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Folklore e Rievocazioni

Battaglia del Sentino a Sassoferrato 2027 - La battaglia delle nazioni dell'antichità

9 min di lettura · Scritto da: Rodolfo de Carvalho
Ultima edizione conosciuta
dal 19 al 21 luglio 2026
Dove Parco archeologico di Sentinum, Sassoferrato

Questa e' l'ultima edizione di cui abbiamo notizia: le date della prossima non sono ancora state annunciate.

Fonte: la-notizia.net, letta il 20/09/2026. L'anno e' dedotto e va confermato.

La rievocazione della Battaglia del Sentino si tiene a Sassoferrato, in provincia di Ancona, nel mese di luglio. Duecento rievocatori si dispongono fra il Castello e il Parco Archeologico Sentinum e ricordano il conflitto in cui i Romani, con i Piceni, affrontarono un'alleanza composta da Etruschi, Sanniti, Galli Senoni e Umbri; nel parco si spiegano armamenti, forgia, conio e lavorazione dei metalli, tessitura, medicina, cucina e giochi. La battaglia fu combattuta nel 295 a.C. nell'agrum Sentinas ed è ricordata come battaglia delle Nazioni, perché vi furono coinvolte tutte le popolazioni del Centro Italia.

Il 295 a.C. nell'agro sentinate

Nel 295 a.C., nell'agrum Sentinas, si combatté una battaglia che cambiò le sorti della penisola. La chiamano battaglia del Sentino, o battaglia delle Nazioni: il nome viene dal fatto che tutte le popolazioni — le nazioni — del Centro Italia furono coinvolte nello scontro, che decise le sorti di quel territorio. Più di duemila anni separano il fatto dalla sua messa in scena, e la rassegna di folklore e rievocazioni ne raccoglie altre.

Roma era impegnata nella terza Guerra Sannitica, che sarebbe più giusto ricordare come prima Guerra Italica, perché non fu combattuta contro i soli Sanniti: coinvolse le popolazioni dell'Italia centro-meridionale, che per la prima volta si trovarono unite con i Romani o contro il «pericolo romano». Ognuna aveva la sua ragione. I Sanniti erano in guerra con Roma dal 302 a.C. nel territorio della Lucania; gli Umbri avevano visto fondare nel 299 a.C. la colonia latina di Narnia, l'odierna Narni; le città etrusche erano minacciate nei propri interessi commerciali; i Galli Senoni vedevano addirittura in pericolo la propria esistenza. Stratega della federazione antiromana fu il capo sannita Gellio Egnazio, che nel 296 a.C. passò dal Sannio all'Umbria attraverso regioni suddite o amiche dei Romani, con una mossa audace, per congiungersi con gli alleati settentrionali.

I Piceni, che occupavano la parte centro-meridionale delle attuali Marche e l'Abruzzo settentrionale, avevano scelto l'altra parte: nel 299 a.C. stipularono un'alleanza con i Romani, forse perché nutrivano avversione nei confronti dei Galli e si sentivano da Roma meglio tutelati.

Quattro legioni contro la lega italica

Il Senato affidò ai consoli Quinto Fabio Massimo Rulliano e Publio Decio Mure il comando di quattro legioni. I Romani si raccolsero ad Aharna, l'odierna Civitella d'Arno, a dieci chilometri da Perugia, e valicarono l'Appennino attraverso l'impervio passo dello Scheggia; i Sanniti, dal canto loro, avevano attraversato i territori dei Sabini e degli Umbri e valicato l'Appennino nei pressi di Gubbio, dopo essersi uniti agli Etruschi nei pressi di Chiusi. Giunti in prossimità del fiume Sentino, i Romani si accamparono a circa quattro miglia dalle armate nemiche.

Gli alleati italici si erano ripartiti i compiti: Sanniti e Galli avrebbero attaccato direttamente l'esercito romano, mentre Etruschi e Umbri ne avrebbero assaltato gli accampamenti. Ma i Romani vennero a conoscenza dei piani tramite delatori, e riuscirono ad allontanare gli Etruschi facendoli richiamare a difendere Chiusi, attaccata apposta. Così, in un caldo giorno d'estate, sul campo rimasero da una parte i Romani con i loro alleati Latini, Campani e alcune tribù sabelliche, dall'altra i Sanniti e i Galli Senoni, che occuparono l'ala destra mentre i Sanniti tenevano la sinistra.

