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Parata dei Turchi a Potenza 2027 - la Iaccara di 12 metri
Questa e' l'ultima edizione di cui abbiamo notizia: le date della prossima non sono ancora state annunciate.
Fonte: paratadeiturchi.com, letta il 19/09/2026. L'anno e' dedotto e va confermato.
La Storica Parata dei Turchi si svolge a Potenza la sera del 29 maggio di ogni anno, vigilia della festa di san Gerardo, patrono della città. Il momento che tutta Potenza aspetta è un incendio, e l'oggetto che brucia si costruisce apposta ogni anno: la cosiddetta Iaccara, un fascio di canne e legna lungo circa dodici metri, del diametro di circa un metro e pesante circa una tonnellata, viene portata in spalla da devoti che indossano il costume tradizionale potentino. Per muoverla serve una squadra di circa 20 persone, coordinate dal Capoiaccara con quattro aiutanti.
Un fascio di canne che pesa una tonnellata
Ogni anno l'oggetto destinato al rogo viene costruito da capo.
All'interno della Parata dei Turchi la cosiddetta Iaccara, un fascio di canne e legna lungo circa dodici metri, del diametro di circa un metro e pesante circa una tonnellata, viene portata in spalla da devoti che indossano il costume tradizionale potentino.
Per muoverla serve una squadra con una gerarchia: la Iaccara viene trasportata da circa 20 persone lungo tutto il percorso della parata storica e viene manovrata grazie al coordinamento degli iaccàri con il Capoiaccara che impartisce gli ordini assistito da quattro aiutanti.
Sopra il fascio c'è anche chi parla al pubblico: durante la sfilata una figura burlesca, seduta a cavalcioni sul fascio, apostrofa gli spettatori spiegando che la Iaccara non è di chi la porta, né di chi la guarda, ma è di San Gerardo.
Scalata e data alle fiamme
Alla fine del percorso il fascio smette di essere trasportato e diventa una torcia verticale.
Il posto è sempre lo stesso: in piazza Matteotti, di fronte al Palazzo di Città, uno dei suoi portatori accende la Iaccara, torcia di canne alta dodici metri, dopo averla scalata.
Il fuoco, a Potenza, era di casa in questa vigilia anche fuori dal corteo. Lo scriveva Raffaele Riviello nel 1893: «anzi nella vigilia a sera, appena cominciava a farsi scuro, in ogni cuntana, o vico, in ogni larghetto, e lungo tutta la Pretoria si accendevano centinaia e centinaia di fanoi (falò), cioè ammassi di sarmenti, cannucce, scroppi, e ginestre secche e verdi, in guisa che tutta la città pareva andasse in fumo e fiamme, costituendo ciò la caratteristica e tradizionale illuminazione di quella festa». Accanto alla Iaccara è stata recuperata anche l'altra tradizione dei cinti, «grandi strutture fatte di fiori e ceri» in cui il fiore più usato era la ginestra.
Il 29 maggio, vigilia del patrono
La parata non è il giorno della festa religiosa: viene la sera prima.
La parata dei turchi è una rievocazione storica che si svolge annualmente a Potenza il 29 maggio, vigilia della festa di san Gerardo, patrono della città, e la festa dura due giorni: si tiene «dal 29 al 30 maggio», con la Messa solenne e la processione del Santo patrono il giorno successivo.
La data non è sempre stata questa: nell'antichità invece era celebrata l'11 maggio, ma a causa delle avversità climatiche venne posticipata alla data del 29 maggio.
Il percorso attraversa mezza città: Stadio Viviani, Viale Marconi, Via Verdi, Viale Dante, Via Vaccaro, C/so Umberto, Via Portasalza, Via Pretoria, Piazza Matteotti, Via Pretoria, Via Addone, Largo Duomo, e la Parata «si chiude con l'accensione della Iàccara e la benedizione dei figuranti e del popolo ufficiata dal Vescovo presso la Cattedrale di San Gerardo».
Quanti sfilino dipende dall'edizione: il sito ufficiale parla di «oltre mille figuranti, che sfilano in costumi d'epoca, oltre a numerosi animali, carri d'epoca, simulacri condotti a spalla», suddivisi tra l'Ambiente del 1800, quello del 1500 e quello del 1100. Il pubblico, per una fonte, è di oltre centomila spettatori.
Tre quadri: Ottocento, Cinquecento, Medioevo
La sfilata non è un corteo unico ma un montaggio di epoche, in un ordine stabilito.
I Quadri sono tre e rappresentano ognuno un periodo temporale specifico, nell'ordine Ottocento, Cinquecento e Medioevo, e raccontano «attraverso le figure, i personaggi, i costumi, i complementi, gli accessori, le armi, tre precisi periodi storici».
