusa in anticipo delle malefatte che compiranno nel corso della giornata.

Subito dopo, le strade si animano. Diavoli e morte svegliano il paese e si mettono a scorrazzare per le vie, raggiungendo le abitazioni di amici e compaesani; dentro le case vengono offerti cibi e bevande, e l'euforia pasquale entra con loro. Fuori fermano i passanti, li catturano, si impadroniscono simbolicamente delle loro anime. Chi viene preso non si libera finché non paga: soldi, oppure dolci, oppure qualcosa di buono da mangiare — uova al sugo, polpette di pane, ragù di carne, salsiccia di maiale, anche di buon mattino.

Le vittime catturate vengono chiuse in una casa, o trascinate simbolicamente all'inferno, o tirate in disparte, o fatte ballare insieme ai diavoli. Talvolta i prigionieri si vedono costretti a bere vino oltre misura e a offrirlo ai presenti. L'obolo, che di solito è un contributo libero, va a sostenere la manifestazione e a ripagarne i costi.

In tarda mattinata è il turno dei più piccoli, con il raduno dei diavulicchi e la loro discesa sul corso: è la cosiddetta trasuta d'i diavulicchi n'ta chiazza, il momento in cui la tradizione si tramanda passando ai bambini. Durante la giornata capita anche che alcuni ragazzini si travestano alla meno peggio come i personaggi della festa e fermino un turista per una monetina, o un conoscente del paese per un dolce.

Il ballo, l'obolo e i cannateddi

Nel primo pomeriggio la manifestazione entra nel vivo. Il ballo vero e proprio non ha coreografie definite: diavoli e morte si scatenano tra la folla e invitano i presenti a ballare con loro, in danze compulsive, con il rumore delle catene agitate nella mischia. La colonna sonora è quella della banda musicale di Prizzi; al ritmo dei tamburinai le tre figure eseguono precisi balli rituali per le vie del paese. Il copione è ricco di improvvisazioni.

Finito il ballo, la morte indica ai diavoli una vittima, che per liberarsi dovrà pagare. Un cronista dell'Ottocento ha descritto la scena così: la morte, quando prende di mira qualcuno della folla, prima si getta a terra, poi di botto scaglia la saetta e fugge, e i diavoli gongolanti di gioia si lanciano addosso alla preda e se la caricano sulle spalle come per portarla all'inferno. Le stranissime figure, scriveva, erano giovani in sacchi neri con maschere brutte e paurose, e la morte con la balestra in mano pronta a ferire era addirittura orribile.

Sciascia ha visto in questo il rovesciamento di un giorno: l'occasione, semel in anno, in cui il popolano e il contadino possono colpire un ricco, un signore, un notabile. Mettere alla berlina i malcapitati fa divertire il pubblico, e far divertire il pubblico era la finalità originaria di questa azione scenica dei diavoli, nella parte che precede u 'ncontru vero e proprio.

Il riscatto ha anche una forma dolce. A chi viene catturato e trascinato all'«inferno» si offrono i cannateddi, dolci tipici prizzesi di pasta pasticcera con un uovo sodo al centro, simbolo pasquale di rinascita. E i tetù, i dolcetti che si fanno nel giorno della commemorazione dei defunti, a Pasqua a Prizzi si presentano in una colorazione insolita, rossa e gialla: i colori dei diavoli e della morte. All'arrivo della Vergine i demoni ricorrono a un ultimo stratagemma, e i dolci diventano il mezzo per corrompere ancora i dannati.

I tre tentativi davanti alle statue

La seconda fase si svolge lungo il Corso Umberto I, il corso principale, e in altri cinque punti dislocati in varie zone del paese: lo Spiazzo Barone, lo Spiazzo dei Comizi, Piazza Sant'Anna. I due simulacri — la Madonna Addolorata, ancora vestita a lutto, e il Cristo Risorto — vengono portati a spalla sulle vare, scortati dagli angeli e accompagnati dalla banda musicale e da schiere di fanciulli in vestiti tradizionali.

Le due statue percorrono diverse vie e devono incontrarsi. Ed è qui che rientrano in gioco i diavoli e la morte, che con i loro balli sfrenati si frappongono fra i due cortei per impedire il ricongiungimento. Il contrasto avviene secondo precise movenze ritmiche: è esattamente questo che si chiama il ballo dei diavoli.

