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La Disfida del Bracciale a Treia 2027 - Il campione cantato da Leopardi e i quattro quartieri

7 min di lettura · Scritto da: Rodolfo de Carvalho
Si tiene
la prima domenica di agosto — quest'anno 1 agosto 2027
Dove Piazza della Repubblica, Treia

Fonte: rievocazionistoriche.cultura.gov.it, letta il 21/09/2026.

La Disfida del Bracciale si gioca a Treia, in provincia di Macerata, la prima domenica di agosto, preceduta da dieci giorni di rievocazioni. I quattro quartieri della città — Cassero, Borgo, Onglavina e Vallesacco — si sfidano nello sferisterio di via Vallesacco al gioco del pallone col bracciale, in cui si respinge un pallone di cuoio con un manicotto di legno irto di 105 punte di corniolo. La rievocazione va avanti dal 1978, in onore di Carlo Didimi, il campione treiese a cui Giacomo Leopardi dedicò la canzone «A un vincitore nel pallone».

Un gioco che l'Italia ha dimenticato, tranne qui

Prima che il football, nato nell'Inghilterra vittoriana attorno alla metà del XIX secolo, si imponesse come modello ludico universale, in Europa e in Italia si giocava a palla con le mani. E in Italia, in particolare, faceva da padrone il gioco del Pallone col bracciale: nato nelle corti rinascimentali ma di antiche origini greco-romane, praticato dapprima da signori e aristocratici nelle arene dei palazzi nobiliari, e poi da borghesi e popolani sulle piazze e negli slarghi delle strade, dove acquisì una popolarità straordinaria.

Si praticava negli sferisteri, realizzati soprattutto nel XVIII e XIX secolo in molte città grandi e piccole dell'Italia centro-settentrionale, e le loro caratteristiche erano precise: un terreno piano e ben battuto, lungo dai 90 ai 100 metri e largo dai 16 ai 18, con intorno un po' di spazio per il pubblico e, soprattutto, un indispensabile muro d'appoggio laterale alto una ventina di metri. Nel Settecento e nell'Ottocento ne furono costruiti molti. Lo sferisterio di Treia, tirato su sotto i capimastri De Mattia e Graziosi, venne inaugurato nel 1818 con una spettacolare partita alla quale partecipò un giovane del posto: Carlo Didimi.

Il campione a cui Leopardi dedicò una canzone

Treia fu la patria di Carlo Didimi, il più grande giocatore di pallone al bracciale, e i due fatti che lo riguardano stanno bene insieme: era nato nel 1798, lo stesso anno di Giacomo Leopardi, e fu a lui che il poeta dedicò la canzone «A un vincitore nel pallone», del 1821. Che il destinatario fosse proprio Didimi non è una tradizione di paese: lo dimostrò lo studioso Giovanni Mestica di Apiro, che ne parlò al teatro di Recanati nel 1898, centenario della nascita del poeta.

Perché proprio lui? Per il coraggio e la forza atletica, perché era molto conosciuto e osannato dalle masse, ma anche perché era una persona con ideali di libertà, di uguaglianza sociale, e credeva nell'unità nazionale. Attorno alle sue partite girava molto denaro: il pubblico scommetteva sui probabili vincitori e i giocatori facevano scommettere sui propri tiri ritenuti impossibili, e in effetti c'era chi si arricchiva e chi perdeva molto. Didimi arrivò a pretendere 600 scudi romani — quarantamila euro di oggi — per sé e per la sua compagnia. Di lui è rimasta anche l'esclamazione di uno spettatore, che vale come un ritratto: «O sei il diavolo o sei Carlo Didimi».

Come si gioca: centocinque punte di corniolo

Il bracciale è un manicotto ricavato da un unico pezzo di legno, scavato in modo da adattarsi quanto più possibile alla mano e al polso del giocatore, cavo internamente, e pesa circa due chili. Fuori è munito di sette cerchi contornati di denti o punte di corniolo, a piramide smussata, per un totale di 105 punte, che servono a imprimere l'effetto al pallone. A Treia ci sono ancora molti artigiani che realizzano come un tempo i bracciali in legno e i palloni in cuoio cuciti a mano.

