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Falò di Sant'Antonio a Varese e la pira in Piazza della Motta 2027
Questa e' l'ultima edizione di cui abbiamo notizia: le date della prossima non sono ancora state annunciate.
Fonte: vareseturismo.it, letta il 02/09/2026.
Il Falò di Sant'Antonio si accende il 16 gennaio a Varese, in Lombardia, in Piazza della Motta, e il 17 la festa prosegue con la benedizione degli animali e dei pani sul sagrato della chiesa. La pira, costruita dal mattino dai Monelli della Motta con bancali e pezzi di legno disposti in forma circolare attorno a un abete, viene accesa la sera al termine della processione con la statua del santo; nelle fiamme finiscono i bigliettini con i desideri, che si gettano in modo anonimo. Dalla direzione del fumo, secondo la tradizione, si traggono gli auspici sull'anno che verrà.
I Monelli della Motta, dal 1619
La festa di Varese ha dei custodi. Sono i Monelli della Motta, e il loro nome compare nelle cronache già nel 1619: in origine erano i giovani del rione, spesso descritti come ragazzi vivaci e irrequieti, che con il tempo hanno assunto il ruolo di custodi della festa.
Il primo a parlarne è Giovanni Antonio Adamollo, e non li descrive mentre fanno festa: i monelli della contrada avevano contribuito, a mani nude, a scalzare pietre dalla Motta per portarle su carretti fino a San Vittore. Oggi i Monelli sono i principali organizzatori del falò e ne garantiscono la continuità, occupandosi dell'allestimento della pira, del coordinamento e delle iniziative benefiche, in collaborazione con la parrocchia e il Comune, con Vigili del Fuoco, Alpini, Forze dell'Ordine, Croce Rossa, City Angels e volontari.
La festa, però, è più vecchia di loro. Le prime testimonianze documentate risalgono almeno al XVI secolo: già nel 1572 la festa di Sant'Antonio veniva citata fra le celebrazioni ufficiali della città. Ed è una tradizione che non si è fermata nemmeno quando sarebbe stato più facile fermarla: «un falò si è sempre fatto, anche a dispetto del comune o della polizia — bastava un piccolo ricordo, quattro fascine e pochi minuti di fuoco, per mantenere anche in tempo di guerra una tradizione di molti secoli». È stata sempre, prima di tutto, una manifestazione di popolo, e oggi è iscritta al Registro delle Eredità Immateriali Lombarde.
La pira che si costruisce dal mattino
Il 16 gennaio a Varese non comincia la sera: comincia all'alba. Dalla mattinata, in Piazza della Motta, i volontari iniziano l'allestimento della grande pira, e le vie intorno si riempiono di bancarelle mentre il lavoro procede sotto lo sguardo dei passanti.
La forma non è casuale. I Monelli preparano la pira con bancali e pezzi di legno, che dispongono in forma circolare attorno a un abete completo di tutti i suoi rami e aghi verdi.
È un lavoro che richiede esperienza e attenzione, perché da come il falò prenderà fuoco, secondo la tradizione, si potranno trarre auspici sull'anno che verrà. Una cronaca ottocentesca raccontava con qualche severità l'usanza dei ragazzi che raccoglievano «tutto il legname usato che capita loro sottomano» per portarlo in piazza: a Varese, notava, non è costume portare ciascuno un ceppo del proprio focolare.
Bigliettini che restano segreti
C'è un gesto che i varesini fanno da generazioni, e si fa con carta e penna. Durante la vigilia i fedeli scrivono desideri e propositi su piccoli foglietti, che vengono poi bruciati nella pira, e la tradizione vuole che si gettino in modo anonimo e che il contenuto resti segreto, affinché il desiderio possa avverarsi.
Il motivo per cui ci si rivolge proprio a questo santo sta in un detto: «Sant'Antonio dalla barba bianca fammi trovare quello che mi manca», dove quello che manca è spesso la persona amata. La radice è nell'emigrazione: quando gli uomini partiti per la Germania e la Svizzera tornavano a casa, le donne chiedevano al santo di farne trovare uno, con una filastrocca che a Varese si ripete ancora — «Sant'Antonio del purscèl, fam truva un om che sia bel, damel picul damel grand, ma damel mia con stort i gamb».
