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Folklore e Rievocazioni

Rievocazione del brigante Taccone a Laurenzana e la bandiera con le cinque strisce di raso 2027

11 min di lettura · Scritto da: Rodolfo de Carvalho
Quando
1 novembre 2026
Dove il centro storico e l’imponente castello feudale, Laurenzana

Fonte: ilmattinoquotidiano.it, letta il 19/09/2026.

Il paese si trasforma in un palcoscenico che sale e scende per i vicoli: la rievocazione storica consiste in una rappresentazione teatrale itinerante che si svolge all'interno del centro storico in tre diverse piazze, e la rievocazione storica sulla vita di Taccone, e sul brigantaggio dei primi dell'Ottocento, avviene ad agosto di ogni anno nel centro storico di Laurenzana, con ambientazioni scenografiche e narrazioni originali a cura del gruppo di ricerca storica costituitosi in seno alla Pro Loco.

Il mugnaio che si fece chiamare re

Il protagonista è un uomo di cui non si conosce nemmeno la data di nascita, e la colpa è sua: non si conosce la data di nascita di Domenico Rizzo, detto Taccone: tutti i dati relativi alla popolazione erano conservati negli archivi parrocchiali, che vennero dati alle fiamme dal brigante stesso quando entrò a Laurenzana nell'agosto del 1809.

Di lui si sa che era nato nella seconda metà del Settecento e che il suo mestiere era pacifico: rientrò a Laurenzana e venne assunto come mugnaio da Domenico Asselta, ricco galantuomo fedele ai Borbone, e fu proprio su incitazione di Asselta che riprese la lotta contro i francesi e i notabili che li sostenevano. Ci era tornato dopo un condono: partecipò anche ai moti antinapoleonici in Basilicata nel 1806, ma si costituì il 7 settembre dello stesso anno a San Severino Lucano, ottenendo l'amnistia.

Il titolo con cui è passato alla storia se lo prese da solo, e nel posto più solenne che aveva a disposizione: quando è andato a Potenza erano tutti spaventati e invece di combatterlo l'avevano ricevuto con il tappeto rosso, e proprio lì nella Cattedrale si proclama Re di Basilicata e Calabria, come Napoleone.

Il territorio su cui si muoveva era enorme: operò in Basilicata, in Calabria e in Terra di Lavoro, divenendo non solo uno dei più temibili briganti del tempo, ma anche uno tra i massimi ricercati dall'esercito francese, alla testa di una banda di oltre trecento uomini.

Perché i francesi non riuscivano a prenderlo

Il governo francese arrivò a mettergli un prezzo addosso, e non era poco: una taglia di 1000 ducati era stata posta sulla sua testa dal Governo Francese perché a nulla erano valsi i tentativi di repressione contro di lui: aveva battuto i suoi migliori soldati grazie alla conoscenza dei luoghi impervi delle montagne di Basilicata e Calabria, dell'oscurità in cui si muoveva con la sua banda e a nuove tattiche di guerriglia che lasciavano sorpresi gli avversari.

Contro di lui fu mandato un ufficiale che sarebbe diventato famoso proprio per questo: il governo francese pose una taglia sulla testa di Taccone e inviò il generale Charles Antoine Manhès per fermare le sue scorribande sanguinarie.

Di che cosa vivesse la banda lo racconta un elenco: si narra che Taccone e la sua banda, quando avevano bisogno di viveri, sigari, vestiti, cavalli e polvere da sparo, assalissero le masserie e i palazzi dei benestanti, e inoltre disarmavano i soldati della gendarmeria francese e napoletana, mandati a stanare i banditi.

La fine arrivò dai suoi: Taccone venne tradito dai compagni, catturato, fu condannato a morte e impiccato il 6 settembre del 1810.

L'agosto del 1809

Il contesto è quello di una guerra civile, e ha estremi precisi — il brigantaggio meridionale durante il decennio francese e la Restaurazione borbonica (1806-1815): era il periodo denominato «decennio napoleonico» e bande di briganti, sostenute dal governo borbonico in esilio dopo l'invasione dei francesi, attaccarono numerosi centri lucani e calabresi, depredando e uccidendo i notabili filo-francesi e dando libero sfogo a vendette personali.

A Laurenzana i briganti non dovettero forzare nulla, perché qualcuno aprì loro la strada: nell'agosto 1809 i due capi briganti laurenzanesi, Domenico Rizzo e Pasquale Napolitano, vi erano entrati senza alcuna difficoltà, grazie alla complicità di Domenico Asselta, Comandante della Civica, e di Domenico Noja, agente del Duca di Belgioioso.

Arrivavano da un massacro: i briganti erano reduci dai massacri compiuti ad Abriola, dove erano accorsi in aiuto del brigante Nicola Lapetina, promotore dell'assalto al castello del Barone Federici, trucidato con l'intera famiglia — con una sola eccezione, Carlo, figlio del barone, di appena dieci anni.

