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Folklore e Rievocazioni

Ju Catenaccio a Scanno 2027 - I nastri che fermano il corteo e il colore delle trecce

6 min di lettura · Scritto da: Rodolfo de Carvalho
Ultima edizione conosciuta
14 agosto 2026
Dove Piazza della Madonna della Valle, Scanno

Questa e' l'ultima edizione di cui abbiamo notizia: le date della prossima non sono ancora state annunciate.

Fonte: ladolcevita.tv, letta il 21/09/2026.

«Ju Catenaccio» si rievoca a Scanno, in provincia dell'Aquila, il 14 agosto, la vigilia di Ferragosto. È il corteo nuziale scannese: una sola coppia si sposa davvero, tutte le altre sfilano in coppia dietro di lei, e le donne indossano il costume tradizionale, con le trecce di seta il cui colore cambia secondo la ricorrenza.

Chi vuole passare paga in dolciumi

Il corteo nuziale di Scanno non arriva in piazza di filata. Lungo il percorso viene interrotto, e l'interruzione è organizzata: di tanto in tanto il corteo è fermato da una serie di nastri colorati tesi attraverso la strada da gruppi di giovani che chiedono doni e dolciumi per liberare il passaggio.

Il pedaggio si paga in dolci, e poi la catena riprende a muoversi. Alla fine, quando il corteo ha attraversato il centro storico e raccolto l'applauso, piove la «sciarra» di confetti e monete, un tempo segno di augurio per i novelli sposi.

Trecce nere, trecce chiare

Il copricapo femminile è decorato con le «trecce», spessi cordoni di seta ritorti e intrecciati attorno al capo — e quei cordoni non hanno un colore fisso.

Erano nere per il lutto, chiare — panna o beige, ma non bianche — per le nozze, bianche per la festa di Sant'Antonio, rosse per la festa di Sant'Eustachio, patrono di Scanno, azzurre per l'Assunta. Il colore dei lacci variava secondo la ricorrenza religiosa.

Il resto del copricapo è l'elemento più caratteristico dell'intero costume: realizzato in seta, di colori generalmente chiari, ha una forma vagamente a basco e una foggia che ricorda alcuni copricapo orientali. È chiamato anche «cappellitto», copricapo squadrato dal quale scendono i cordoni.

Il corteo che dall'alto sembra una catena

Il nome della festa è una descrizione vista da sopra i tetti. «Ju catenacce» significa «il catenaccio», e viene dal fatto che il corteo, visto dall'alto, ne ha esattamente la forma: una lunga catena umana, chiusa, che si snoda nei vicoli di pietra.

La regola che la tiene insieme è precisa. Una sola coppia si sposa realmente; tutti gli altri sono parenti e amici che sfilano rigorosamente in coppia, un uomo e una donna. E l'ordine non è casuale: gli sposi aprono la fila, poi vengono i parenti più prossimi, e in coda gli amici e i parenti alla lontana.

Un tempo il corteo partiva dalla casa della sposa per accompagnarla in chiesa, e poi riprendeva fino alla casa dei neo sposi. Oggi attraversa quella che a Scanno chiamano «la ciambella» del centro storico, passando per archi, piazze e chiese, spesso al tramonto, e finisce in Piazza della Madonna della Valle, dove si balla la quadriglia. Mentre le coppie sciolgono la fila e ballano, gli organizzatori offrono agli spettatori i dolci tipici scannesi.

Un poemetto del Settecento come copione

La rievocazione ha un testo di riferimento. Il primo a descrivere l'usanza fu Romualdo Parente, poeta scannese vissuto fra il 1737 e il 1831, che nel Settecento compose un poemetto in dialetto locale sulle nozze del pastore Nanno e della villanella Mariella, «Zu matremuónie a z'euse», cioè «Il matrimonio secondo l'uso».

Il poemetto è un inventario completo del rito: il fidanzamento, gli incontri, la serenata, la preparazione delle nozze, la preparazione della casa degli sposi da parte della madre della sposa, il commiato della sposina dalla madre, i canti rituali da intonare durante la processione verso la chiesa e i canti notturni della prima notte di nozze. A questi si aggiungono il risveglio e la vestizione della sposa, gli impegni dello sposo occupato ad assicurarsi di persona della partecipazione dei parenti e amici, la stima e il trasporto della dote, il pranzo e il ballo finale.