La legione romana di quell'epoca era una falange di circa 3.000 opliti, cui si aggiungevano cavalleria e fanteria leggera, ed è probabile che al Sentino fosse schierata con un'organizzazione manipolare, a scacchiera. La prima linea erano dieci manipoli di hastati, 120 fanti ciascuno divisi in due serrate centurie; la seconda i principes, stesso numero ma in file più aperte; l'ultima i triarii, i veterani, dieci manipoli da 60 fanti. Davanti a ogni manipolo stavano i velites, fanti armati alla leggera che disturbavano il nemico con lanci di giavellotti e ghiande-missile, e a fianco della legione dieci turmae di cavalieri. È probabile che i Romani schierassero quattro legioni da 4.200 fanti e 300 cavalieri ciascuna, più un numero superiore di fanti alleati e mille soldati campani a cavallo: circa 40.000 uomini in campo, mentre Polibio scrive che si combatté «con tutte le legioni», forse 30.000 uomini.

Dall'altra parte il numero era superiore. I Sanniti adottavano una tattica manipolare simile a quella romana e schieravano la legio linteata, un corpo d'élite che indossava tuniche di lino bianco e portava scudi coperti d'argento; i Galli si disponevano senza formazione fissa e potevano contare, oltre a un armamento d'avanguardia, su cavalleria e carri da guerra.

La devotio di Decio Mure

Si racconta che prima della battaglia, davanti alle truppe, comparve una cerva inseguita da un lupo: la cerva si diresse verso i Galli, che la trafissero, mentre il lupo corse verso le fila romane, dove fu accolto come un messaggero del favore degli dei.

I due consoli scelsero tattiche diverse. Rulliano, che aveva davanti i Sanniti con la prima e la terza legione, cercò di stancare i nemici mantenendosi sulla difensiva; Decio Mure, con la quinta e la sesta contro i Galli, attaccò subito con grande irruenza servendosi della cavalleria — e fu una scelta sbagliata, perché la cavalleria fu dispersa dai carri trainati dai cavalli messi in campo dagli italici. La fanteria romana cominciò a cedere terreno.

Fu allora che Decio compì il gesto rimasto famoso. Mettendo in atto un antico rituale, la devotio, dopo aver lanciato terribili maledizioni sui nemici ed essersi consacrato a Marte e agli dèi inferi, votò sé stesso agli dei pregando di trascinarsi dietro i nemici: disarmato, si gettò con il suo cavallo nel punto in cui i Galli combattevano più vigorosamente, e si fece uccidere. L'effetto fu quello sperato: le truppe romane si riorganizzarono e ressero, Rulliano ordinò l'attacco e sfondò lo schieramento dei Sanniti, che furono sterminati, e i Galli non poterono resistere a lungo.

Il conto lo dà Tito Livio: «In quella giornata vennero uccisi 25.000 nemici, mentre i prigionieri catturati ammontarono a 8.000. Ma la vittoria non fu certo priva di perdite: tra gli uomini di Decio Mure vi furono 7.000 caduti, tra quelli di Fabio Massimo Rulliano più di 1.700». Un'immensa carneficina, e una battaglia risolutiva: la coalizione dei popoli italici non venne mai più ripristinata, e pur senza immediate acquisizioni territoriali lo scontro sancì il graduale imporsi dell'egemonia di Roma sulla penisola. Sempre Livio scrisse: magna eius diei quo in Sentinati agro bellatum, fama est, «grande è la fama di quel giorno in cui si combatté nell'agro sentinate».

Sul luogo esatto le certezze sono minori. Il terreno era semipianeggiante, nei pressi del fiume Sentino, da cui la città romana avrebbe poi preso il nome; secondo Paolo Sommella l'accampamento romano si sarebbe trovato nella zona di Stavellina, quello avversario fra Monterosso e Civitalba, e lo scontro si sarebbe svolto nella pianura in mezzo, percorsa dal torrente Sanguerone. Anche su chi fosse in campo le fonti antiche divergono: Polibio nomina Galli e Sanniti, Diodoro aggiunge Etruschi e altri alleati, i Fasti trionfali registrano il trionfo di Fabio Rulliano De Samnitibus et Etrusceis Galleis, e Livio menziona Sanniti, Galli, Umbri ed Etruschi.

