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Folklore e Rievocazioni

Falò di San Giuseppe a Matera e la gara tra i rioni per la catasta più grande 2027

7 min di lettura · Scritto da: Rodolfo de Carvalho
Ultima edizione conosciuta
13 marzo 2025

Questa e' l'ultima edizione di cui abbiamo notizia: le date della prossima non sono ancora state annunciate.

Fonte: comune.matera.it, letta il 02/09/2026.

I Falò di San Giuseppe si accendono a Matera, in Basilicata, la sera del 18 marzo, alla vigilia della festa del santo. Ogni rione costruisce la sua catasta di legna, carte e cartoni — a volte due — in una competizione non ufficiale per il falò più grande della città, e la gente si raccoglie attorno al fuoco per mangiare la fedda rossa, le salsicce e le zeppole. A fiamma esaurita i rappresentanti delle famiglie raccolgono con i bracieri la brace ritenuta benedetta, con cui accendere il braciere della carbonella in casa.

Un fuoco per ogni rione

A Matera, per la festa di San Giuseppe, i quartieri della città si illuminano con le fiamme dei falò. Un fuoco per ogni rione, a volte anche due: nella città dei Sassi è tradizione che ogni rione costruisca la sua catasta di legna, in concorrenza con gli altri, per avere il falò più grande e più maestoso.

A prepararli sono i giovani dei quartieri, soprattutto quelli storici e popolari — Serra Venerdì, Villa Longo, Lanera, Agna, San Giacomo, Serra Rifusa, Piccianello e Spine Bianche, che tutti conoscono come Bottiglione. Cominciano già diverse settimane prima, mettendo insieme legna, carte e cartoni in una sorta di competizione non ufficiale per aggiudicarsi l'ipotetico titolo di «falò più grande di Matera». La rivalità ha spesso portato i ragazzi dei vari quartieri a sottrarsi a vicenda la legna già accumulata, pur di avvantaggiarsi. Sono i più giovani del rione a iniziare la raccolta, e sono proprio loro a tenere viva la tradizione, mentre a chi ha qualche primavera in più tocca vigilare sulla riuscita della serata, perché il falò non arrechi danni. L'avvicinarsi della ricorrenza pone del resto anche la questione delle norme di sicurezza, da cui l'accensione non può prescindere.

I falò si accendono la sera del 18 marzo, nella notte fra il 18 e il 19; il 19 marzo è il giorno della celebrazione.

Fedda rossa, salsicce e zeppole

Durante il falò la gente raggiunge i diversi quartieri per riunirsi attorno al fuoco in modo conviviale. Negli anni passati non era difficile vedere, nei pressi delle cataste, veri e propri punti di ristoro allestiti per l'occasione, con i piatti tipici della cucina povera materana: la fedda rossa, la classica bruschetta condita con pomodori, origano, aglio, olio e sale, le salsicce cotte direttamente sul posto e le zeppole, il dolce tipico di San Giuseppe, fritto o al forno, con crema pasticcera e amarene. Attorno ai vari falò si canta, si balla, si arrostisce del cibo e magari si beve anche qualche bicchiere in più.

Accanto ai fuochi, in Basilicata, c'è un'altra usanza radicata: le tavolate comunitarie, note anche come «Tavolata di San Giuseppe» o «Banchetto di San Giuseppe». La tradizione affonda le radici nel passato contadino della regione e si basa su un gesto di ospitalità: secondo l'usanza, le famiglie più abbienti o i devoti preparavano un grande banchetto da offrire ai bisognosi e ai pellegrini, rievocando il carattere umile e generoso del santo. Il menù è semplice e simbolico: la pasta con la mollica, condita con pangrattato tostato, olio d'oliva e acciughe; i legumi e le verdure di stagione, ceci, fagioli, lenticchie e cicerchie, serviti come simbolo di povertà e nutrimento; il pane votivo, spesso modellato in forme religiose come la croce o il bastone di San Giuseppe; e di nuovo le zeppole, ripiene di crema o ricoperte di miele.

Frasca degli oliveti e cicli agricoli

La tradizione dei falò è strettamente legata al mondo agropastorale e ai cicli agricoli, e il rito, pur fortemente propiziatorio, aveva anche la funzione concreta di smaltire gli enormi quantitativi di «frasca» prodotti dalla potatura degli oliveti e in genere degli arboreti, che grosso modo terminava entro il mese di marzo. Con le fiamme si decretava la fine della stagione fredda bruciando i residui del raccolto.

