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Folklore e Rievocazioni

Partita a Scacchi a Personaggi Viventi a Marostica con oltre 650 figuranti 2026

9 min di lettura · Scritto da: Rodolfo de Carvalho
Quando
dall'8 al 16 settembre 2028
Dove Piazza Castello, Marostica

Fonte: marosticascacchi.it, letta il 19/09/2026.

La Partita a Scacchi a Personaggi Viventi si gioca a Marostica, in provincia di Vicenza, in Veneto, nei fine settimana di settembre e soltanto negli anni pari, con cadenza biennale. Sulla grande scacchiera in marmo che pavimenta Piazza Castello pedoni, alfieri, cavalli, torri, re e regine non sono pezzi di legno: sono uomini, donne e bambini in sontuosi abiti rinascimentali, che si spostano sulle 64 caselle al comando dei due giocatori. I figuranti sono oltre 650; si recita negli spettacoli serali di venerdì, sabato e domenica, con l'incendio del castello nel finale, e in quello della domenica pomeriggio alla luce naturale, e dal 2011 la Partita ha il riconoscimento di «Patrimonio d'Italia» del Ministero del Turismo.

Pezzi che respirano, per una contesa d'amore

La storia che si mette in scena è una lite risolta senza sangue. Siamo nel 1454, quando Marostica era una delle fedelissime della Serenissima, e il signore della città era il castellano Taddeo Parisio, che aveva una figlia, Lionora. Due giovani nobili se ne innamorarono entrambi e decisero di sfidarsi a duello: Rinaldo da Angarano, detto Spadaforte, figlio di Rambaldo, sollecito difensore della Repubblica di Venezia, e Vieri da Vallonara, d'animo cortese, figlio del nobile Cante, fedele servitore di Venezia.

Il padre lo impedì appoggiandosi a una legge antica. Rifacendosi a una vecchia ordinanza di Cangrande della Scala che aveva proibito i duelli, il castellano propose un'altra sfida: «il nobil ziogo de li scacchi». Quell'editto, racconta la leggenda, era stato emanato poco dopo la tragica vicenda di Giulietta e Romeo, e i dogi veneziani lo avevano confermato rendendolo più severo.

Il perdente, comunque, non restava a mani vuote: sarebbe comunque diventato parente del governatore, sposandone la sorella Oldrada. Vinse Vieri da Vallonara, che ebbe Lionora; a Rinaldo andò la mano di Oldrada. La disputa si teneva in piazza, con pezzi grandi e vivi, davanti alla nobiltà locale e al popolo.

Una pergamena che non c'era

Quella vicenda, però, non viene da un archivio: viene da un libretto teatrale, scritto da Mirko Vucetich (1898-1975). E per farla sembrare vera l'autore aggiunse un dettaglio d'invenzione: ideò il fortuito ritrovamento di una pergamena nell'archivio dell'antica Cancelleria di Marostica, un manoscritto datato 1454 su cui si raccontavano i fatti «storici» ripresi nella partita.

Se Rinaldo da Angarano e Vieri da Vallonara siano davvero esistiti, quindi, è una domanda che resta aperta — e che a Marostica ci si pone apertamente.

Dal 1923 alla scacchiera di marmo

La prima partita è di un secolo fa e nacque nella testa di uno studente: l'idea venne a Francesco Pozza, giovane studente di chimica, poi docente e regio ispettore scolastico. Nel 1923, messo insieme il progetto e coinvolti alcuni imprenditori, il comitato organizzatore mise a soqquadro la città e convinse centinaia di ragazzi e adulti a improvvisarsi maestranze e figuranti per un giorno. Andò in scena il 2 settembre, in un caldo pomeriggio domenicale, in piazza Umberto I, oggi piazza Castello, e le mosse non furono inventate: si scelse la partita chiamata l'Immortale di Anderssen, giocata nel 1851. Fu un successo, e quel giorno a Marostica non l'hanno dimenticato: sopra la piazza passò in volo D'Annunzio.

