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Commemorazione della Battaglia del Volturno a Santa Maria Capua Vetere: la deposizione della corona d'alloro 2026

12 min di lettura · Scritto da: Rodolfo de Carvalho

La Commemorazione della Battaglia del Volturno si tiene il 1º ottobre a Santa Maria Capua Vetere, nell'attuale provincia di Caserta. Il raduno è all'ingresso della Villa Comunale, che accoglie il Monumento Ossario dei Caduti della Battaglia del Volturno del 1º ottobre 1860. Dall'ingresso parte un corteo con corona di alloro e bandiere, e un picchetto in armi con una fanfara di Bersaglieri della Brigata Garibaldi rende gli onori militari davanti al monumento.

Il monumento ossario nella villa comunale

La cerimonia si svolge in poche mosse, e ognuna ha il suo suono: dall'ingresso della villa parte un piccolo corteo con corona di alloro e bandiere, poi vengono la deposizione della corona e gli interventi, con l'inno nazionale, il silenzio per i caduti e l'Inno di Garibaldi a segnare la cerimonia.

Gli onori li rendono i militari, e arrivano da un reparto che porta il nome del generale: la commemorazione prevede la partecipazione di un picchetto in armi e di una fanfara di Bersaglieri della Brigata Garibaldi, che rendono gli onori militari, insieme a numerose associazioni combattentistiche e d'arma e alla deposizione di corone di alloro.

La corona si posa davanti all'ossario, per una ragione precisa: una corona di alloro è stata deposta nella villa comunale di Santa Maria Capua Vetere, davanti al monumento-ossario, per onorare i caduti garibaldini che parteciparono alla battaglia del Volturno del 1º ottobre 1860.

L'appuntamento ha alle spalle un promotore e una lunga consuetudine: il Comitato di Caserta dell'Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano, in collaborazione con l'Associazione Nazionale Giuseppe Garibaldi, riprendendo una tradizione secolare, programma la cerimonia di commemorazione della Battaglia del Volturno del 1º ottobre 1860.

L'organizzazione poggia su una rete larga di enti: l'evento si avvale del supporto organizzativo del Comune di Santa Maria Capua Vetere, dell'Associazione Nazionale Giuseppe Garibaldi, dell'Istituto Nazionale per la Guardia d'Onore alle Reali Tombe del Pantheon, dell'Unione Nazionale Ufficiali in Congedo d'Italia e dell'Associazione Alessandro Poerio.

L'adesione delle associazioni d'arma è la parte più numerosa del corteo: aderiscono all'iniziativa undici associazioni combattentistiche e d'arma, cioè INGORTP, UNUCI, Istituto del Nastro Azzurro, Associazione Nazionale Combattenti e Reduci, Associazione Nazionale Carabinieri, Gruppo ANC Corazzieri, Associazione Nazionale Granatieri di Sardegna, Associazione Nazionale Bersaglieri, Associazione Nazionale Paracadutisti d'Italia, Associazione Nazionale Artiglieri d'Italia e Associazione Nazionale Reduci e Rimpatriati d'Africa. Aderiscono altresì il Comitato di Avellino dell'Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano, il Circolo Interforze di Parete, il Museo Civico di Storia Militare di Aversa, il Museo delle guerre mondiali MIGM e le associazioni Risvegli Culturali, Castelforte produce e l'Associazione Storica del Medio Volturno.

Venticinquemila uomini contro ventiquattromila

Quello che si ricorda non fu un solo scontro ma una serie: la battaglia del Volturno indica alcuni scontri armati tra i volontari garibaldini e le truppe borboniche, avvenuti tra il 26 settembre e il 2 ottobre 1860 nei pressi del fiume Volturno, durante la spedizione dei Mille.

Il campo di battaglia è un pezzo di Campania che si può disegnare con tre punte: il territorio impegnato dalle vicende belliche è sito nell'attuale provincia di Caserta, delimitato all'incirca in un triangolo avente i vertici nelle città di Capua, Caiazzo e Maddaloni, e il fiume bagna Capua e sbocca in mare tra Napoli e Gaeta.