Per due volte le forze del male sembrano avere la meglio. Al terzo tentativo gli angeli, con le loro spade benedette, trafiggono i diavoli, mentre la morte si allontana indisturbata, lasciata al suo libero arbitrio. Le campane suonano a festa. Il manto nero del lutto cade e scopre il velo celeste della Madonna, che così può raggiungere il Figlio: è u 'ncontru. Dalla folla parte un applauso liberatorio e l'invocazione «u 'ncontru arriniscì», perché i movimenti delle statue e dei personaggi sono avvenuti in perfetta sintonia, e questo sarà di buon auspicio per il resto dell'anno. La sconfitta definitiva dei diavoli arriva in tarda serata, intorno alla mezzanotte, in Piazza Sant'Anna.

L'ultimo atto spetta ai vinti. Diavoli e morte si prostrano, chinandosi per tre volte davanti alle statue della Madonna e del Cristo Risorto: è a pigliata da paci, il gesto con cui si sottomettono e chiedono perdono per il ruolo che in quel giorno sono chiamati a ricoprire.

Origini incerte e la data del 1711

Le origini sono incerte, avvolte nel mistero e nella leggenda: è una festa antichissima che in questa forma è nota solo a Prizzi. Si presume che affondino le radici in rituali pagani propiziatori legati alla primavera, e si parla anche di possibili origini medioevali. La tradizione locale la fa risalire al Settecento, esattamente al 1711.

Quello su cui il racconto converge è il retroterra. L'approssimarsi della Pasqua in Sicilia evocava antichi riti con i quali si celebrava, nelle manifestazioni pagane, l'equinozio di primavera: fra i fenomeni più arcani della natura, l'idea della morte e della risurrezione come scomparsa e rinascita della vegetazione. Nel rifiorire si identifica il Ballo dei Diavoli. Il ballo evidenzia elementi teatrali delle tragedie greche e richiama i rituali arcaici che si svolgevano ad Hippana, la città esistita fra il VII secolo a.C. e il 258 a.C. da cui nasce Prizzi, e rimanda ai riti dionisiaci della cultura ellenistica, dove i satiri danzanti, esseri con caratteristiche umane e bestiali, inebriati dal consumo di bevande alcoliche si lanciavano in danze sfrenate.

Il cristianesimo ha poi reinterpretato la tradizione, associandola alla vittoria di Cristo sulla morte, e vi ha introdotto gli elementi della Resurrezione. Che il ballo fosse già noto fuori dal paese nell'Ottocento lo dice Pitrè, che nel 1881 lo definì proverbiale.

La Settimana Santa prizzese e le luminarie

Il Ballo non è un giorno isolato. La celebrazione dei riti pasquali è stata nei secoli il nucleo forte della ritualità prizzese: prendono avvio la Domenica delle Palme con la rappresentazione dell'ingresso trionfale di Gesù a Gerusalemme, proseguono il Venerdì Santo con la Crocifissione e la successiva deposizione del Cristo Morto, e si concludono in crescendo il giorno di Pasqua.

Già dalla Domenica delle Palme sono accese le tre luminarie realizzate dall'artista palermitano Domenico Pellegrino, che portano nel borgo una luce d'autore accanto alle maschere e alle vare.

A organizzare la giornata sono la Pro Loco Hippana Prizzi insieme al Comune di Prizzi. Il Ballo dei Diavoli è iscritto nel Libro delle Celebrazioni, Feste e Pratiche rituali del Registro delle Eredità Immateriali della Sicilia, il R.E.I.S., un riconoscimento che ne tutela il valore identitario e antropologico. E da sempre, dice il Comune, la sua peculiarità attira nel borgo turisti da ogni parte del mondo.

Come arrivare alla festa

Arrivare a Prizzi per la festa chiede un po' di strada, e la strada fa parte della festa. Per chi sceglie il treno, la stazione ferroviaria più vicina è quella di Cammarata-San Giovanni Gemini, a 31 chilometri: conviene organizzarsi per coprire l'ultimo tratto. In automobile si esce allo svincolo di Vicari Sud, e il tragitto è di 32 chilometri per 32 minuti di guida.

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