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Giostra della Quintana ad Ascoli Piceno 2027 - Il moro di legno che colpito gira e disarciona
Questa e' l'ultima edizione di cui abbiamo notizia: le date della prossima non sono ancora state annunciate.
Fonte: quintana.it, letta il 19/09/2026.
La Giostra della Quintana si corre ad Ascoli Piceno, nelle Marche, due volte l'anno: la sera del secondo sabato di luglio, l'edizione dedicata alla Madonna della Pace, e il pomeriggio della prima domenica di agosto, quella «della tradizione», in onore di Sant'Emidio, patrono della città. I cavalieri dei sei Sestieri — Piazzarola, Porta Maggiore, Porta Romana, Porta Solestà, Porta Tufilla e Sant'Emidio — corrono su un tracciato a forma di otto delimitato da siepi e devono colpire con la lancia lo scudo di un fantoccio che, colpito, gira su sé stesso e può disarcionarli. Le due giostre sono precedute dallo stesso corteo storico, che ha raggiunto più di 1500 figuranti, e la manifestazione moderna è nata nel 1955.
Un bersaglio che risponde
Nelle giostre italiane il cavaliere corre contro qualcosa che sta fermo: un anello, un tabellone, una testa di legno. Ad Ascoli no. La sfida è unica nel suo genere perché il bersaglio è uno scudo sorretto da un fantoccio con le sembianze di un saraceno, chiamato «moro» — e il fantoccio si muove.
Resta un avversario insidioso e selettivo, perché l'impatto che i cavalieri devono reggere negli assalti è tremendo; e soprattutto perché colpita, la sagoma gira su sé stessa e può disarcionare chi l'ha centrata. Il bersaglio sta sullo scudo fissato al braccio sinistro; sul destro, in origine, il moro portava un flagello, e le descrizioni antiche della giostra dicono chiaramente qual era il gioco: colpire il centro dello scudo evitando di essere centrati dal colpo di bastone che il fantoccio teneva nell'altra mano.
Da dove venga quella sagoma si può ricostruire passo per passo. La civiltà medievale trasformò l'addestramento militare in un esercizio di destrezza a cavallo, da farsi al galoppo con la lancia contro un palo rivestito dapprima da una botte — è raffigurato così nell'affresco di Santa Maria di Mevale, presso Visso, datato 1492 — e poi trasformato nella sagoma di un nemico che imbraccia uno scudo, prima fissa e poi girevole.
Il campo a forma di otto
Il luogo della sfida ad Ascoli si chiama campo dei giochi di Ponte Majore, sta fra il complesso del Forte Malatesta e la chiesa di San Vittore, e in città lo chiamano il tempio sacro della Quintana. La pista, stesa su una miscela particolare di sabbia, ha una forma che non ha eguali: due corsie ricavate dalle diagonali del campo e raccordate fra loro sui due fronti opposti, così che il tracciato disegni un otto. Misura 720 metri ed è delimitata da siepi a cordoli che formano quattro «gocce» d'erba. Il moro sta dove le due corsie si incrociano, infisso nel vertice nord.
Ogni cavaliere lo affronta in tre tornate da tre assalti l'una: nove passaggi in tutto. Il conto dei punti è severo. Il bersaglio è diviso in cinque zone concentriche, con punteggio decrescente dal centro verso l'esterno: 100, 80, 60, 40, 20 punti. Le penalità pesano più dei centri mancati: toccare una siepe con gli zoccoli del cavallo costa 30 punti, mentre uscire con tutti e quattro gli zoccoli oltre la linea, perdere la lancia durante l'assalto o farsi disarcionare rende la tornata nulla, cioè buttata via.
Poi c'è il cronometro, e vale quanto la mira. Il punteggio base è di 300 punti per 55 secondi netti, con due punti in più per ogni decimo risparmiato e due in meno per ogni decimo in eccesso: chi impiega 60 secondi, per fare un conto, si ritrova a 200. Oltre i 60 secondi non viene assegnato alcun punteggio.