Poi arrivò la guerra e tutto si fermò. Si ricominciò trent'anni dopo: si costituì un nuovo comitato, la regia teatrale fu affidata all'artista, architetto e regista Mirko Vucetich, e il 12 settembre 1954 la Partita tornò in piazza; da allora si ripete ogni due anni, in settembre. Nello stesso 1954 si decise di incastonare nel «liston» veneziano della piazza un'enorme scacchiera di marmo bianco e rosso, a memoria imperitura dell'evento del 1923 — e a monito contro la guerra.

Le mosse dei campioni e i comandi in veneto

Le mosse originali della sfida leggendaria sono andate perdute, e la cosa è risolta prendendole in prestito: si è scelto di rifarsi a due classiche degli scacchi, le partite note come l'Immortale e la Sempreverde. È una regola stabile: dal 1954 gli organizzatori si ispirano ad alcune delle più belle partite della storia mondiale del gioco e ne rievocano una ogni due anni sulla scacchiera gigante. Ogni mossa viene commentata, spesso in rima.

I comandi, poi, non sono in italiano. Il Castellano li impartisce ancora oggi in dialetto veneto, la lingua della Serenissima: «zoghe' prudenti e arditi con saldo cuor et intrepida fe'. Missieri a vu'. Sentève e scuminzie'». Tutto lo spettacolo è così: musiche e parti recitate in prosa e in versi nella lingua veneziana. La direzione, negli anni, è passata di mano più volte: nel 1958, per la trasferta all'Expo di Bruxelles, Vucetich fu momentaneamente estromesso per un contenzioso sul ritardo nella consegna dei figurini e sostituito da un regista che, forte della propria esperienza nell'opera lirica, si ispirò alla fastosità scenica del melodramma, tolse marzialità alla messa in scena e introdusse soluzioni innovative e sfarzose.

Nel 1963, in occasione della trasferta al Palazzo Sforzesco di Milano, un nuovo regista assunse la direzione e la tenne per oltre quarant'anni, aprendo lo spettacolo agli stilemi della commedia musicale e facendogli acquisire un taglio brioso e animato; nel 1973 arrivarono gli effetti speciali e il perfezionamento dei movimenti scenici; e chi è diventato aiutoregista nel 2006, prendendo poi il posto del titolare nel 2012, ha lavorato sul perfezionamento della teatralità e del ritmo e sull'affinamento dell'espressività dell'apparato luci e suoni.

Seicentocinquanta persone in piazza

I figuranti sono un piccolo esercito: oltre 650 in costume rinascimentale, fra arcieri e alabardieri, fanti, schiavoni e cavalieri, dame, gentiluomini, l'araldo, il comandante degli armigeri, falconieri, paggi e damigelle, vessilliferi, musici e borghigiani, e poi armigeri a cavallo, balestrieri, menestrelli, saltimbanchi, sputafuoco e popolani.

I costumi sono studiati uno per uno. Lionora indossa una preziosa veste in organza, seta e soprarizzo lavorato a mano, con foglie di acanto verde; Vieri un elegante farsetto in seta e soprarizzo verde-oro tessuto su telai a mano, con intrecci floreali; Rinaldo un farsetto violaceo e una sopravveste smanicata in soprarizzo a grandi fiori penduli; Oldrada un ricco abito in seta, organza e soprarizzo rosa cipria con disegni a pigna, fiori e foglie su fondo brunito. Il governatore porta una lunga zimarra in broccato color pavone con ampie maniche, privilegio della magistratura veneziana; il suo segretario, Lunardo da Fiatolongo, la berretta con la stola di scarlatto ripiegata sulla spalla e una lunga palandra di velluto nero bordata di pelliccia. E ci sono le maschere: Colombina, la servetta graziosa, in veste di cotone blu con maniche allacciate da nastri, grembiule azzurro e farsetto viola; Arlecchino, il servitore perennemente affamato, in camiciotto e brache bianchi con toppe a losanghe multicolori.