Sulla carta la sproporzione era netta, e a favore del Regno: l'esercito di re Francesco II si presentava con una schiacciante superiorità numerica e di mezzi rispetto alla controparte garibaldina, e stando ai documenti l'armata borbonica dispiegava, tra Capua, Gaeta e il Volturno, circa 40.000 soldati, di cui 8.000 appartenenti ai cosiddetti «corpi esteri», composti da mercenari svizzeri e bavaresi al comando di Johann Lucas von Mechel.

In campo, però, ne scesero molti meno: alla battaglia non prese parte l'intera armata borbonica, ma vennero impiegati circa 25.000 uomini, tra questi tutti i mercenari svizzeri e bavaresi e una forza di artiglieria di 42 pezzi da campagna. Al comando il re nominò il vecchio maresciallo Giosuè Ritucci Lambertini di Santanastasia, un militare fedele al re ma titubante ed eccessivamente prudente.

Dall'altra parte l'apparenza ingannava: l'Esercito meridionale al comando di Giuseppe Garibaldi poteva dare l'impressione di un'armata raccogliticcia di volontari che, apparentemente, non erano addestrati alla guerra, ma molti di quei volontari avevano già avuto esperienze di combattimento, perché oltre ad alcuni reparti piemontesi vi erano tra le fila garibaldine, tra ufficiali e soldati, molti veterani della prima e della seconda guerra d'indipendenza, con un'esperienza bellica che mancava quasi del tutto all'esercito borbonico.

Fra i garibaldini c'erano anche reparti arrivati da altri paesi: la Legione Ungherese, un reparto di cavalleria forte di circa 500 cavalieri comandato da Stefano Turr, e la Legione Britannica, forte di quasi 600-1.000 uomini, al comando del colonnello John Whitehead Peard. La maggior parte degli storici valuta le forze garibaldine schierate sul Volturno in circa 24.300 uomini e 24 pezzi d'artiglieria.

L'attacco delle divisioni Ribera e Tabacchi

Prima dello scontro grande i borbonici avevano già vinto una volta: l'esercito borbonico era reduce dalla prima vittoria contro l'esercito garibaldino ottenuta a Caiazzo, dove le truppe garibaldine erano state battute e avevano subito non poche perdite, e dove Garibaldi aveva perduto la sua fama di imbattibilità.

Poi vennero giorni di piccoli scontri, e furono giorni sprecati: i borbonici che intendevano tornare all'attacco persero giorni preziosi in piccoli scontri di avvicinamento, a tutto vantaggio dei volontari garibaldini che ebbero tempo per prepararsi con cura sul terreno. Dopo le scaramucce avvenute fra il 26 e il 30 settembre i borbonici operarono un'offensiva con il passaggio del fiume a Triflisco, casale del comune di Bellona, per puntare su Santa Maria a Valogno, ma furono arrestati dal fuoco di due compagnie della Brigata Spangaro, attestate a San Iorio.

Il primo ottobre Ritucci si decise, e il piano era ambizioso: attaccò con l'intento di muovere frontalmente con due divisioni, la Ribera e la Tabacchi, sul centro garibaldino a Sant'Angelo in Formis e a Santa Maria Capua Vetere per raggiungere Caserta e da lì dirigersi su Napoli, con due colonne laterali che dovevano cooperare all'azione.

Le colonne avevano compiti distinti e un obiettivo comune: la prima, alla destra dello schieramento, avrebbe attaccato i garibaldini presso il villaggio di Santa Maria Capua Vetere, una seconda avrebbe attaccato al centro presso il villaggio di Sant'Angelo in Formis ai piedi del monte Tifata, e una terza avrebbe dovuto aggirare i monti Tifatini dividendosi a sua volta, con un contingente diretto al valico dei Ponti della Valle, all'estrema sinistra del fronte, e l'altro sulle alture intorno a Caserta Vecchia per prendere alle spalle i garibaldini a Santa Maria e a Sant'Angelo.

Garibaldi rispose con una linea lunghissima e una riserva pronta a muoversi: le sue truppe occupavano un fronte assai esteso, di ben venti chilometri, per proteggere le numerose comunicazioni per Napoli e Caserta, con la destra a Sant'Angelo affidata ai soldati comandati da Giacomo Medici e a Santa Maria Capua Vetere agli uomini della brigata Milbitz, il centro a nord di Caserta ai volontari comandati da Gaetano Sacchi, e presso Caserta una grossa riserva agli ordini del generale Turr, insieme al quartier generale.