L'ordine di corsa, infine, cambia strada facendo. Le prime due tornate seguono l'ordine estratto alla vigilia; la terza, quella che decide, si corre in ordine inverso rispetto alla classifica provvisoria — chi comanda parte per ultimo, sapendo esattamente quanto gli serve.
Sei sestieri, dodici colori
A correre sono sempre sei, uno per quartiere: Piazzarola, Porta Maggiore, Porta Romana, Porta Solestà, Porta Tufilla e Sant'Emidio. Quasi tutti portano il nome di una porta della città, e ognuno ha la sua coppia di colori.
Porta Romana corre in rosso e blu e prende il nome dalla porta che si apriva sulla via Salaria, a ovest; Porta Maggiore, in nero e verde, dalla porta civica realizzata nel 1587 e ormai demolita; Piazzarola, in bianco e rosso, da Plateola, la piccola piazza dove sorgeva la chiesa di Sant'Angelo Minore, demolita nel 1908; Porta Solestà, in giallo e blu, dall'omonima porta civica. Porta Tufilla veste nero e rosso e il suo territorio si estende fuori dalla porta omonima, edificata nel 1553, mentre Sant'Emidio, in rosso e verde, comprende il centro storico, piazza del Popolo e piazza Arringo.
I colori non servono soltanto a distinguere le squadre. I «quintanari» si riconoscono per ruolo sociale oltre che per sestiere, sempre dal colore di quel che indossano, e la ricchezza e i particolari degli abiti dicono la posizione che quel personaggio avrebbe avuto nella città vera.
Prima che la gara cominci c'è un gesto che col punteggio non c'entra niente. I sei giostranti percorrono un giro di campo e si fermano sotto il palco del Magnifico Messere per salutare le dame; e le dame rispondono annodando all'asta del cavaliere un fazzoletto con i colori del suo sestiere, che lui si lega al braccio e tiene per tutta la gara come segno di buon auspicio. Poi si parte, e da lì è solo galoppo: i cavalli vengono lanciati a tutta velocità già dal punto di partenza.
I sestieri, del resto, non si sfidano solo sul campo. La più antica delle altre gare riguarda le bandiere: la presenza degli sbandieratori alla Quintana è legata alle solenni feste religiose in cui si svolgeva il «Ballo della 'nzegna», tradizione che nel Piceno si fa risalire almeno al Cinquecento. Oggi gli sbandieratori sono uno degli elementi portanti della rievocazione, per livello e per numero: oltre alle gare loro dedicate si esibiscono lungo il corteo storico e in un numero collettivo al campo dei giochi. La sfida diretta fra i sei sestieri è però recente e ha cambiato piazza — cominciò nel 1989 in piazza del Popolo e dall'edizione del 2004 si tiene in piazza Arringo. C'è poi la gara di tiro con l'arco, che ad Ascoli non è soltanto una competizione ma l'espressione viva della tradizione cittadina, e anche lì i sestieri corrono per conto proprio.
Due giostre, due protettrici
La Quintana non si corre una volta sola: si tiene due volte l'anno, a luglio e ad agosto. L'edizione di luglio, introdotta in modo stabile dal 1997, è dedicata alla Madonna della Pace e si disputa la sera del secondo sabato; quella d'agosto, chiamata anche «della tradizione», si corre nel pomeriggio della prima domenica in occasione della festa di Sant'Emidio, patrono e primo vescovo storicamente attestato della città.
Quella di luglio si corre di notte, e la notte fa parte dello spettacolo, fra l'illuminazione a fiaccole e diversi effetti speciali. La dedica viene da una storia di riconciliazione: la leggenda racconta che le antiche famiglie ascolane, in guerra fra loro, fecero pace udendo il suono delle campane che veniva dalla chiesa dove ancora oggi è custodita l'effigie della Madonna della Pace, cioè Sant'Agostino. Alla vigilia si tiene anche il «Saluto alla Madonna della Pace», con gli stessi figuranti dell'Offerta dei Ceri ma senza i rappresentanti dei Castelli.