Il corteo, prima della partita, è uno spettacolo a sé. Quando Zuan del Lovo, maestro di campo, entra in groppa al suo corsiero da battaglia, i capitani gridano gli ordini e gli armati del castello escono a onorare la disfida con una mostra in campo: una parata al passo che diventa presto corsa, un carosello di incroci, una giostra di scambi. Li seguono gli squilli delle chiarine in ottone, trombe dal suono acutissimo che esibiscono il vessillo cittadino, e gli sbandieratori della scuola di Figline Valdarno, nata col Calcio Storico Fiorentino. Poi passa una processione fastosa di gentildonne, nobiluomini, ancelle, paggi e religiosi, e arrivano le ambascerie delle città alleate: Venezia, Verona, Este, Montagnana, Padova, Vicenza e Firenze, precedute dal cerimoniere di corte. Ballano per prime le popolane con le vesti sgargianti del mercato, poi tocca ai protagonisti della commedia dell'arte, con giocolieri, sputafuoco e un'allegra masnada di piccoli guitti. E sfilano sotto le proprie bandiere le antiche contrade di Marostica: Borgo Panica, Borgo Giara, Borgo Castello, Roveredo, Borgo San Sebastian e Borgo Carmini.

Per esserci bisogna abitare lì: ogni due anni i muri della città si riempiono di bandi che chiamano donne, uomini, ragazzi e bambini, e le candidate devono essere residenti o domiciliate a Marostica e avere fra i 18 e i 28 anni. Il pubblico siede in un anfiteatro costruito apposta, 3.600 posti numerati, con le mura cittadine intorno e il Castello Inferiore a fare da fondale. Le rappresentazioni non sono tutte uguali: quelle serali del venerdì, sabato e domenica si chiudono con l'atteso incendio del castello, mentre quella della domenica pomeriggio è resa più vivida dall'umanità dei personaggi vista alla luce naturale. E la disfida finisce sempre allo stesso modo: un tripudio di fuochi, luci e grida festose saluta il vincitore.

I costumi restano in castello

Quando la piazza si svuota, gli abiti non spariscono. La Partita ha regalato al Castello una straordinaria collezione di costumi, riproduzioni perfette nei tessuti e nelle finiture dell'abbigliamento in uso alla fine del Quattrocento, e nelle sale del Castello Inferiore ha sede il Museo dei Costumi della Partita a Scacchi. Si sale partendo dalla Corte d'Armi, si attraversano il Loggiato e le sale del Piano Nobile, e dal quarto livello si prosegue per il cammino di ronda e per l'Armeria della Partita, con una nutrita selezione di armature, scudi, vessilli e armi bianche e ad asta.

Fra gli oggetti esposti ci sono l'elmo usato dai figuranti, le pedine di alfiere e cavallo bianche e nere scolpite in legno, i copricapi elaboratissimi delle dame, le sagome di Taddeo Parisio podestà e della figlia Lionora, i cartonati dei costumi dell'araldo, del cerimoniere e di due nobiluomini, gli schizzi dei comici e i costumi dei suonatori di chiarina e tamburo; alle pareti, pannelli con le frasi del copione, i disegni originali e le trasferte.

Un'ultima cosa va saputa prima di mettersi in viaggio: la Partita si tiene con cadenza biennale, soltanto negli anni pari, ed è organizzata dall'Associazione Pro Marostica: per la prima volta nella sua storia ha abbandonato il tradizionale fine settimana unico e si distribuisce su due fine settimana consecutivi. Nel 2011 ha ottenuto dal Ministero del Turismo il riconoscimento di «Patrimonio d'Italia».

Come arrivare alla festa

Arrivare a Marostica per la festa chiede un po' di strada, e la strada fa parte della festa. Per chi sceglie il treno, la stazione ferroviaria più vicina è quella di Bassano del Grappa, a 9,5 chilometri: conviene organizzarsi per coprire l'ultimo tratto. In automobile si esce al casello di Colceresa - Pianezze - Marostica, e il tragitto è di 4,3 chilometri per 5 minuti di guida.

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