L'urto iniziale andò male per i volontari: l'azione cominciò a ovest da parte dei borbonici che, incoraggiati dalla presenza del re Francesco II e dei conti di Trapani e Caserta, sfondarono la prima linea dei garibaldini costringendoli alla ritirata, finché Garibaldi, messosi alla testa di una compagnia e con i volontari di Medici, riuscì a ristabilire la situazione.

In quelle ore il generale rischiò la vita: mentre Garibaldi si recava a Sant'Angelo la sua carrozza venne attaccata dai soldati borbonici, il cocchiere fu ucciso, l'ufficiale accanto a lui ferito mortalmente, e Garibaldi stesso scampò alla morte salvato dall'intervento dei suoi, che lo trasportarono in salvo fuggendo per un vallone.

A Santa Maria Capua Vetere il combattimento non si fermò: si continuava a combattere con accanimento, era ferito lo stesso generale Milbitz e si segnalava la presenza della cavalleria ungherese del maggiore Scheiter, accorsa da Caserta insieme alla brigata Eber della riserva comandata da Turr.

Castel Morrone, i Ponti della Valle e il Monte Caro

Sulle colline a est si moriva allo stesso modo: si combatteva da Monte Tifata, a Monte Viro e a Castel Morrone, dove la lotta fu così violenta che l'intero 1º Battaglione volontario Bersaglieri andò distrutto e il comandante Pilade Bronzetti cadde alla sua testa.

Più a est ancora si giocava la partita più grande, sulla strada per Maddaloni: un altro combattimento assai importante e di maggiori proporzioni si svolgeva ai Ponti della Valle, e il settore era affidato a Nino Bixio, il quale si dichiarò deciso a morirvi piuttosto che lasciarli al nemico.

Contro di lui arrivò la brigata straniera, e il suo comandante pagò subito un prezzo personale: le truppe garibaldine il primo giorno di ottobre vennero attaccate dalla brigata estera del generale von Mechel, che nel primo scontro perse il proprio figlio, tenente.

Bixio dovette cedere terreno: di fronte all'impeto delle truppe borboniche, bavaresi e svizzere, retrocesse con gravi perdite oltre il Monte Caro, l'altura che sovrastava i ponti. La posizione tornò in mano garibaldina nel tardo pomeriggio: venne ripresa dal colonnello Dezza con i battaglioni Bersaglieri Menotti e con il battaglione Bersaglieri Taddei, facendo ripiegare von Mechel a nord oltre Dugenta.

La mattina dopo i garibaldini chiusero la partita: il 2 ottobre attaccarono a fondo, di fronte e alle spalle, con il concorso di volontari del 1º Battaglione Bersaglieri piemontesi del maggiore Soldo, e il contingente borbonico, preso fra due fuochi, dovette arrendersi.

Il conto dei morti fu quasi pari fra i due eserciti, e furono i prigionieri a fare la differenza: circa 306 morti, 1.328 feriti e 389 prigionieri per i garibaldini, 308 morti, 820 feriti e 3.063 prigionieri per i borbonici. Si chiudeva così la battaglia più grande e decisiva della campagna garibaldina: conclusa tatticamente in parità, fu la rinuncia a ogni nuova azione offensiva da parte di Ritucci, che si ritirò inaspettatamente verso Capua, a lasciare Garibaldi padrone del campo e quindi vincitore.

Le colpe di Ritucci e la resa di Gaeta

Sul comandante borbonico il giudizio fu severo, ma la spiegazione riguarda il suo carattere: Ritucci fu ritenuto responsabile della mancata vittoria, però il generale era un attendista e pensava che le potenze internazionali sarebbero intervenute a difesa del Regno, mentre il re gli chiedeva una decisione che lui non aveva nelle sue corde.

Secondo gli analisti storici gli errori furono anche tecnici: Ritucci non seppe concentrare le sue forze e sfruttare la cavalleria, che in alcuni frangenti avrebbe potuto travolgere i garibaldini, e ad alcuni errori tattici avrebbero contribuito anche diversi suoi subordinati, come il colonnello Giuseppe Ruiz de Balestreros, che contravvenne agli ordini di battaglia.