Quella d'agosto ha come prologo l'Offerta dei Ceri, che si celebra in piazza Arringo davanti al Duomo. Non è una cerimonia simbolica: quei ceri servono davvero, tutto l'anno. Ogni sestiere, il Comune e le categorie degli antichi mestieri offrono al vescovo, per mano dei valletti, mazzi di ceri che verranno arsi sulla tomba del patrono nei dodici mesi seguenti; e il «cero grosso», il più grande di tutti, lo regala il Comune in nome della cittadinanza. Finita l'offerta si sorteggia chi parte per primo, con un metodo rimasto identico: i nomi dei sestieri scritti su bigliettini, arrotolati e raccolti dentro l'elmo del Capitano degli Armigeri.
Il corteo che esce dai quadri di Crivelli
Prima della gara sfila la città, ed è la parte che si vede da più lontano: nel panorama delle rievocazioni storiche italiane e straniere è il corteo storico a distinguere Ascoli. Sono circa 1500 figuranti.
I costumi sono ispirati al XV secolo, in ricordo degli Statuti Ascolani del 1377 che disciplinano la consuetudine e la citano, e non sono inventati: l'eleganza degli abiti viene dai ritratti dei grandi artisti che lavorarono ad Ascoli nel Quattrocento, primo fra tutti Carlo Crivelli. Alcuni portano la firma di stilisti italiani molto noti come Pizzi, Guidetti e Martini, e i più belli sono oggi custoditi nella sede dell'ufficio Quintana, in piazza Arringo, che si può visitare anche d'estate.
Il corteo si muove col passo cadenzato dell'antica arte militare, fra lo squillo delle chiarine, il rullo dei tamburini e gli sbandieratori che si esibiscono quasi senza interruzione lungo il percorso. Apre il gruppo comunale, seguito dai castelli e dai sei sestieri, che avanzano secondo l'ordine di giostra della classifica dell'ultima edizione disputata: la graduatoria dell'anno prima si legge nella fila. L'ammassamento è in piazza Ventidio Basso; da lì si attraversa il centro, si passa per piazza del Popolo e si arriva al campo dei giochi. Dentro ci sta tutta la città con le sue cariche: il sindaco impersona il Magnifico Messere, che un tempo era il capo della città, e con lui sfilano dame, damigelle, nobili, paggi, armigeri, musici, sbandieratori, arcieri, balestrieri e consoli.
Il premio è un drappo. Il Palio è uno stendardo in tessuto pregiato dipinto, che dopo la consegna resta nella sede del sestiere vincitore; nei giorni che precedono il torneo, dopo la presentazione, viene esposto nel cortile interno del palazzo dei Capitani, da dove lo si preleva per ciascuno dei cortei. Un tempo il premio era la stoffa in sé, un drappo di grandi dimensioni di tessuto pregiato con cui confezionare cotte, tende, tovaglie, abiti; dall'Ottocento in poi si consolidò l'uso di assegnare al primo classificato uno stendardo dipinto, e nell'era moderna a firmarlo sono stati artisti italiani e internazionali di rilievo.
Dalla via dell'accampamento romano al ritorno del 1955
Il nome viene dall'esercito di Roma. La quintana era la via che separava il quinto e il sesto manipolo nell'accampamento romano ed era destinata agli esercizi di addestramento: lì si conficcava un palus alto sei piedi contro cui i legionari si allenavano con spada e giavellotto, come racconta Vegezio nell'Epitoma rei militaris, IV secolo d.C. Il fantoccio, invece, ha un'altra spiegazione: le radici della giostra ascolana risalgono per alcuni al IX secolo, quando i Saraceni invasero il territorio dei Piceni, e da lì verrebbe il busto da colpire che rappresenta il Moro, il nemico della fede.