Il primo si appoggia a un libro: fa riferimento al contesto sociale dell'Ottocento «ben descritto dallo storico potentino Riviello», con nobili, borghesi, religiosi, artigiani e popolani, e ai popolani «erano riservati i ruoli dei soldati turchi, degli spadaccini latini e dei contadini». I costumi vengono da lì: i contadini con la muranna, ossia «mutanda», termine che indica l'insieme del vestito, le donne del ceto medio pacchiane con la gonna ricca di pieghe, il sottaniell'nculunnare, e gli artieri «con i loro costumi bizzarri, scarpe verniciate e cappelli in seta a tubo».
Il secondo si appoggia a una pittura: usa come fonte storica gli affreschi del pittore lucano Todisco, in particolare la Battaglia di Otranto, nei quali raffigura uomini latini e turchi in armi.
Il terzo chiude con il santo: è la ricostruzione storica medievale (XII secolo), con particolare riferimento a san Gerardo e al suo episcopato potentino (1111 - 1119), e vi si osservano gli abiti dei Cavalieri di San Giovanni di Gerusalemme e degli ecclesiastici.
Le cinque sezioni del quadro centrale
Il Cinquecento è la parte più lunga, ed è divisa come un racconto in capitoli.
Il Quadro centrale, ossia il Cinquecento, è diviso a sua volta in cinque sezioni diverse: «I turchi e la loro vita quotidiana», «I combattenti Turchi», «San Gerardo che sconfigge i Turchi», «La liberazione della Città», «Arrivo in Città del Conte Don Alfonzo De Guevara».
Si apre con la vita di corte: sfilano militari turchi, armigeri, nobili a piedi e a cavallo, odalische danzanti, e chiude il quadro il Gran Turco condotto in carrozza, meglio noto come «C'vuddinè». Poi arrivano i combattenti, che «si abbandonano spesso a urla e grida di battaglia al fine di incutere terrore nell'avversario», e con loro gli Spadaccini Latini.
Quando il corteo arriva in un punto preciso si combatte: quando il corteo giunge a Piazza XVIII Agosto, viene inscenato un grande combattimento tra i Soldati Turchi e gli Spadaccini Latini, che rievoca la battaglia di Lepanto «combattuta il 7 ottobre 1571 tra le armate Ottomane e la «Liga Santa» formata dagli Spagnoli e dai Veneziani». Il finale però è cambiato: la battaglia inscenata «si conclude invece con la deposizione delle armi simboleggiando un rinnovato sentimento di fratellanza promuovendo la pace tra religioni e confessioni diverse».
Poi tocca al miracolo: San Gerardo è trasfigurato in un vescovo bambino condotto sopra una Nave trainata a braccia da schiavi turchi e moreschi, che benedice gli spettatori. E l'ultima sezione ha il suo gesto: a Porta Salza il Mastro Giurato, l'antico Magistrato che curava e garantiva l'amministrazione della Città, consegna al Conte Don Alfonzo De Guevara le chiavi cittadine.
A chiudere tutto è il patrono: il «Tempietto di San Gerardo» portato a spalla dai Portatori del Santo, e la Parata termina nel momento in cui il Tempietto giunge alla Cattedrale.
Da dove viene, secondo cinque studiosi
Sull'origine della festa non c'è una risposta sola, e chi la organizza lo dice apertamente.
Esistono almeno quattro o cinque versioni sulla genesi della Parata dei Turchi, avanzate da storici diversi che si sono occupati della storia di Potenza dall'antichità fino al Novecento, e le firme sono note: Emanuele Viggiano nelle «Memorie della città di Potenza» (1805), Raffaele Riviello nella «Cronaca potentina dal 1799 al 1882» (1888), Giacomo Racioppi nella «Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata» (1900), padre Mario Brienza in «La processione dei turchi a Potenza» (1969), e in tempi recenti lo storico Tommaso Pedio.
La versione popolare è quella del miracolo: la città, minacciata dai Turchi che risalivano il Basento «a quel tempo navigabile», sarebbe stata salvata da san Gerardo La Porta, che invocando una schiera di angeli guerrieri avrebbe compiuto il miracolo di liberare la città dai suoi nemici, in un «accecante bagliore».
Il Viggiano propone il 1149, con i festeggiamenti e la permanenza a Potenza «del Re e della Regina di Francia, Luigi VII ed Eleonora d'Aquitania», e un'altra pagina data al 1148 l'incontro fra il normanno Ruggero II e Ludovico di Francia, catturato dai Saraceni e liberato dai Normanni. Racioppi risale invece alla leggenda del martirio di Sant'Oronzo e dei suoi undici fratelli sulle rive del Basento, uccisi da Valeriano, proconsole di Cartagine — e nota che nella Parata «gli infedeli rappresentati dai Turchi, la Nave che avrebbe condotto Oronzo dall'Africa all'Italia» sono elementi a favore della sua tesi; in un'altra versione della stessa storia Valeriano è trasformato nel Gran Turco.