Il piano prevedeva che due colonne marciassero unite, e non accadde: il colonnello svizzero, non fidandosi di Ruiz, preferì combattere da solo ai Ponti della Valle, mentre Ruiz eseguì con lentezza i suoi movimenti e distaccò per l'attacco a Castel Morrone un migliaio di uomini senza fare proseguire in avanti gli altri quattromila, evitando di andare in soccorso a von Mechel. Il suo operato non piacque a nessuna delle due parti: fu attaccato violentemente da tutti gli scrittori di parte borbonica, ma venne duramente censurato anche dagli analisti di parte avversa.

La ritirata pesò più della battaglia stessa: fu devastante per il morale dei borbonici, che nel giro di pochi giorni si videro attaccare anche da nord dalle truppe regolari del Piemonte, le quali, dopo aver occupato le Marche e l'Umbria pontificie, avevano invaso l'Abruzzo e le province settentrionali del Regno, travolgendo le scarse guarnigioni borboniche.

Il re si chiuse nella fortezza sul mare e attese un aiuto che non arrivò: Francesco II si ritirò a Gaeta con i rimasugli delle forze a lui ancora fedeli, confidando in un intervento internazionale delle potenze europee che avrebbe dovuto interrompere l'attacco piemontese e reinsediarlo sul trono, ma ciò non avvenne, anche a causa dell'isolamento internazionale in cui suo padre Ferdinando II aveva lasciato il regno alla sua morte e soprattutto della volontà inglese, che consigliò agli altri Stati nazionali di non aiutare il Regno meridionale nemmeno diplomaticamente. Resistette assediato ancora cinque mesi prima di arrendersi il 13 febbraio 1861.

Chi aveva vinto, intanto, era già stato congedato: l'esercito garibaldino era stato sciolto da mesi, i soldati piemontesi che ne facevano parte rientrarono nei loro ranghi regolari e gli altri furono dispersi dagli stessi piemontesi, che si rifiutarono anche di corrispondere le ultime paghe. Garibaldi si isolò a Caprera, molti garibaldini, delusi dall'atteggiamento dei comandi piemontesi, si unirono ai ribelli meridionali, e alla battaglia aveva partecipato anche Carmine Crocco, agli ordini di Garibaldi dopo avere disertato dall'esercito borbonico.

La commemorazione borbonica a Capua

A pochi chilometri, un'altra cerimonia ricorda gli stessi giorni dalla parte opposta: a Capua si tiene la Commemorazione dei Soldati del Regno delle Due Sicilie caduti nella Battaglia del Volturno del 1º e 2 ottobre del 1860. Anche questa ricorrenza ha il suo posto fra folklore e rievocazioni.

Quell'appuntamento nasce dall'iniziativa di una persona sola: deve la sua origine al compianto Giovanni Salemi, medico capuano di nobili origini, ufficiale dell'Esercito e commendatore del Sacro Ordine Militare Costantiniano di San Giorgio, nonché amico personale della principessa Beatrice di Borbone Due Sicilie.

Alla commemorazione Salemi affiancò anche un appuntamento di studi: appassionato e convinto sostenitore dei valori dell'antico regno borbonico, giovanissimo aderì alla causa legittimista e insieme alla Cooperativa Editoriale «Il Giglio» inaugurò nella propria città il convegno annuale di studi dedicato a «Gli Eroi del Volturno».

Sul peso di quei giorni nella storia d'Italia il giudizio è netto da entrambe le parti: la battaglia del Volturno può essere considerata l'ultima battaglia campale del Risorgimento prima della proclamazione del Regno d'Italia, ed è ritenuta una delle più importanti battaglie del Risorgimento, tanto per il numero dei combattenti coinvolti quanto per i risultati ottenuti da Garibaldi. Chi la racconta dal lato napoletano la legge al rovescio: più che una vittoria garibaldina fu una sconfitta borbonica, perché ai borbonici venne meno l'abilità dei capi e non usarono tutta la forza che il loro esercito pure consentiva.

Come arrivare alla festa

Raggiungere la Commemorazione della Battaglia del Volturno a Santa Maria Capua Vetere è facilissimo. Per chi sceglie i mezzi pubblici la stazione ferroviaria di Santa Maria Capua Vetere è a un chilometro dal centro, cioè a pochissima distanza dal cuore della festa. Se invece si preferisce l'automobile, l'uscita di riferimento è lo svincolo di San Prisco: da lì bastano 4 minuti di guida (2,3 chilometri) per immergersi nei festeggiamenti.

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