Quell'estate non riguardò solo Laurenzana: nell'estate del 1809 le bande di Taccone, Scattone, Scozzettino e Izzonigro seminarono terrore e morte nelle comunità di Anzi, Abriola e Laurenzana. Il paese, allora, contava settemila anime, che vivevano nel centro antico sorto ai piedi delle rupi, su cui sorgono il castello e la Chiesa Madre.

L'arciprete trascinato fino al letamaio

La vittima che la rievocazione mette al centro non è un brigante ma un prete che difendeva i poveri, l'arciprete don Domenico dell'Orco: venne barbaramente ucciso il 19 agosto del 1809, per mano di un commando di briganti, fomentati dai Borbone e dalla locale vendetta feudale, per essersi fortemente impegnato nella difesa dei diritti del popolo meno abbiente.

Il modo in cui fu ammazzato è descritto senza sconti: tre assassini, fra cui la «belva» Domenico Noja, a quel tempo agente del feudatario, dopo avergli sottratto del denaro nella sua abitazione, trascinarono il povero arciprete lungo il popoloso rione di San Giacomo fin sotto le mura del castello feudale dove, in un letamaio, il corpo dell'arciprete fu straziato con tre colpi di fucile, sotto lo sguardo attento del feudatario.

A quella scena, in teatro, assiste un solo personaggio, ed è un bambino: la scena vede un momento di profonda lezione civica e spirituale all'unico testimone presente alla sua cattura: il fanciullo Rocco Cristalli.

I tre atti, piazza per piazza

La rappresentazione comincia in alto e scende: si apre nella Piazza Chiesa Madre, ai piedi del castello, collocata nella parte più alta del paese, con il monologo del brigante Taccone che si presenta ai piedi del castello e, guardando tutti i presenti, racconta la sua vita e tutte le sue azioni.

Il secondo atto è l'assalto, e il paese lo si vede bruciare per davvero: nel secondo atto viene raccontato l'ingresso e il saccheggio di Laurenzana dalla banda del brigante Taccone, che ordina ai suoi uomini di bruciare il paese, in particolare l'archivio diocesano e comunale. L'effetto scenico è semplice e funziona: sui balconi che affacciano sulla piazza vengono accese delle luci e dei fumogeni rossi per dare l'idea del paese che brucia. Poi galantuomini di Laurenzana e guardie civiche cercano di catturare Taccone e fermare l'ingresso dei briganti in paese, ma vengono a loro volta catturati e fucilati.

Il terzo atto si svolge in un accampamento: qui è allestito un accampamento di briganti, scene di vita contadina, spiccano i vecchi mestieri che si svolgevano a Laurenzana, come mastri ferrai, gli orefici, maestri di falegnameria, la preparazione del pane. E attorno al fuoco si racconta: attorno a un grande falò Taccone, assieme al resto della masnada e ad altri capibanda come Nicola Lapetina e il suo braccio destro Quagliarella, si intrattiene con libagioni e racconti delle sue e altrui prodezze.

Fra i due atti il pubblico si sposta accompagnato dalla musica: la fine della prima scena e il percorso delle persone per raggiungere la piazza dove si svolge il secondo atto viene accompagnato sempre dai canti del gruppo folk di Calvello «Lì Fainzar», il cui repertorio richiama principalmente la vita contadina, le feste sacre del paese, e attraverso la danza viene raccontato il corteggiamento degli uomini calvellesi verso le donne del paese.

C'è infine una scena che non è mai accaduta, e la rievocazione lo dichiara: dopo la cattura da parte del generale Manhès si mette in scena il suo processo con alcune testimonianze, e il processo si conclude con la condanna a morte del brigante. Il processo è simbolico, mai accaduto nella realtà, in quanto i briganti del tempo, una volta catturati, venivano immediatamente giustiziati senza processo alcuno.

Le brigantesse

Le donne non c'erano, all'inizio, e sono state aggiunte perché la storia era incompleta senza di loro: dopo i primi due anni della rappresentazione teatrale si sono aggiunti personaggi femminili, le brigantesse, non secondari alla storia del brigantaggio meridionale, offrendo al pubblico uno sguardo più completo.

Il modo in cui la rievocazione le tratta è dichiarato: si racconta la storia di Rosa Di Stefano, la ragazza rapita a Potenza dal brigante, e di tutte le altre donne che scelgono come modo di vivere l'illegalità, si uniscono ai gruppi di briganti, sottolineando l'aspetto sociale e culturale della donna e rivedendo sotto una nuova luce il perché di quelle scelte drastiche, descritte dalle cronache giornalistiche del tempo solo come amanti, concubine, «ganze», «drude», donne di piacere dei briganti.

