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Folklore e Rievocazioni

Panevin e rogo della Vecia in Veneto: il fantoccio di paglia sulla catasta 2027

10 min di lettura · Scritto da: Rodolfo de Carvalho
Quando
6 gennaio 2027

Ricorrenza a data fissa.

Nella notte fra il 5 e il 6 gennaio, in tutta l'Italia nord-orientale e in Emilia occidentale, si accendono grandi cataste di legna e foglie. Ma quando il fuoco è alto, in Veneto non si guarda il fuoco: si guarda dove va il fumo. La direzione del fumo e delle faville — che i contadini alzavano anche di proposito, con una forca — si legge come presagio dell'anno che viene.

Dove va il fumo, e che cosa vuol dire

Il presagio si recita in versi, e ogni zona ha i suoi. Nel Trevigiano dicono «se le fuische le va a matina, ciol su el saco e va a farina»: se la cenere va verso est, l'anno sarà sfortunato e toccherà andare a comprare la farina. Se invece va a ovest, «se le fiusche le va a sera, polenta pien caliera», l'annata sarà di abbondanza. Altrove la formula mette insieme il pane, il vino e il granoturco: «Pan e vin, ła pinsa soto el camin. Faive a ponente panoce gnente, faive a levante panoce tante.»

C'è anche chi legge il vento invece del fumo: quello da sud-ovest annuncia pioggia, quindi fertilità e prosperità, quello da nord-est tempo asciutto, quindi terre aride e raccolti scarsi. E c'è un presagio che riguarda la struttura e non il cielo: la caduta della croce o del palo che sostiene la pira porta male, tanto che in certe zone quel palo doveva restare in piedi almeno otto giorni.

La vecia sulla cima

Sopra la catasta, quasi sempre, c'è un fantoccio: la vecia, responsabile di tutti i malanni e le sfortune dell'anno appena passato. Il suo aspetto è codificato: è fatta di paglia e somiglia a una vecchia con i vestiti logori, il naso adunco, i capelli coperti da un fazzoletto e un ventre prominente.

I nomi che porta dicono che cos'era prima. In veneto la chiamano Maràntega — mare antiga, madre antica — oppure Redodexa, e nelle isole Veròla. E le si attribuisce una discendenza divina: rappresenterebbe Reitia, la dea della Terra alla fine del ciclo delle stagioni, ormai vecchia; ridotta in carbone e quindi trasformata in energia, rinascerà a primavera bella e giovane, pronta a fare di nuovo i suoi doni.

Bruciare un fantoccio, del resto, è un gesto molto più vecchio del cristianesimo: i Celti accendevano fuochi per ingraziarsi la divinità e bruciavano un fantoccio che rappresentava il passato. La vecchia, in quel gioco, incarna la miseria e le difficoltà di una stagione poco prospera — è l'inverno stesso, messo in cima e dato alle fiamme.

Otto metri di rami attorno a un palo di acacia

La catasta si costruisce, e ha misure sue: arriva a 8-10 metri d'altezza su una base circolare di 3-4 metri di diametro, ed è fatta di rami secchi, sterpaglie, legna e tutto quello che un tempo era inutile e destinato a bruciare.

Al centro ci vuole un sostegno robusto. Si pianta nel terreno un palo di acacia — in dialetto gaxìa — o di altro legno solido, che deve reggere tutto il materiale ed essere abbastanza alto da accogliere la vecia in cima. Il resto si impila a cono, o a campana, e la forma non è un vezzo: serve a lasciare aria fra i residui legnosi perché le fiamme si propaghino.

Anche quello che si brucia racconta da dove viene l'usanza. Nelle province di Treviso e Venezia si usano sterpaglie, ramaglie, residui di potature, foglie; in provincia di Pordenone si usavano invece i mannelli delle canne di mais. E in una versione del rito, dentro la catasta — che da quelle parti si chiama Berolòn — si mettono i simboli del raccolto: in tre punti diversi devono stare brattee di granturco, fascine di rami di vite e paglia.

