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Folklore e Rievocazioni

Patto con San Gennaro a Napoli e il contratto notarile del 1527 2027

7 min di lettura · Scritto da: Rodolfo de Carvalho

Fra una città e il suo santo, a Napoli, non c'è soltanto una devozione: c'è un atto firmato. Fra Napoli e San Gennaro esiste un contratto notarile, redatto a regola d'arte, che ha cinquecento anni, rogato sull'altare maggiore della Cattedrale il 13 gennaio 1527. Da quel patto nacque la Cappella del Tesoro, e il legame si rinnova ogni anno il 19 settembre, quando nel Duomo si ripete la liquefazione del sangue del patrono.

Un notaio chiamato sull'altare maggiore

Era il 13 gennaio 1527, e la città era allo stremo per tre ragioni insieme: epidemie, terremoti ed eruzioni del Vesuvio, più l'assedio delle truppe che tentavano l'invasione. Napoli si rivolse a San Gennaro — ma invece di limitarsi a pregare, convocò un professionista.

Gli Eletti dei sei Sedili — la struttura amministrativa della città, allora divisa per «Piazze» — chiamarono un notaio e firmarono, sull'altare maggiore della Cattedrale, un vero contratto con il santo: in cambio della salvezza avrebbero costruito una nuova e più grande cappella, in cui custodire per sempre le sacre reliquie e il Tesoro. L'atto fu rogato nel Duomo, alla presenza delle reliquie, e si conserva ancora oggi dentro la cappella, custodito dalla Deputazione.

Nemmeno la data fu scelta a caso: il 13 gennaio è l'anniversario della traslazione delle ossa di San Gennaro da Montevergine a Napoli.

Che cosa promisero le due parti

Il contenuto del patto, a Napoli, si riassume in una frase che non ha bisogno di traduzione: «San Gennaro tu ci aiuti e noi ti realizziamo una cappella che più bella non ce n'è».

Detto in termini contrattuali: lui avrebbe difeso la città, e in cambio i napoletani gli avrebbero eretto una cappella come ex voto. L'atto sanciva esattamente questo — una cappella degna del santo in cambio della sua protezione. E la peste che aveva fatto scattare il voto non era un'emergenza di pochi giorni: imperversò dal 1526 al 1529, e il popolo, in cambio di protezione dai flagelli, si impegnò a costruire una nuova sede per il reliquiario del sangue.

Chi firmò: i sei Sedili

A firmare non fu il vescovo, ma il governo laico della città, diviso in sei circoscrizioni. L'assemblea generale degli Eletti dei sei Sedili — Capuana, Nido, Montagna (che comprendeva anche Forcella), Porto, Portanova e Popolo — decise di stipulare con il santo patrono un vero e proprio contratto notarile. Cinque di quei Sedili erano dei nobili, uno del popolo.

Erano anche l'istituzione più antica di Napoli: i Sedili erano la più antica forma politico-organizzativa e amministrativa laica della città, e durante le processioni di San Gennaro ospitavano a turno nei loro seggi il reliquiario del santo. Firmando, i rappresentanti delle istituzioni che allora detenevano il potere civile si assunsero l'onere di garantire l'attuazione del patto.

Una deputazione laica che dura da cinque secoli

Da quella firma è nato un ente che esiste ancora. Nel 1601 nasce la Deputazione — per esteso, la Real Deputazione del Tesoro di San Gennaro — un istituto laico e autonomo che sovrintende alla Cappella del Tesoro, protegge le reliquie e amministra un patrimonio artistico e religioso unico al mondo. Non ha mai smesso di esistere, e ha in mano le chiavi in senso letterale: custodisce le quattro chiavi della cassaforte in cui stanno le ampolle col sangue del patrono.

La sua composizione viene ancora dal 1527: ogni famiglia deve indicare due rappresentanti, e a governare sono tuttora le stesse casate — i Sanfelice, i Caracciolo, i Pignatelli, i Carafa, gli Imperiali, i Carignani e altre. Non è però un titolo che si eredita: «questi seggi non sono ereditari: devono essere le famiglie ascritte ai seggi all'epoca in cui fu fondata la cappella del tesoro di San Gennaro e fino alla fine del '700, anno in cui furono aboliti i seggi, ma la tradizione continuò». Fra le circa cinquanta famiglie del patriziato di ogni seggio se ne sceglievano due, ed era la posizione più ambita dell'aristocrazia napoletana: chi la ricopriva aveva il titolo di Eccellentissimo.

Anche il popolo ha i suoi: due rappresentanti, scelti fra professionisti di prestigio, gente conosciuta che quel posto se lo merita. In epoca moderna si è aggiunto il Comune, che ha preso sotto la propria protezione il profilo economico e i costi di mantenimento della cappella, tanto che a presiederla è il sindaco di Napoli. La parte religiosa, infine, ha un organico suo: dodici sacerdoti, fra i quali si sceglie il capo, che diventa abbate tesoriere.