Il gioco ha diverse analogie con il tennis: si respinge un pallone da una parte all'altra del campo usando, al posto della racchetta, quel manicotto di legno. Ogni squadra è composta da tre giocatori divisi per ruolo — battitore, spalla e terzino — e c'è un quarto uomo esterno al gioco, detto mandarino, la cui abilità consiste nella scelta del tempo e nella precisione con la quale lancia la palla nel supposto punto d'impatto con il bracciale. Il battitore scende con slancio da un trampolino inclinato e cerca di colpirla; spalla e terzino la rimandano. Il punteggio si calcola come nel tennis, si fa punto ogni volta che si manda la palla oltre il muro di fondo, e i muri laterali non sono fuori campo: fanno parte del terreno di gioco.

I quattro quartieri, e i ceti che rappresentano

La Disfida mette in gara i quartieri cittadini, e ognuno porta con sé un ceto sociale dell'Ottocento: i nobili del Cassero, i contadini del Borgo, gli zingari di Onglavina — la comunità che un tempo stanziava ai confini della città — e i borghesi di Vallesacco. In campo li si distingue dal colore della fascia che i giocatori, vestiti di bianco, tengono in vita: giallo per Onglavina, verde per il Cassero, azzurro per il Borgo, viola per Vallesacco. Le disfide sono al plurale e coinvolgono tre categorie — Juniores, Seniores e quella femminile — perché a ribattersi la palla di cuoio sono ragazzi e ragazze.

Si comincia con un torneo all'italiana che parte il penultimo sabato di luglio e si articola in tre giornate: alla Disfida accedono le squadre meglio classificate. Il momento agonistico è preceduto e seguito da sfilate in costume e da rigorose cerimonie protocollari che si richiamano all'epoca di Didimi, cioè alla prima metà dell'Ottocento, e il corteo storico in diurna è uno dei momenti più suggestivi: sfilano per le vie della città oltre 400 figuranti in costume ottocentesco, che rappresentano i personaggi dei rispettivi quartieri. Il trofeo si riconsegna ai rappresentanti della Magistratura, e chi vince lo custodisce per un anno intero, insieme al palio.

Il paese che si rimette in scena

Per dieci giorni il paese si rimette in scena. Le partite si giocano in via Vallesacco, nello sferisterio costruito a ridosso della piazza principale, poco lontano dalle antiche mura con le torri e le porte; il corteo parte dal centro storico e arriva fra Piazza della Repubblica e l'Arena Carlo Didimi. Nelle vie si aprono le caratteristiche botteghe artigianali che riportano in vita gli antichi mestieri, e nei quartieri le taverne propongono i piatti tipici della tradizione: nelle taverne e nei ristoranti locali vengono presentate le ricette del periodo storico di riferimento. Ci sono i tamburini, il museo del bracciale che apre a ingresso libero, e i costruttori di bracciali e palloni che mostrano al pubblico tutte le fasi di lavorazione.

La festa vera e propria è la prima domenica di agosto, preceduta da dieci giorni di festeggiamenti e rievocazioni che cominciano dal venerdì prima dell'ultima domenica di luglio.

Perché tutto questo è ricominciato nel 1978

Il pallone col bracciale non è sopravvissuto da solo. L'ultimo campionato nazionale si svolse nel 1963 — e Treia, in quel campionato, era stata per sette volte campione d'Italia — dopodiché il gioco perse di interesse, soppiantato dal football. Nei primi anni Settanta si giocò un'ultima partita di livello locale fra varie squadre della provincia maceratese, e poi tutto si fermò.

A riaccenderlo fu Alberto Meriggi, che studiò la figura di Didimi e nell'estate del 1978 decise di organizzare un palio fra i rioni cittadini, riproponendo una partita fra vecchie glorie in onore del grande giocatore treiese; l'appuntamento si tenne la prima domenica di agosto. Da allora la Disfida si ripete ogni anno, e in occasione della disfida lo sferisterio del 1818 torna a essere quello per cui era stato costruito: un campo da gioco. Il resto dell'anno è un monumento; per dieci giorni d'estate è di nuovo un'arena, e i treiesi dicono di avere quel gioco nel sangue, stampato nel DNA.

Come arrivare alla festa

Raggiungere la Disfida del Bracciale a Treia richiede un po' di viaggio, ma l'esperienza ripaga il tragitto. Per chi sceglie il treno, la stazione ferroviaria più vicina è quella di Pollenza, a 11 chilometri: conviene organizzarsi per coprire l'ultimo tratto. In automobile si esce allo svincolo di Pollenza, e il tragitto è di 12 chilometri per 15 minuti di guida.

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