I rievocatori nel parco archeologico

Ogni anno, in luglio, Sassoferrato ritorna a essere Sentinum. La rievocazione si tiene fra il Castello e il Parco Archeologico Sentinum, adagiato su un pianoro circondato dai monti, dove è ancora ben visibile la struttura dell'antica città romana, con tanto di cardo e decumano; il paese è uno dei Borghi più belli d'Italia.

Il parco si trasforma in un grande villaggio dove si vive il quotidiano degli antichi popoli, dentro il Castrum Romanum, con la vita militare e non solo del legionario. Nei loro accampamenti i rievocatori spiegano armamenti, forgia, conio e lavorazione dei metalli, ma anche tessitura, medicina, cucina, il ruolo della donna, i giochi e i passatempi, la cosmesi, la misura del tempo e dello spazio, le fortificazioni. Nelle serate si assiste a duelli e combattimenti fra gladiatori, esibizioni di danzatrici e musici, narrazioni di vita romana e racconti della battaglia, dimostrazioni, esercitazioni pratiche e visite guidate.

La manifestazione si distingue per il rigore storico: ha un comitato tecnico-scientifico composto da Soprintendenza archeologica, Associazione Sassoferratesi nel mondo, Gruppo archeologico Appennino umbro marchigiano e Istituto Internazionale di Studi Piceni «Bartolo da Sassoferrato». È organizzata dall'Amministrazione comunale di Sassoferrato e dalla Pro Loco, in collaborazione con la cooperativa Happennines, e la regia è affidata ad «Ad Pugnam Parati», costola della Federazione Evropantiqva.

Cumino, olio e miele alla cena del legionario

Il momento più atteso è la Cena del legionario. Il Parco Archeologico apre le porte e si mangia seduti fra le rovine, con un menù studiato su ricette ricavate dalle testimonianze storiche, fra suoni, danze e spettacoli.

I piatti raccontano i cibi e le pietanze delle Nazioni che si affrontarono, rivisitati in chiave moderna con il supporto degli artigiani sassoferratesi, dei produttori del comprensorio e del «Paniere dei prodotti del territorio» del Parco Naturale Regionale Gola della Rossa e di Frasassi. Si mangia immedesimandosi nelle vesti di un legionario, per il quale il cumino della insicia esaltava il piacere dei cibi, l'olio era quello degli dei e l'olivo simbolo di pace, gloria e saggezza, mentre il miele, che si conserva all'infinito, era simbolo di eternità.

Gruppi che studiano i popoli che rappresentano

Chi scende in campo non è un attore. «Dai dettagli dei vestiti ma soprattutto dalle loro conoscenze è importante non confondere i rievocatori con semplici attori: per calarsi nel ruolo hanno studiato i popoli che rappresentano

Roma la rappresentano la Colonia Iulia Fanestris da Fano e la Decima Legio da Roma. I Galli arrivano da mezza Italia settentrionale: Fianna apPalug da Verona, il Popolo di Brig da Vimercate, Suliis as Torc da Vicenza, Teuta Insubris da Milano, Teuta Cenomanes da Padova, Teuta Senones Pisaurenses da Pesaro, Teuta Nertobacos da Bologna, Clan Raca da Reggio Emilia e I lingones da Ferrara. I Sanniti sono i Safinim di Corfinio e i Cavalieri de li Terre Tarentine di Taranto, e la cavalleria è la Quadrigesima Turma di Luzzara.

Il III secolo a.C. che si ricostruisce lì è quello in cui si disputavano il dominio sui territori italici Greci, Sanniti, Piceni, Galli, Etruschi, Umbri e Romani. Ebbero la meglio gli ultimi, e da lì cominciò la supremazia di Roma.

Come arrivare alla festa

Raggiungere la festa a Sassoferrato è facilissimo. Per chi preferisce la comodità del treno, la stazione ferroviaria di Sassoferrato-Arcevia si trova a 2,0 chilometri dal centro: si arriva nel cuore dell'evento con una breve passeggiata. Per chi si mette al volante, lo svincolo di Camponocecchio dista 17 chilometri, cioè 18 minuti di strada.

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