Il documento che per primo la registra sono gli Statuti Ascolani, redatti nel 1377 e stampati nel 1496, che danno per già consolidata l'abitudine di chiudere con questo torneo la giornata del 5 agosto. Quel che vi si legge vale la pena di riportarlo com'è scritto: la festa andava celebrata «con solempnità de jochi et de balli, alegramente», e in onore del patrono doveva essere portato un pallium, cioè un tessuto di velluto. La Quintana faceva parte di una serie di giochi «apparecchiati» per le feste patronali, ne era l'elemento civile e ludico più atteso, e si correva in piazza Arringo.
Non era sola. Le gare del giorno del patrono si aprivano con la giostra dell'anello, in cui i cavalieri, dopo una lizza al galoppo, dovevano infilare con la lancia un anello appeso a una catenina fissata a un palo in mezzo alla piazza: quell'anello era d'argento, pesava quattro once e misurava una decina di centimetri di diametro, ed era anche il premio, cioè si vinceva l'oggetto stesso che si era centrato. C'era poi la corsa dei cavalli, la gara che nei secoli si è svolta con maggiore continuità: la «mossa» veniva data a Porta Romana, i cavalli percorrevano per intero il Corso — che proprio da quelle corse prese il nome — e svoltavano verso la piazza, dove il traguardo era un pregiato drappo di velluto, premio a chi lo toccava per primo. Fu sospesa definitivamente alle soglie della Seconda guerra mondiale, perché ritenuta troppo pericolosa. E c'era la gara di chi i cavalli non li aveva: accanto ai giochi riservati all'aristocrazia correva a piedi il popolo, e ai primi tre andavano un maiale, uno scudo e una spada.
La Quintana di oggi, però, non è tornata da sola: qualcuno l'ha rimessa in piedi. Nel 1955 un gruppo di innamorati di Ascoli e della sua storia decise di rilanciare un momento di partecipazione popolare le cui origini affondavano nell'antichità. Ci lavorarono gli storici don Carlo Cardarelli, Carlo Baiocchi e don Giuseppe Fabiani, l'industriale Nazzareno Peci, lo scenografo Danilo Ciampini, il professore di educazione artistica Alberto Costantini e l'avvocato Giulio Franchi, con la consulenza di Aldighiero Batini, ascolano d'origine, allora Maestro di Campo del Calcio in Costume Fiorentino: un torneo si rimise in moto guardando come funzionava quello fiorentino. La ricostruzione di quei mesi la si legge in Carlo Paci, «Come e perché la città si rituffò nel medioevo», nel quaderno n. 7 dell'Ente Quintana del 1994. Da allora ogni edizione ha aggiunto costumi e figure, fino alla composizione attuale.
E non riguarda solo la città murata. Alla Quintana si conserva la memoria degli antichi patti di alleanza con il territorio: sono i Castelli e le Terre che sfilano coi propri gonfaloni accanto ai sestieri. Per Ascoli non è una manifestazione folcloristica ma la preparazione a un rito, la creazione di un ritmo — quello dei tamburini, che è diverso per ogni sestiere — e la misura di un'appartenenza. Tanto che la giornata non finisce con la gara: al termine della giostra il corteo si ricompone e, nell'ordine dettato dalla classifica appena uscita dal campo, riporta i quintanari nei propri sestieri.
Come arrivare alla festa
Farsi avvolgere dalle atmosfere della Giostra della Quintana, ad Ascoli Piceno, è alla portata di tutti. Per chi sceglie i mezzi pubblici la stazione ferroviaria di Ascoli Piceno è a 2,8 chilometri dal centro, cioè a pochissima distanza dal cuore della festa. Se invece si preferisce l'automobile, l'uscita di riferimento è lo svincolo di Ascoli Piceno: da lì bastano 3 minuti di guida (1,9 chilometri) per immergersi nei festeggiamenti.
Da vedere qui intorno
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