L'acqua santa, il bambino, le tre croci

Il rito ha un ordine preciso, e comincia col suono delle campane: dopo il rintocco dell'Ave Maria si apre la funzione sacra. Poi tocca a una donna, che canta strofe propiziatorie, getta acqua santa sul falò, lo benedice, si sposta vicino ai tre simboli del raccolto e prega ad alta voce. Ad accendere è il più piccolo: il bambino o la bambina della famiglia o del gruppo, che attizza il falò con della paglia. A leggere il futuro, invece, tocca a un uomo, che pronostica l'andamento dell'annata agraria in base alla direzione del vento, delle faville e del fumo, ricorrendo ai modi di dire della solennità.

Alla fine si torna sulla cenere: quando il falò è ridotto in cenere un'altra donna ci gira intorno e con un bastone la segna con tre croci invocando il Signore, e poi i presenti la calpestano pronunciando preghiere e frasi beneauguranti. Quella cenere non si butta: si sparge nei campi, nei pollai e nell'abbeveratoio del bestiame.

Quando c'è il prete, il fuoco si benedice, e perfino il rumore ha una spiegazione: lo scoppiettare dell'acqua santa nel fuoco è il demonio infuriato che fugge. L'acqua si andava a prendere la sera prima, quando dopo la messa la gente ritirava in chiesa l'acqua benedetta da portare al panevin. E quando il fuoco è alto la festa si fa rumorosa: il tripudio, la bevuta, la mangiata, le urla, le fucilate dirette alla vecia, i salti in aria. I riti che precedono l'accensione, poi, cambiano di paese in paese: tre giri di corsa attorno alla catasta, il primo fuoco appiccato da un bambino con l'aiuto di un adulto, l'invocazione di figure terze perché portino il proprio aiuto.

Un rito con venti nomi, e una pinza cotta sotto la cenere

Lo stesso fuoco cambia nome ogni pochi chilometri. In Friuli è il «pignarûl», in certe zone della Bassa friulana la «cabossa»; in Bisiacaria la «seima»; nelle province di Treviso, Pordenone e Venezia il «panevìn» o «panaìn» — da pan e vin, augurio di un anno di abbondanza — ma anche «pìroła-pàroła», «vècia», «fogherada» e «bubarata»; nel basso Friuli e nel Veneto orientale la «foghèra» o «casèra»; nel Veronese e nel Polesine briolo, buriolo, brugnèlo, brujèo, bruja. A questi si aggiungono i «Paraguoi» o «Paaruoi» bellunesi e i «brusa la vecia» veronesi; e fuori dal Veneto il rito cambia anche data, perché fra Bologna e Modena il fantoccio è un vecchio e il «falò del vecchione» si brucia la notte di San Silvestro. Il nome principale, scrive un giornale, non si può nemmeno tradurre: «Panevin è intraducibile in italiano e credo in ogni altra lingua. L'italiano dovrebbe conservare il termine dialettale com'è, arrotondandolo al massimo in "panevino" e rinunciando alla pretesa di identificarlo nel falò.»

Attorno al fuoco si mangia una cosa sola, e si cuoce nel fuoco stesso: la pinza, una focaccia dolce schiacciata che si prepara solo per l'occasione, con farina gialla di mais — da cui l'altro nome, pane giallo — uva conservata, fichi secchi, zucchero, semi di finocchio, latte e grappa; c'è anche chi la fa con pane raffermo imbevuto di latte, e per il resto ci mette quello che la fantasia suggerisce. Prima del Cinquecento, al posto del mais, si usavano il miglio o il grano saraceno. La cottura è la parte migliore: la pinza si mette a cuocere sotto la cenere calda del panevin, avvolta in foglie di cavolo o di verza.

C'è perfino una regola per chi cerca marito: le ragazze da sposare, per assicurarsi le nozze entro l'anno, devono assaggiarla in sette famiglie diverse. Accanto vanno il salato e il caldo — salsicce di maiale e vin brulé, fatto con vino rosso bollito, zucchero, chiodi di garofano e cannella, e nel Trevigiano con le mele. Perché la pinza esista, infine, lo spiega un libro di cucina: come ricorda Giuseppe Maffioli ne «La Cucina trevigiana», se sulla tavola dei ricchi il pane arricchito diventava panettone, su quella dei contadini, con risorse molto ridotte, la polenta diventava pinza.