La cappella promessa, e il conto pagato

La cappella promessa nel 1527 fu cominciata ottant'anni dopo e ci vollero quarant'anni per finirla: i lavori partirono nel 1608, sotto la supervisione della Deputazione, e terminarono nel 1646.

Sopra il cancello, opera di Cosimo Fanzago, sta scritto perché è stata costruita: Divo Ianuario e fame bello peste ac Vesaevi igne miri ope sanguinis erepta Neapolis civi patr. vindici, cioè «A San Gennaro, al cittadino salvatore della patria, Napoli salvata dalla fame, dalla guerra, dalla peste e dal fuoco del Vesuvio, per virtù del suo sangue miracoloso, consacra».

Oggi quella cappella è piena di quello che la città gli ha regalato in cinque secoli: un gioiello dell'arte barocca che si erge sulla navata destra del Duomo, con il busto argenteo, l'ampolla del sangue, gioielli, paramenti sacri e moltissime opere d'arte. Dietro l'altare, due nicchie con sportelli d'argento donati da Carlo II di Spagna nel 1667 custodiscono le ampolle.

Il Vesuvio del 1631 e il corteo che rifà il 13 gennaio

Il patto, secondo Napoli, è stato onorato più volte. La più citata è quella del 1631: il 16 dicembre di quell'anno il Vesuvio si risveglia mietendo molte vittime, e dal Duomo si muove una processione con l'esposizione delle reliquie. Secondo testimonianze dell'epoca, proprio quando il corteo arrivò al ponte della Maddalena l'eruzione cominciò a scemare — anche se poi durò fino al 3 gennaio 1632. Non era la prima volta che la città chiamava il santo contro il vulcano: già nel 512, per un'altra eruzione, il vescovo Stefano I lo aveva invocato perché sedasse la furia del Vesuvio.

Il ringraziamento, quella volta, fu un monumento. La Deputazione decise di erigergli una guglia, e scelse la piazzetta davanti all'accesso laterale alla cappella, dove per tradizione si tenevano i festeggiamenti. L'obelisco di San Gennaro è alto ventiquattro metri: una colonna quadrangolare con grandi cartigli, fra cui la scultura della Sirena Parthenope, simbolo di Napoli, che regge uno scudo con le parole di gratitudine della città al santo; sopra, un capitello ionico riccamente decorato con puttini alati che mostrano i simboli di Gennaro — le ampolle, la mitra e la stola in bronzo, il libro in marmo e la penna in bronzo — e in cima la statua bronzea del santo, opera di Tommaso Montani. La Guglia fu inaugurata nel 1660.

Quel giorno del 1527, intanto, oggi si rimette in scena. L'Associazione I Sedili di Napoli offre alla città e ai visitatori il Grande Corteo Storico «1527 quando Napoli fece il Voto a San Gennaro»: un corteo in abiti rinascimentali che percorre tutta l'area dell'antica Neapolis, da via dei Tribunali in avanti, e tocca non solo la Cattedrale ma anche i monumenti e i luoghi simbolo della città.

Del resto la festa del santo, in età moderna, era il momento in cui Napoli misurava sé stessa: il culto di San Gennaro era l'occasione in cui la città rappresentava e metteva alla prova il delicato equilibrio fra le sue componenti socio-politiche, e i Sedili si occupavano a rotazione di preparare i festeggiamenti. Fra Sei e Settecento le celebrazioni prevedevano, oltre al rito della liquefazione, l'allestimento di straordinari apparati scenici che rappresentavano la vita e il martirio di Gennaro, firmati da artisti importanti — fra cui lo stesso Fanzago. È anche l'epoca in cui si intensifica la produzione artistico-letteraria sulla figura del vescovo martire.

Sul patto, infine, la Deputazione continua a vigilare tre volte l'anno: veglia sul miracolo che si ripete il sabato precedente la prima domenica di maggio, il 19 settembre e il 16 dicembre. E il legame si è allargato oltre la città: già patrono del Regno delle Due Sicilie, San Gennaro è stato proclamato patrono della Campania il 16 luglio 1980.

Come arrivare alla festa

Raggiungere la festa a Napoli è facilissimo. Per chi sceglie i mezzi pubblici la stazione ferroviaria di Napoli Piazza Amedeo è a 2,1 chilometri dal centro, cioè a pochissima distanza dal cuore della festa. Se invece si preferisce l'automobile, l'uscita di riferimento è lo svincolo di Arenella - Zona Ospedaliera: da lì bastano 7 minuti di guida (3,7 chilometri) per immergersi nei festeggiamenti.

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