Il corteo che oggi attraversa i vicoli è definito «la fedele ricostruzione di quello descritto da Parente». La tradizione affonda le radici nel Settecento, quando Scanno era uno dei borghi più vivaci e culturalmente ricchi del Regno di Napoli; più tardi Antonio De Nino e altri studiosi di folklore abruzzese documentarono con minuzia queste pratiche.

L'abito che aspira all'Unesco

Il costume femminile di Scanno è considerato uno dei più raffinati d'Abruzzo, e dal 2022 è al centro del percorso per il riconoscimento come patrimonio immateriale dell'umanità dell'Unesco.

È fatto di un'ampia gonna lunga fino ai piedi — nera, a volte verde scuro o d'altri colori, in stoffa pesante e a balze —, coperta davanti dalla «mandera», un grembiule di broccato in colori più chiari. Sopra c'è il corpetto aderente in velluto nero, detto «ju commodine», con larghe maniche che si restringono ai polsi, e sotto una camicia bianca con pizzi ricamati a mano, reminiscenza degli antichi indumenti femminili del Rinascimento e legata alla tradizione del merletto a tombolo aquilano di Pescocostanzo. Al collo sta la gorgiera, anch'essa tessuta al tombolo, che è una delle attività tradizionali delle donne scannesi. Ai piedi, pantofole di panno ricamato.

Sopra tutto questo vanno i gioielli, e sono la parte che le famiglie si tramandano di generazione in generazione: le circeglie, la presentosa, il laccio e l'amorino, nati dalle mani dei maestri orafi scannesi e diventati il simbolo dell'artigianato del paese. La presentosa è un ciondolo in filigrana a forma di stella con due cuori intrecciati al centro — il gioiello legato alle dichiarazioni d'amore —, e ne esistono diverse varietà. Ci sono poi gli orecchini pendenti a navicella, detti «sciacquaje», e le «cannatore», elementi sferici o ovali d'oro forse di origine longobarda, frequenti soprattutto nel costume scannese. Gli ori si dispongono sulla cosiddetta «punta» del costume.

Del costume maschile — panno di velluto nero, pantaloni al ginocchio, calzettoni bianchi, giacchetta corta con bottoni, panciotto, camicia col colletto ricamato, ciocie oppure scarpe di cuoio con fibbia d'argento — oggi non resta nulla in corteo: gli uomini indossano il tight. Solo le donne portano ancora il vestito tradizionale.

Fotografi a Scanno

Quel costume è stato a lungo vita quotidiana. Fino a vent'anni fa decine di donne indossavano ancora in paese il pesante e maestoso costume tradizionale, sia nella versione di tutti i giorni sia in quella festiva. Un capo che non si vede più è il panno rettangolare color vinaccia, di lana e tessuto di casa, avvolto al petto come sottoveste, identico al «fasciatore» usato d'inverno come mantello — nel 1965 un documentario della Rai illustrò come le donne di Frattura, frazione di Scanno, lo usassero tutte all'arrivo dell'inverno.

Nel frattempo quei vicoli sono diventati uno dei posti più fotografati d'Italia. Ci sono passati Henri Cartier-Bresson, Mario Giacomelli, Ferdinando Scianna e Gianni Berengo Gardin, che a Scanno ha dedicato un volume dal titolo eloquente, «Scanno. un paese che non cambia»; e prima di loro Hilde Lotz-Bauer, che negli anni Trenta ne fu antesignana della fotografia di strada. Il paese compare anche nei ritratti di Francesco Paolo Michetti e Basilio Cascella, e nelle memorie private di Gabriele D'Annunzio.

Il borgo sta nel cuore del Parco Nazionale d'Abruzzo, Lazio e Molise, sopra il lago a forma di cuore.

Come arrivare alla festa

La festa a Scanno si raggiunge con un viaggio non brevissimo, e vale la pena affrontarlo. Per chi sceglie il treno, la stazione ferroviaria più vicina è quella di Anversa-Villalago-Scanno, a 19 chilometri: conviene organizzarsi per coprire l'ultimo tratto. In automobile si esce allo svincolo di Rivoli Nord, e il tragitto è di 27 chilometri per 24 minuti di guida.

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