Dal solstizio all'Epifania, e poi a Quaresima

La data di oggi è il risultato di due spostamenti: in origine il panevin celebrava col fuoco il solstizio d'inverno, che secondo il calendario giuliano cadeva il 25 dicembre; quel giorno coincise poi con la nascita di Gesù, e infine il fuoco fu spostato di dodici giorni, alla vigilia dell'Epifania.

Il cristianesimo ha dato alle fiamme un compito nuovo: i fuochi d'Epifania ricordano quelli accesi dai pastori per asciugare i panni del Bambino e per rischiarare la strada ai Magi, che si erano smarriti da queste parti. Prima servivano ad altro: storicamente l'evento era associato a elementi magici e superstiziosi, e l'offerta di sacrifici serviva a propiziare il raccolto; i Celti accendevano i fuochi per invocare la benevolenza di Beleno, dio del fuoco, sui campi e per allontanare gli influssi malefici, e bruciavano un fantoccio che rappresentava il passato mentre i contadini, in cerchio, gridavano e cantavano formule augurali.

Il panevin ha anche un fratello a fine inverno, e lì la vecchia viene processata. Al falò di metà Quaresima si brucia un fantoccio dalle sembianze di vecchia strega, simbolo dell'inverno, del male e della miseria, e il rogo è preceduto da un vero «processo», in cui la vecchia fa da capro espiatorio per tutti i mali della comunità: tasse, cattiva amministrazione, calamità naturali. La formula è quella di un'aula vera: l'accusa pronuncia la requisitoria, l'avvocato difensore si oppone, e alla fine si arriva alla condanna. I due fuochi si dividono i compiti: il panevin chiude il Natale e apre il Carnevale, il rogo della vecchia si lascia definitivamente alle spalle l'inverno e affretta l'arrivo della primavera.

Non tutti, però, leggono il fuoco allo stesso modo. Nel racconto Vidisoni si fa notare che nella Marca trevigiana il panevin non «se brusa», si «fa»; e nel ricordo di Bucciol quello che bruciava non era simbolicamente l'anno vecchio, ma un legno speciale, una sorta di totem arcaico che per il contadino evocava potere oltre che propiziare fortuna — quello che oggi si chiamerebbe uno status symbol, non di ricchezza ma di potenza lavorativa.

Il culto del fuoco, del resto, è immemorabile, per il valore spirituale della luce che disperde la buia angoscia: la fiamma assume il significato cosmico della divinità, invocata a scacciare le tenebre col suo fulgore, a umiliare il freddo col suo calore, a evocare l'eterno nel momento cruciale dell'anno che si spegne. E il focolare porta lo stesso peso anche nel nome: il larin esprime l'idea di protezione accordata dai lari, gli spiriti della casa.

Quanto al motivo per cui si continua a farlo, la risposta non è il presagio ma la compagnia: il panevin è arrivato fino a oggi perché esprime il bisogno di stare insieme, di dividere con gli altri ansie e gioie; ritrovarsi attorno allo stesso fuoco nel periodo più duro dell'anno per il lavoro nei campi riaffermava, con la presenza di tutti, la necessità di un legame fraterno e di una rinnovata armonia con la natura, nonostante gli stenti e le privazioni. E c'era anche una ragione molto concreta, che riguardava chi aveva fame: «andare a chiamare panevin» era il modo di offrire ai più poveri e alle famiglie numerose qualcosa da mangiare in quelle serate. Attorno al falò i compiti erano divisi: le donne non partecipavano alla costruzione ma organizzavano cibo e bevande, e mentre gli adulti bevevano il brulé i più piccoli trovavano il tè caldo.

Oggi il panevin si organizza in due modi: in famiglia, oppure da parte di associazioni che ne fanno una festa vera e propria, animata da moltissime persone. Fra Conegliano, Valdobbiadene e Vittorio Veneto se ne contano ancora moltissimi, e nel Trevigiano li curano le pro loco e gli Alpini, che con la loro macchina organizzativa mettono in piedi eventi molto affollati. Dal 1993 il Consorzio Pro Loco del Quartier del Piave si impegna a valorizzare e preservare l'antico rito, e ha introdotto anche regole nuove: solo legna vergine per i falò, mentre altrove i comitati hanno fissato le dimensioni da rispettare e vietato le ramaglie verdi, le resinose e i tralci di potatura delle viti.

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