Una di loro ha un nome e una famiglia: si narra la storia della brigantessa Lucia di Vietri, che era la prima moglie di Taccone, viveva insieme alla sua banda, e che gli diede un figlio maschio di nome Francesco Paolo Ferdinando.

Il fazzolettone, i fucili, il triccheballacche

I costumi sono presi a nolo e non sono perfettamente d'epoca, e la Pro Loco lo dice: i figuranti e gli attori indossano un abito ottocentesco, anche se il periodo evocato è il primo decennio del XIX secolo, i vestiti che indossano rispecchiano molto di più il periodo postunitario; in mancanza di una costumista locale, la Pro Loco prende in affitto gli abiti rivolgendosi a sarte che vivono vicino a Laurenzana.

Su un capo, però, la ricerca ha trovato una cosa precisa, e molto concreta: all'epoca del brigantaggio preunitario la donna non aveva la camicia, aveva una specie di lenzuolo chiamato «fazzolettone»; si indossava prima il fazzolettone sulle spalle e poi il corpetto che andava sotto il seno, che veniva a sua volta raccolto dal fazzolettone che fungeva da reggiseno, perché a quei tempi era più semplice da usare per allattare i bambini.

Gli uomini vestono pantaloni neri, camicia bianca e gilet spesso colorato, fazzoletto rosso al collo, cappello nero e stivali; i soldati indossano l'uniforme francese, pantaloni bianchi, giacca nera, con una fascia di cuoio bianca intorno alla spalla. Taccone si riconosce per il suo: camicia bianca, giacca e pantaloni neri di velluto col bordo decorato di merletto arancione, una cintura di pallottole color arancione intorno alla vita, stivali di pelle e nella mano destra una pistola a pietra focaia con una canna tonda allungata.

Anche gli strumenti hanno i loro nomi: la fisarmonica e il bandoneon, i tamburelli con e senza membrana, e il triccheballacche, formato da tre martelletti in legno intelaiati fra loro.

La bandiera dei cinque fiumi

Nell'ultima scena il brigante tira fuori un oggetto che si era fatto fare apposta: nell'ultima scena il brigante Taccone presenta la sua bandiera, che ha una forma rettangolare; la tela è di cotone bianco, con cinque strisce di raso blu cucite sopra.

Quelle strisce sono un atlante: le strisce blu rappresentano i cinque fiumi che attraversano il territorio (Ofanto, Bradano, Basento, Agri e Sinni), cioè quelli su cui il brigante si spostava, e che rientravano in un perimetro più ampio dell'attuale regione lucana.

Il motivo per cui la volle è politico: secondo la storia, Taccone voleva una sua bandiera che si contrapponesse alla bandiera dei francesi e a quella dei Borboni, e «Taccone si fece realizzare la bandiera a San Mauro Forte, dove costrinse le donne a prendere sicuramente un lenzuolo bianco ricamato, per poi aggiungere le strisce blu».

Perché si continua a raccontarla

La manifestazione si ripete a partire dal 2016 e ha ottenuto riconoscimenti nazionali: nel 2021 è stata inserita nell'Elenco delle Rievocazioni Storiche Italiane del Ministero della Cultura, nel 2022 è stata selezionata dall'Istituto Centrale per il Patrimonio Immateriale come unica manifestazione lucana tra le 25 più meritevoli d'Italia, e nel 2023 ha ottenuto il «Marchio di Qualità» dell'Ente Pro Loco Italiane.

Attorno al teatro il borgo offre il resto: un percorso museale di civiltà contadina, mostre fotografiche, di saperi e sapori tipici del territorio, di musica e danza popolare arricchiscono gli angoli più suggestivi, e la Pro Loco organizza un percorso gastronomico che racconta i prodotti tipici del territorio come patate piene di Laurenzana, caciocavallo «impiccato», pastorale, zuppe contadine.

Lo scopo, però, non è celebrare un fuorilegge, ed è messo nero su bianco: la sua storia è divenuta oggetto di ricerca e rievocazione teatrale, non col fine di esaltarne la figura, ma con l'intento di non dimenticare una pagina dolorosa, e troppo presto dimenticata, della storia passata, e per trarre, dagli eventi tragici di quel rovente agosto 1809, esempi di onestà, uguaglianza, libertà e democrazia nella figura di tanti valorosi cittadini di Laurenzana, tra cui l'Arciprete Don Domenico dell'Orco, che per mano dei briganti vi persero la vita.

Come arrivare alla festa

La Rievocazione del brigante Taccone a Laurenzana si raggiunge con un viaggio non brevissimo, e vale la pena affrontarlo. Per chi sceglie il treno, la stazione ferroviaria più vicina è quella di Trivigno, a 22 chilometri: conviene organizzarsi per coprire l'ultimo tratto. In automobile si esce allo svincolo di Albano scalo, e il tragitto è di 18 chilometri per 18 minuti di guida.

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