C'è poi la pista degli schiavi riscattati: a Bruges nel 1884, a ricordo del ritorno di schiavi riscattati, «sfilarono i Turchi, il gran Turco, e l'equipaggio della nave che li riportò liberi in patria», e Riviello ritrova nelle processioni per gli schiavi riscattati gli stessi personaggi: alabardieri che «fungevano da scorta d'onore», bambini vestiti da Angeli «presenti nelle processioni dei Trinitari» e bambini vestiti da Turchi «presenti nelle processioni dei Padri Mercedari». Nella leggenda riportata da Racioppi, Valeriano «avrebbe tradotto da Adrumeto in Africa a Roma dodici fratelli cristiani» e ne fece decapitare quattro il 2 settembre: Oronzio, Onorato, Fortunanziano e Sabiniano. Da qui, «secondo i nostri autori, Oronzio fu protettore della città fino al 1120», prima che il protettore diventasse il vescovo Gerardo da Piacenza.
Brienza — autore di «un opuscolo edito nel 1955 a cura dell'Archivio Storico per le Calabrie e la Lucania» — sposta tutto in età barocca: la sfilata sarebbe la celebrazione della battaglia di Vienna del 1683, e la notizia «arrivata a Potenza probabilmente nell'ottobre del 1685, avrebbe fatto nascere l'idea di un festeggiamento». Pedio, infine, si attiene alla carta: la Parata sarebbe la ricorrenza annuale di quanto certificato dal Notaio Scafarelli nel documento del 1578, cioè l'arrivo in città del Conte Don Alfonso De Guevara, quando «vennero edificati tre castelli e venne simulata una battaglia con i turchi i quali vennero sconfitti e presi prigionieri», gesto che «voleva ricordare la battaglia di Lepanto del 1571».
Come ci si vestiva da turco
Il travestimento, prima dei disciplinari, se lo costruiva ognuno per conto suo.
Lo racconta Riviello: ogni turco cercava, a modo suo, d'imitare nella foggia e negli ornamenti il tipo tradizionale, e credeva di raggiungere l'intento «mettendosi addosso quanto avesse avuto di meglio ia vesti, oro, nocche e fettucce; e calvaccando per lo più un mulo, parato di gualdrappa, fiocchi e campanelli».
L'elenco di quel che si indossava è minuzioso: gonne bianche, mutande per calzoni, fascittelle rosse, ciarpe colorate ai fianchi, turbanti o cimieri di cartone dorato con svolazzi di piume e gala di nastri pendenti, nocche sulle braccia, grossi orecchini alla turca, e sul petto «una mezza bacheca di orefice, cioè: collane, stelle, spingole, (spille) ed altri oggetti d'oro».
Che la festa fosse anche uno sfogo lo dicono gli studiosi citati nel materiale: caratteristica della festa popolare è «il suo carattere profano e liberazione, rilevatore di bisogni molto spesso trasgressivi, di esigenza di rovesciamento dei ruoli», col rumore assordante dei campanelli e dei tamburi e le grida del «capo paranza».
L'assetto attuale è invece una decisione presa in assemblea: la Parata prende in considerazione i secoli XII, XVI e XIX, secondo quanto stabilito dai nuovi «signori» della cosa pubblica eletti nel corso degli anni dopo la caduta del regime fascista e la successiva proclamazione della Repubblica, e in quella sede «l'assemblea proclamò unanimemente di ambientare la sfilata nel 1100».
Un disciplinare, e la strada per l'UNESCO
Oggi la Parata è regolata da un atto formale, e punta a un riconoscimento internazionale.
Da tre anni la Parata vive di un disciplinare approvato all'unanimità dal Consiglio comunale, elemento che «la vincola definitivamente alla sua storia e alla rigorosa modalità di rappresentazione».
La forma attuale però è più antica del disciplinare: soprattutto a partire dagli anni Cinquanta del secolo scorso la Parata è stata ridefinita nella sua struttura moderna, dopo essere stata «una festa di origine popolare quale è stata fino alla fine dell'Ottocento». Prima ancora, a organizzarla erano figure di quartiere: si ricordano il «capo paranza» e «i famosi Fioravante e Zuzù che organizzavano la manifestazione prima del 1915».
E il paese porta ancora i segni della leggenda: nel luogo in cui secondo la leggenda avvenne il miracolo è stato edificato un tempietto con una statua del santo, popolarmente conosciuto come «San Gerardo di marmo», realizzato nel 1865 dagli scultori potentini Michele e Antonio Busciolano.
Come arrivare alla festa
Farsi avvolgere dalle atmosfere della festa, a Potenza, è alla portata di tutti. Per chi sceglie i mezzi pubblici la stazione ferroviaria di Potenza Rione Mancusi è a 1,8 chilometri dal centro, cioè a pochissima distanza dal cuore della festa. Se invece si preferisce l'automobile, l'uscita di riferimento è lo svincolo di Potenza Centro: da lì bastano 5 minuti di guida (3,5 chilometri) per immergersi nei festeggiamenti.
Eventi nei dintorni
Qui intorno, nello stesso periodo, si festeggia anche cosi'.
- San Gerardo di Potenza — maggio
- Mercatini di Natale a Potenza — dicembre
- Rievocazione del Miracolo a Maratea — maggio