Il fuoco è un simbolo molto usato nell'antico mondo contadino, e qui segna il passaggio dall'inverno alla primavera. Nel contesto agricolo e pastorale della Basilicata l'accensione dei fuochi serviva a scacciare il freddo invernale e a propiziare il raccolto imminente, garantendo fertilità alla terra: nelle comunità lucane si credeva che il fuoco potesse allontanare il male e le sventure bruciando le negatività accumulate durante l'inverno, proteggere i campi e i raccolti per garantire un'annata prospera, purificare l'anima e lo spirito di chi vi assisteva. In passato i contadini spargevano la cenere del falò nei campi per propiziare un buon raccolto, accendevano piccoli fuochi nei frutteti per proteggere gli alberi dalle gelate tardive e danzavano attorno al fuoco per celebrare il ritorno della luce.

L'usanza, tramandata per secoli, è stata poi integrata nella tradizione cristiana. Il falò rappresenta in qualche modo il fuoco acceso da San Giuseppe nella grotta di Betlemme per riscaldare il Bambinello e Maria, e richiama il focolare domestico, simbolo di aggregazione e protezione di una comunità; il santo, custode della Sacra Famiglia, patrono dei lavoratori e protettore della famiglia, viene celebrato con questi grandi falò come segno di protezione e guida spirituale.

Braci da portare a casa

In passato gli uomini, le donne e i bambini del vicinato si riunivano attorno ai falò e cantavano insieme mentre gustavano taralli e sorseggiavano vino; una volta esaurita la fiamma e consumata la legna, i rappresentanti delle famiglie si facevano avanti con i bracieri e raccoglievano la brace ritenuta benedetta, con cui accendere poi il braciere della carbonella in casa. In tarda serata, spenti gli ultimi tizzoni, tutti facevano ritorno nella propria abitazione.

In alcuni borghi lucani esiste anche l'usanza di raccogliere un pezzo di legno bruciato dal fuoco e conservarlo in casa come segno di protezione: quella «carbonella benedetta» viene custodita fino all'anno successivo, perché si crede che possa proteggere la casa e la famiglia dalle sventure, tenere lontani fulmini e incendi, portare fortuna nei raccolti e nel lavoro. In altri paesi si usa scrivere su un pezzo di carta un desiderio o una richiesta di grazia e bruciarlo nel fuoco, perché secondo la tradizione il messaggio giunga a San Giuseppe, che intercederà per esaudirlo. La notte dei falò è spesso accompagnata da canti e filastrocche tradizionali, tramandati dagli anziani del paese, che raccontano storie di fede e vita contadina.

La leggenda della carestia

Secondo una leggenda popolare, in tempi antichi un villaggio della regione fu colpito da una carestia che mise in ginocchio la popolazione; gli abitanti, disperati, si rivolsero a San Giuseppe chiedendo aiuto e promettendo di accendere un grande fuoco in suo onore ogni anno, se fossero stati salvati. Si narra che, dopo la preghiera, il cielo si rischiarò e una pioggia abbondante cadde sui campi, garantendo un raccolto inaspettatamente ricco. Da allora, ogni anno, nella notte tra il 18 e il 19 marzo, la comunità accende il falò come segno di ringraziamento e devozione.

La tradizione è viva ben oltre Matera e riguarda tanti comuni della Basilicata, dove i roghi illuminano piazze e rioni come simbolo di purificazione, rinnovamento e speranza; dal 2018 i Fuochi di San Giuseppe di Bella, per mezzo della Pro Loco «il Borgo», sono entrati nella Community dei Fuochi di Comunità di Matera 2019.

Come arrivare alla festa

Partecipare alla festa a Matera è davvero semplice. Per chi sceglie i mezzi pubblici la stazione ferroviaria di Matera Centrale è a 300 metri dal centro, cioè a pochissima distanza dal cuore della festa. Se invece si preferisce l'automobile, l'uscita di riferimento è lo svincolo di Matera: da lì bastano 3 minuti di guida (2,4 chilometri) per immergersi nei festeggiamenti.

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