Gli ultimi bigliettini vengono affidati ai Vigili del Fuoco, che li consegnano alle fiamme per conto di chi non può più avvicinarsi alla pira. Per i più piccoli c'è la versione diurna: i bambini delle scuole elementari lanciano palloncini con i desideri.
Il fumo verso la città o la campagna
Quando cala la sera arriva il momento che tutti aspettano, e comincia con una processione. Il grande falò è preceduto dalla processione con la statua di Sant'Antonio, portata in spalla fra due ali di folla dalla sede dei Monelli fino alla chiesa. Dietro ci sono i Monelli, il sindaco e il parroco, le autorità, i rappresentanti delle associazioni, gli alpini e la famiglia Bosina — l'associazione culturale nata per valorizzare il dialetto e le tradizioni varesine — accompagnati dalla banda musicale. Tutti tengono in mano una fiaccola, che una volta giunti in piazza useranno per dar fuoco alla pira.
Le torce vengono deposte alla base della pira dal prevosto insieme ai Vigili del Fuoco in uniforme storica, e in pochi istanti le fiamme si alzano, accompagnate dal suono delle campane azionate con l'antica tastiera restaurata dai Monelli nel 2023. Con le loro canne e i getti d'acqua i Vigili del Fuoco decidono le sorti del rogo, ne modellano l'andamento e la durata, e assumono così un ruolo attivo nello svolgimento del rito.
Se il fumo si dirige verso la città è considerato un presagio negativo, mentre se si sposta verso la campagna viene letto come segno di prosperità: è uno dei momenti più osservati e commentati dell'accensione.
Animali e pani sul sagrato
Il giorno dopo la festa cambia registro: il 17 gennaio è dedicato soprattutto alla devozione. Sul sagrato della chiesa si tiene la benedizione degli animali e dei pani, con numerosi cittadini che portano i propri animali domestici — cani e gatti, ma anche animali meno comuni.
Il senso viene da lontano. Sant'Antonio Abate, monaco vissuto fra il III e il IV secolo in Egitto e padre del monachesimo, è il protettore degli animali domestici e da stalla, dei contadini e del mondo rurale, ed è per questo che viene solitamente raffigurato con accanto un maiale con al collo una campanella. La leggenda gli attribuisce anche il fuoco: Sant'Antonio riuscì a sottrarlo agli inferi per donarlo agli uomini, e da lì il falò prende il suo significato di vittoria della luce sull'oscurità.
C'è un'usanza che oggi non si vede più: in passato le ceneri del falò venivano raccolte e conservate nelle stalle come segno di protezione per il bestiame. E ce n'è una scomparsa anche più curiosa, che una fonte ottocentesca — Varese e suo circondario, 1874 — attesta: nel giorno della festa le famiglie accompagnavano alla chiesa i novelli sposi, vestiti con gli abiti nuziali.
Salamelle e mustazzitt fra le piazze
Attorno al fuoco si mangia, e il menù non cambia. Passeggiando fra Piazza della Motta, Via Carrobbio e Piazza Monte Grappa si gustano le salamelle varesine alla griglia, protagoniste assolute della festa, insieme a frittelle, caldarroste e prodotti locali.
Allo stand dei Monelli le piastre sono accese fin dalle prime ore, e accanto alle salamelle il banco propone il dolce tipico: i mustazzitt, i biscotti alla cannella legati alla tradizione.
Attorno al fuoco si ritrovano bambini, giovani e anziani: mentre il mondo cambia e si urbanizza, Varese continua a riconoscersi in gesti antichi.
Come arrivare alla festa
Raggiungere la festa a Varese è facilissimo. Per chi sceglie i mezzi pubblici la stazione ferroviaria di Varese Casbeno è a 1,2 chilometri dal centro, cioè a pochissima distanza dal cuore della festa. Se invece si preferisce l'automobile, l'uscita di riferimento è lo svincolo di Varese via L. Gasparotto - Laveno - Luino: da lì bastano 4 minuti di guida (4,1 chilometri) per immergersi nei festeggiamenti.
Eventi nei dintorni
Poco lontano, altre tradizioni dello stesso territorio.
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